Roots! n.255 agosto 2021 UFO

UFO-Phenomenon

UFO-Phenomenon

by Simone Rossetti

Ritorno Al Futuro? Non proprio, se va bene è un ritorno all’oblio e di quelli tosti, stiamo parlando degli UFO, band formatasi sul finire degli anni 60 in quel di Londra ma che malgrado un successo più che altro di nicchia ebbe una grande influenza sulla nascente scena NWOBHM ancora ben di là a venire. Questo Phenomenon pubblicato nel maggio del 1974 per la Chrysalis Records fu il loro terzo album in studio e forse il loro “capolavoro”, per molti hard rock per noi rock, anzi, classic rock ma si tratta pur sempre di personali e discutibili punti di vista; una cosa è certa, un rock di quello genuino, vero, semplice ed onesto come forse (ce lo mettiamo ma non ci crediamo) oggi non esiste più e del quale ci siamo, giustamente o meno, dimenticati. Una storia lunghissima quella degli UFO che fra cambi di formazione, pause e tour di addio arriverà fino ai giorni nostri, 22 album in studio, una quantità infinita di live e compilation varie, cosa non da tutti, forse “vecchia” ma tanto di cappello. Noi invece ci fermiamo qui, a questo 1974, i loro due precedenti album, UFO 1 del 1970 e UFO 2: Flying del 1971, seppur interessanti passarono del tutto inosservati, la svolta avvenne con l’entrata in formazione dell’allora chitarrista degli Scorpions Michael Schenker (in sostituzione di Mick Bolton) che andrà così ad affiancare Pete Way al basso, Andy Parker alla batteria e Phil Mogg (mente e cuore degli UFO ancora oggi) alla voce; parliamoci chiaro, Phenomenon non è certo un capolavoro ma è un “bellissimo” album, il perchè delle virgolette è semplice, perchè è un bellissimo album rock sempre che questo, oggi, possa ancora voler dire qualcosa, probabilmente no. Per comprendere ed apprezzare al meglio questo lavoro è interessante dare un’occhiata agli album rock che uscivano in quegli anni, c’erano i Deep Purple con Stormbringer ma era un suono già tipicamente hard rock, c’era il southern rock dei Lynyrd Skynyrd, il rock californiano degli Eagles, gli Yes ma questi erano già “altro”, gli America, c’era la genialità folle di Frank Zappa con Apostrophe ed ancora i Jethro Tull con War Child, i Poco, gli Status Quo, una la lista che ovviamente sarebbe lunghissima; Phenomenon aveva qualcosa di diverso, sempre e comunque rock ma con un approcciocompositivo più “spinto”, basta ascoltare i riff iniziali di Oh My dal ritmo serrato che si risolveranno in un bel refrain ma è nel ponte strumentale lasciato alle note della chitarra di Schenker che verrà fuori qualcosa di “nuovo”, diverso; si prosegue con Crystal Light una malinconica e dolce ballata elettroacustica veramente bella, niente di nuovo si dirà ma provate a “pensarci sopra” le sonorità più dure del primo heavy metal e vi si aprirà un mondo. Doctor Doctor è un capolavoro, infinitamente piccolo ma di enorme spessore, già l’intro, morbida, eterea, quasi “epic” poi l’incalzare granitico della sezione ritmica ed i riff di chitarra lanciati ormai verso altri e lontanissimi lidi, se non è metal questo io sono babbo natale ed il mio cane una renna, tanta roba (ovviamente non io né il mio cane). Space Child è un’altra ballata dai toni folk epici dove risalta la splendida voce di Mogg ed un lungo solo sempre di Schenker, Pinkfloydiano, immenso; più dura Rock Bottom, praticamente un classico di stampo HM (e siamo solo nel 1974) con una prima parte tutto sommato non imprescindibile ma è nella seconda parte che spiccherà finalmente il volo per non tornare mai più e qui va detto, non ce n’è per nessuno, potente, dolce e violenta insieme e poi quel solo finale di chitarra in un crescendo da brivido che ancora oggi brilla come una stella di luce propria. C’è ancora tempo per altre due ballate, Too Young To Know e Time On My Hands, belle e di grande classe ma soprattutto quanto rock e quanta storia. Built For Comfort è un bel pezzo di hard-blues elettrico ma non imprescindibile così come la strumentale ed atmosferica Lipstick Traces (non imprescindibile non vuol dire che sia “brutto”, tutt’altro, forse solo “minore”) mentre a chiudere l’album ci penserà un’altra piccola gemma, Queen Of The Deep dalle iniziali atmosfere sognanti che lasceranno il posto ad un hard rock di grande scuola. Nessuna nostalgia, qui guardiamo ad un domani nella speranza, probabilmente vana, che sia migliore ma è bello riscoprire certi suoni, tornare a respirare profumi e sapori prima che svaniscano inghiottiti da un inevitabile oblio, perchè così è e così andrà; gustatevi questo attimo finché vi sarà ancora possibile tanto a farvi tornare con i piedi per terra ci penseranno questo presente ed i soliti noti. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).     

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