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Roots! n.125 marzo 2021

Tytus-Rain After Drought

Autore: Tytus

Titolo: Rain After Drought

Tracks: 01 Disobey – 02 The Invisible – 03 The Storm That Kills Us All – 04 Our Time Is Now – 05 The Dark Wave (Hits The City) – 06 Death Throes – 07 Rain After Drought pt.1 – 08 Rain After Drought pt.2 – 09 Move On Over – 10 A Desolate Shell Of A Man

Anno: 2019

Genere: Heavy metal

Città: Trieste

Componenti: Mark SimonHell (chitarra), Llija Riffmeister (chitarra, voce), Markey Moon (basso e cori), Frank Bardy (batteria)

Etichetta: Fighter Records

Formato: Vinile, CD, digitale          

Sito web: http://www.tytus.it/website/

Tytus-Rain After Drought

by Simone Rossetti

Era il 14 aprile del 1980 quando uscì l’omonimo album degli Iron Maiden (ne parliamo qui), da quel giorno il rock non fu più come lo conoscevamo fino ad allora, non solo il rock, anche il nostro vivere quotidiano, anche noi stessi. Siamo nel 2021 e di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, il mondo intorno a noi è cambiato così come è cambiato l’Heavy metal, quello vero (lo sappiamo, un azzardo), quello conosciuto (e riconosciuto) universalmente come NWOBHM (New Wave Of British Heavy Metal), Iron Maiden, Def Leppard, Venom, Raven, Motorhead, Saxon, Judas Priest, Diamond Head, solo per citarne alcuni, poi il “nuovo”, un fiume in piena nei suoi mille rivoli e sottogeneri (più o meno validi), soprattutto una musica nel suo divenire. Nostalgici? No, non qui su Roots! ma dietro questo suono c’è una storia, probabilmente un presente e forse un futuro. I Tytus non sono una cover-band (per queste cercate altrove, senza offesa ma ognuno fa le proprie scelte), band triestina dedita al sacro fuoco del metal, si, una band di metallari duri e puri; voce, 2 chitarre, basso e batteria, nessuna concessione a sonorità più moderne od artefatte, nessuna deriva di genere, nessun compiacimento, si pesta duro e lo si fa bene, come è giusto che sia, non tutti i brani di questo Rain After Drought sono al medesimo livello compositivo (lo diciamo perchè oggi dove tutto è inutilmente “pompato” potrebbe sembrare una cosa “strana”) ma è così che un album dovrebbe scorrere, nella sua naturalezza, con pregi e difetti. I Tytus non sono gli ultimi arrivati, una lunga storia alle spalle che risale agli inizi degli anni 2000, diversi Ep ed album alle spalle ed una serie di concerti e riconoscimenti un pò in tutto il mondo; anche se non lo sono più sembrano ancora dei ragazzini con la semplice voglia di salire su un palco e suonare metal (cosa che fa meglio di tanti “performanti” psicofarmaci più o meno legalizzati) ed alla fine è un bel sentire, qualcosa che fa bene ma non saremo noi a spiegarvene il motivo, accendete il vostro impianto stereo a palla e capirete il perchè da soli. Pubblicato nel 2019 per la Fighter Records e suonato in modo davvero impeccabile (brutto da dirsi ma quando ci vuole ci vuole) ma cosa più importante suonato in modo genuino, semplice, senza innaturali forzature per cercare di renderlo più moderno ed “attuale”, è metal, anzi, Heavy metal, e potete andarne fieri (se poi disprezzate questo genere sappiate che qui su Roots! non diamo mai niente per scontato). E si parte subito con la traccia che apre questo lavoro, Disobey, miele per le orecchie perchè se qualcosa ha ancora un senso passa anche da questi suoni, breve introduzione melodico-acustica che poi lascerà il posto ai riff delle due chitarre e ad una sezione ritmica devastante, siamo in territori primi/secondi Iron Maiden (che personalmente ritengo i migliori) ma con un’attitudine più classicamente heavy (Def Leppard, Judas Priest), con splendidi inserti armonici che vi faranno venir voglia di rispolverare il buon vecchio e mai dimenticato chiodo (non temete, è cosa buona e giusta), a seguire l’altrettanto incendiaria The Invisible, velocità spinta ai limiti di un primo trash ed un  refrain di grande impatto che sa come fare male (cioè bene), una “naturale spontaneità” dietro la quale si cela un lavoro fatto di passione e sudore con variazioni cromatiche e cori mai lasciati al caso e l’interazione fra le chitarre di SimonHell e Riffmeister semplicemente perfetta, si, è un gran bel sentire (e senza bisogno di essere nostalgici). E sempre per restare su atmosfere come “dio comanda” c’è la tiratissima The Dark Wave (His The City) con le due chitarre gemelle iniziali da antologia ma è tutto il brano che vola altissimo come in assenza di gravità (ascoltatevi il cambio di tempo che farà da ponte alla seconda parte quando il brano tornerò su velocità tipicamente NWOBHM riprendendo il tema iniziale); poi arriva anche il pezzo che speravamo di ascoltare (quello che non ci aspettavamo ma che in fondo volevamo), Rain After Drought parte prima (strumentale) e parte seconda, che dire, tanto di cappello, qui c’è quel tassello mancante fra ieri, oggi e domani, quello che permette un “seguito”, quelle radici indispensabili per andare oltre questo fottuto presente. Bene, noi ci fermiamo qui e lasciamo a voi il piacere di scoprire il resto, la lista della spesa qui non la troverete, non consigliamo né suggeriamo, parliamo di musica e nel nostro piccolo recensiamo; Rain After Drought non è un capolavoro ma è onesto fin nel midollo, trasuda una passione quasi “innaturale”, è quella cenere ancora ardente che non ne vuole sapere di spegnersi, sempre alimentata dallo stesso sogno. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).  

 

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