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Roots! n.119 marzo 2021

Tom Waits-Bone Machine

Tom Waits-Bone Machine

by Simone Rossetti

Non temete, non morde, almeno non nel senso classico; Tom Waits è Tom Waits e qui potremmo anche concludere tanto qualsiasi altra parola sarebbe superflua ma poi cosa vi lasciamo da leggere? Tom Waits è la sua musica, una discografia sconfinata sempre in bilico fra jazz, blues, folk, musica da strada, istinto, un semplice narratore di storie, un poeta delle nostre umane miserie; nelle sue parole non c’è alcun riscatto, forse nemmeno il suo desiderio, si vive dalla parte sbagliata (una delle tante) e questo è quanto ma se un riscatto non è possibile allora che ci sia almeno “dignità”, sommessa poesia. Bone Machine è solo un assaggio di Tom Waits ma ci ritorneremo su perchè la vita ed il suo scorrere hanno le loro esigenze, le loro necessità; quello che vi aspetta con l’ascolto di questo album sarà una discesa negli inferi (umani), un blues satanico, uno spiritual perverso e malato, un suono scarnificato e destrutturato ridotto all’osso, una voce che sa essere “demoniaca” o “angelica” ma anche laddove le melodie si addolciscono e si fanno più malinconiche non ci sarà alcun paradiso ad attenderci ma ce lo racconta con una delicatezza, una poesia, un saper scavare dentro l’animo umano che è pura arte. Siete su Roots! dove cerchiamo di evitare le solite recensioni didattico-referenziali, qualche volta ci riusciamo, altre ci andiamo vicino, più spesso no ma è un rischio da correre, anche questo un modo per imparare, per inventarsi una lettura diversa, suonare un semplice blues ma come lo farebbe Tom Waits; “Eppure un blues è sempre un blues!”, verissimo, allora provate a digerire la bellissima Jesus Gonna Be Here, è qui che l’ascolto (ed una sua lettura) si fanno interessanti, oltre qualsiasi schema predefinito, convenzione o regola, “Well, Jesus will be here, be here soon, he’s gonna cover us up with leaves, with a blanket from the moon, with a promise and a vow, and a lullaby for my brow, Jesus gonna be here, be here soon”; se non siete ancora convinti lasciatevi trasportare dalle note demoniache di Goin’ Out West, un ReB sporco e grezzo, una discesa dentro un inferno senza salvezza ma quanto immenso fascino “I’m gonna drive all night, take some speed, i’m gonna wait for the sun, to shine down on me, i cut a hole in my roof, in the shape of a heart, and i’m goin’ out west, where they’ll appreciate me, goin’ out west, goin’ out west” e siamo solo all’inizio. Bone Machine è un album del 1992 e, se non lo avete ancora capito, è un album nel quale merita “entrarci” dentro, perdersi come unica via d’uscita; lasciatevi cullare dalla conclusiva That Feel, una malinconica e sbilenca ballata dove l’umano vivere si riassume in quella “strana sensazione” che non ti abbandona mai “But there’s one thing you can’t do, is lose that feel, you can throw it off a bridge, you can lose it in the fire, you can leave it at the altar, but it will make you out a liar, you can fall down in the street, you can leaveit in the lurch, well you say that it’s gospel, but i know that it’s only church, and there’s one thing you can’t lose, and it’s that feel, it’s that feel”; è lo stesso Waits che vi prenderà per mano accompagnandovi nei suoni caldi e umidi di Black Wings, talmente bella che cercare una via d’uscita non avrà più alcun senso, così come nel contorto e deviato blues di Murder In The Red Barn con il suo semplice quanto intrigante refrain e le note di un banjo maledette fin dentro l’anima, ma c’è ancora il tempo per gustarsi la bellissima Dirt In The Ground, uno spiritual senza tempo con la voce “roca e sgraziata” di Waits che qui raggiunge livelli di intensità altissimi, ma che ve lo diciamo a fare, questa è la sua voce; e c’è A Little Rain, un’altra malinconica ballata nel suo stile più classico, solo piano, basso e voce, è quando il pubblico se n’è andato e si suona solo per se stessi, per la nostra anima, per quello che è stato e che non è stato. L’album presegue ma noi ci fermiamo qui, non abbiamo volutamente seguito l’ordine dei brani né alcun senso logico, siamo andati a caso, di pancia, scoprire questo Bone Machine nella sua interezza sarà solo una vostra scelta; vi lasciamo così, in balia di queste note ma non temete, con Tom Waits sarete in buone mani.

What does it matter, a dream of love, or a dream of lies, we’re all gonna be in the same place, when we die, your spirit don’t leave knowing, your face or your name, and the wind through your bones, is all that remains, and we’re all gonna be, we’re all gonna be, just dirt in the ground” (da Dirt In The Ground)

Da Roots! è tutto e come sempre un buon ed infinito ascolto. Qui e qui

 

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