Roots! n.520 settembre Us And Them – …And I Observed The Blue Sky

Us And Them - ...And I Observed The Blue Sky

Us And Them – …And I Observed The Blue Sky

(2022, Withdrawn Music 006)

by Tommaso Salvini

Sottili trame eteree tenute insieme da una forza che non è quella di gravità; tanto son sottili, quasi inconsistenti, invisibili ad occhio nudo che la nostra atmosfera le disintegrerebbe. Fluttua nello spazio, dove gravità non esiste, …and I Observed the Blue Sky degli Us And Them e al solo spazio remoto, infinito, di diritto appartiene. Fende il tempo, le ere geologiche, proviene da non si sa dove e si proietta in un altrettanto aliena dimensione. Dischi così non hanno età, non sono databili, non ci si può permettere in nessun modo di catalogarli come un qualcosa che sia al passo coi tempi oppure no; sarebbe una prova di cattivo approccio e nient’altro. Ci si può solo rilassare e abbandonare di fronte al paesaggio sonoro, carico di suggestioni ma squisitamente scarno e minimale nei suoni e nelle soluzioni di arrangiamento, che gli svedesi hanno dipinto per noi. Volendolo giudicare con orecchio distratto parrebbe una classica raccolta di folk svedese: una chitarra acustica a fare da riferimento continuo e tutta una serie di strumenti a girare intorno senza mai pestarsi i piedi fra loro, facendo sempre largo alla splendida, enfatica, struggente, tragica voce femminile. Ma vuoi l’idioma inglese scelto e vuoi pure che un ascolto distratto certo non lo meritano, questo disco pare attingere da altro e vi attinge con garbo, gusto e, quindi, senza farsene troppo accorgere: echeggiano qua e là, ma rimanendo sempre ben camuffati dietro gli alberi delle foreste svedesi, il più dolce Neil Young di Time Fades Away, il Mount Eerie più mesto e desolato di A Crow Looked At Me (per citare uno che, comunque, a suo tempo, se ne andò a sciacquare i panni in Scandinavia) e i Midlake di quel mezzo capolavoro che è The Courage Of Others (anche loro, comunque, in quel disco attinsero molto dalla tradizione folk scandinava). Anche quando si danno una botta di ritmo, come in In Bode (brano dove rinunciano a delle percussioni appena accennate o addirittura assenti come nella maggioranza dei precedenti e successivi pezzi di questo disco, in favore di una batteria vera e propria) non tradiscono la loro natura da menestrelli di tempi eterni ed incalcolabili: quelle melodie pagane, altere, immutabili, permangono e non cedono; non si stancano mai di essere se stessi e fanno bene. Il brano in questione ha il difficile, compito di scuotere il disco senza snaturarlo e, va detto, ci riesce: quando si torna su atmosfere eteree e ambientali con la canzone che da il titolo al disco, non si avverte nessun fastidio ne senso di incoerenza. Si diceva della chitarra acustica utilizzata come unico passe-partout per l’intero disco, ma questo forse non ne descrive abbastanza la bontà: gira, si alterna, si spezzetta, fraseggia, si fa cascata di note e sa come ridursi al minimo nei rari episodi (la già citata In Bode e A Blessimg Or A Curse) dove il gruppo accoglie una batteria vera e propria: arpeggia e non troneggia, sostenendo i vocalizzi pagani e dolcemente eretici della cantante. Un lavoro di arrangiamento e di scrittura veramente encomiabile e scaltro che segna indissolubilmente la buona riuscita del disco; un disco da ascoltare in momenti particolari, per chi, come me, non è nordico ma latino: sul fare del tramonto, con le fronde degli alberi che si si muovono lente, spinte da un refolo di vento chiamato a fare da ricamo alla fine di un altro giorno. La pace, la quiete, al termine dell’ennesima battaglia routinaria, liberi da orari, appuntamenti e sorrisi di circostanza. Anche per oggi ce l’abbiamo fatta e da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

English version….

Us And Them – … And I Observed The Blue Sky

(2022, Withdrawn music 006)

by Tommaso Salvini

Subtle ethereal webs held together by a force other than gravity; they are so subtle, almost inconsistent, invisible to the naked eye that our atmosphere would disintegrate them. It floats in space, where gravity does not exist, … And I Observed the Blue Sky by Us And Them and belongs to the only remote, infinite space by right. It splits time, the geological eras, comes from no one knows where and is projected into an equally alien dimension. Disks like this have no age, they cannot be dated, we cannot afford to catalog them in any way as something that is in step with the times or not; it would be evidence of bad approach and nothing else. You can only relax and abandon yourself in front of the soundscape, full of suggestions but exquisitely thin and minimal in the sounds and in the arrangement solutions, which the Swedes have painted for us. Wanting to judge it with a distracted ear it would seem a classic collection of Swedish folk: an acoustic guitar as a continuous reference and a whole series of instruments to go around without ever stepping on each other, always making way for the splendid, emphatic, poignant, tragic voice. female. But you want the English language chosen and you also want that a distracted listening certainly does not deserve it, this record seems to draw from something else and draws from it with grace, taste and, therefore, without being too aware of it: they echo here and there, but always remaining well disguised behind the trees of the Swedish forests, the sweetest Neil Young of Time Fades Away, the saddest and most desolate Mount Eerie of A Crow Looked At Me in Scandinavia) and Midlake of that half masterpiece that is The Courage Of Others (they too, however, in that record drew a lot from the Scandinavian folk tradition). Even when they hit the rhythm, as in In Bode (a song where they renounce the percussion just hinted at or even absent as in most of the previous and subsequent pieces of this record, in favor of a real drums) they do not betray their nature of minstrels of eternal and incalculable times: those pagan melodies, proud, immutable, remain and do not yield; they never tire of being themselves and they do well. The song in question has the difficult task of shaking the disc without distorting it and, it must be said, it succeeds: when you return to ethereal and environmental atmospheres with the song that gives the title to the disc, there is no annoyance or sense of incoherence. It was said of the acoustic guitar used as the only passe-partout for the entire record, but this perhaps does not describe its goodness enough: it turns, alternates, breaks up, phrases, cascades of notes and knows how to reduce to a minimum in the rare episodes (the aforementioned In Bode and A Blessimg Or A Curse) where the group welcomes a real drums: arpeggiates and does not dominate, supporting the pagan and sweetly heretical vocalizations of the singer. A truly commendable and shrewd arrangement and writing work that indissolubly marks the success of the album; a record to listen to in particular moments, for those who, like me, are not Nordic but Latin: on the making of the sunset, with the leaves of the trees that move slowly, pushed by a gust of wind called to make embroidery at the end of another day. Peace, quiet, at the end of yet another routine battle, free from timetables, appointments and occasional smiles. We did it again today and at Roots! it’s all and as always good listening (here or here).

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