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Roots! n.34 agosto 2020

Woody Guthrie

Woody Guthrie 

by Simone Rossetti

Scrivo le cose che vedo, le cose che ho visto, le cose che spero di vedere, da qualche parte, in un posto lontano” Woody Guthrie

Oggi parliamo di; non ci siamo, sembra una di quelle lezioni tenute da qualche professorone in-esperto di Covid, no, meglio iniziare così; “THIS MACHINE KILLS FASCISTS”, questo è quello che c’è scritto (che ha scritto) sulla sua chitarra acustica, ma siamo già agli inizi della seconda guerra mondiale mentre la storia di Woody Guthrie ha inizio molti anni prima, il 14 luglio del 1912 nella cittadina di Okemah, Oklahoma; nascerà qui, in mezzo al “nulla” delle praterie americane, morirà a New York il 3 ottobre del 1967, nel mezzo una vita fatta di vagabondaggi, matrimoni che non hanno funzionato, persecuzioni durante gli anni del maccartismo (la triste e famosa caccia alle streghe negli anni 50 contro la sinistra americana), perdite, abbandoni e ri-partenze, ma soprattutto miseria e disperazione, tanta ed in egual misura; quando era ancora un ragazzino, con la famiglia (la sua come moltissime altre ) finita sul lastrico con l’illusione del boom petrolifero che però ebbe vita breve lasciando dietro si sé una lunga scia di miseria e di tragedie, il ricovero della madre, la morte della sorella, poi del padre, era giunto il momento di “prendere il largo”, mettersi in viaggio, e così fece, attraversando l’America in lungo e in largo, svolgendo lavori saltuari, dormendo in luoghi di fortuna e suonando occasionalmente la chitarra, poi la California, il lavoro in una radio locale, migliaia di disperati che abbandonavano le campagne e si riversavano nella “terra promessa” in cerca del sogno americano, outsider (Okie) venivano discriminatamente chiamati dai nativi californiani (una vecchia storia che si ripete anche oggi, ovunque, il luogo non ha importanza), le prime denuncie e rivendicazioni sociali poi l’attivismo politico; “Se la lotta diventa calda, le canzoni diventano più calde. Se il gioco si fa duro le canzoni diventano più dure”, New York, 1940, le prime incisioni, il successo di pubblico e critica, ma un sentirsi sempre “fuori posto” o alla ricerca di qualcosa lo porteranno a rimettersi in viaggio, questa volta verso il sud; inizio del secondo conflitto mondiale, la guerra, la sua fine, il ritorno in patria, il meritato successo, l’avvicinamento alla cultura ebraica, l’insorgere dei primi segni di una malattia neurodegenerativa; siamo nei primi anni 50, la “lista nera” del maccartismo impediva di lavorare agli artisti che si avvicinavano alle idee della sinistra o comunque ad una qualsiasi rivendicazione dei minimi diritti sociali, l’aggravarsi della malattia, ricoveri sempre più frequenti ed infine la dipartita. Questo in breve (in molto breve), ce ne scusiamo ma vorremmo evitare, nel possibile, una semplice biografia che risulterebbe comunque parziale, meglio allora consigliarvi un libro scritto dallo stesso Guthrie, This Land Is Your Land. Ma chi era Woody Guthrie? Era un musicista, un compositore, un poeta, uno scrittore, uno che amava dipingere e non era “nero”; vi starete chiedendo il perchè di quest’ultima considerazione, perchè in qualche modo c’entra, serve a capire l’importanza che Guthrie ha avuto in tutta la successiva evoluzione della musica ma come spesso accade è necessario arrivarci per vie traverse. La miseria si sa, accomuna un pò tutti, non fa distinzioni, non guarda in faccia nessuno, né tantomeno il colore; i “neri” avevano il blues, ma non era nato come forma di protesta (non potevano protestare), oltre che ad essere una suono, un canto, il blues era più un “codice segreto” fatto di allusioni, doppi sensi, incomprensibile per i “bianchi”, ancora relegato a musica “nera per neri”. Woody non suonava ovviamente blues (ha scritto sporadicamente qualche pezzo blues, forse fra i suoi lavori più interessanti, ma non era il suo “linguaggio” e lo sapeva), suonava un folk country nella migliore e classica tradizione americana, un suono molto scarno, aspro, povero di armonizzazioni, ma Woody aveva un dono, sapeva guardarsi intorno e “lontano”; da un punto di vista musicale non ha inventato niente di nuovo ma compositivamente, a livello di scrittura, si; aveva scelto di schierarsi dalla parte degli ultimi, di tutti quei disperati, bianchi o neri, che non avevano voce, diritti, possibilità, e lui, e la sua chitarra, ne diventarono il megafono, il riscatto, una coscienza collettiva e una eredità per tutta la musica a venire; senza Woody Gothrie sarebbe stato lo stesso? Non lo sappiamo; c’è stato e questo ha fatto la differenza, il resto sono chiacchiere. Non abbiamo scelto un album in particolare perchè ci siamo accorti che sono tutti troppo dispersivi, segnati da epoche e necessità diverse, le “raccolte” ancora peggio, preferiamo segnalarvi solo alcune tracce, presumibilmente (secondo il nostro umile ed inutile parere) le più musicalmente interessanti e che magari possano stuzzicarvi l’interesse verso un artista che se oggi può sembrare “datato” lo è solo “musicalmente” ma non a livello di messaggio che resta quanto mai attuale. This Land Is Your Land è forse e giustamente il suo brano più conosciuto, il testo è veramente bello “This land is your land, this land is my land, From California to the New York island, From the redwood forest to the Gulf Stream waters, This land was made for you and me”, musicalmente e compositivamente è già un folk un pò più evoluto, sempre scarno ma di buon effetto; 1913 Massacre, il racconto di quello che è accaduto la notte di natale a Calumet, Michigan, prendetevi il tempo necessario per leggere il testo perchè non è solo musica, anzi, è prima di tutto la denuncia di un sistema che proteggeva (niente di nuovo) i potenti; c’è la struggente Hobo’s Lullaby, “So go to sleep you weary hobo, Let the towns drift slowly by, Listen to the steel rails hummin’, That’s a hobo’s lullaby” e Mean Talking Blues o la stessa Talking Hard Work con il loro cantato in stile “parlato” (un folk rap?), c’è la bellissima ballata dalle atmosfere blues di Goin Down The Road Feelin Bad e il crescendo di Railroad Blues ma anche la splendida Cocaine Blues; fra i pezzi strumentali non possiamo non citare la bellissima 900 Miles introdotta prima lentamente dalle note di un violino ma che poi esplode in un crescendo ritmico di grande intensità; qua e la alcuni pezzi di vero e profondo blues come Guitar Blues, Dust Bowl Blues, Blowin Down This Road, Dust Pnemunonia Blues, Bad Lee Brown, l’amara Stackolee o il folk blues di Slipknot; potremmo continuare all’infinito ma quello che ci preme parlando di Woody Guthrie è che dietro ad ogni brano, ad ogni nota, per quanto alle volte possa sembrare “semplice”, c’è una storia fatta di vita e di persone, reali, quasi mai (o mai, ma potremmo anche sbagliarci) che riguardassero la sua vita personale (affettiva), storie di sconfitte, diseguaglianze, miserie economiche ed umane (di conseguenza), storie di vagabondaggi, di polvere, di una libertà tanto agognata quanto illusoria; sempre dalla parte degli ultimi, degli oppressi, di chi non si poteva difendere, un lascito enorme, spesso e purtroppo solo a parole (di comodo); noi di Roots! gli abbiamo dedicato un articolo, parziale, imperfetto, speriamo vero, nessun omaggio, solo il minimo che potessimo fare.

Un giorno ne ho avuto abbastanza e ho scelto la strada, era il 1927”  W.G.

Se volete approfondire questo è il sito ufficiale.

https://www.woodyguthrie.org

 

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