Roots! n.516 agosto 2022 The Last Poets – Chastisment

The Last Poets - Chastisment

The Last Poets – Chastisment

(1972, Blue Thumb Records)

by Simone Rossetti

Fine anni ’60, New York City, East Harlem, un quartiere, una strada, un marciapiede; i Last Poets nasceranno qui, un collettivo-ensemble di poeti, musicisti ed attivisti afroamericani (come pensiero più vicini ad un Malcom X piuttosto che ad un Martin Luther King ma su questo preferiamo lasciarvi liberi di un vostro “sentire”), precursori indiscussi dell’hip-hop….aspettate un attimo, si è vero, è una musica profondamente “nera”, come contesto, come consapevolezza, “figlia di un suo tempo e di un luogo” verrebbe da dire…no, a parte il fatto che da quel lontano 1972 non è cambiato praticamente un cazzo ma non è che qui “in casa nostra” sia poi tanto così diverso (la storia ed un quotidiano misero vivere sono qui a ricordarcelo)…..perché non è, e non lo sarà mai, una questione di “colore” ma di un semplice essere “diversi”, il come o un dove non hanno importanza, se il “problema” non sarà il colore sarà altro…ma statene pur certi che lo troveranno. Un sound che nel corso degli anni si è ovviamente evoluto fino ai giorni nostri (ascoltate questo Chastisment solo come un divenire) ma sempre restando ostinatamente fedeli alle proprie radici afro/black…..forse non sarà il loro album “migliore” ma ha un respiro, una poesia, una consapevolezza ed un limpido osare che sono davvero cosa rara; fra jazz (free), blues, afro-music, spoken word (alle voci Monjile, Okantomi, Olubiji, Alafia Pudim e Suliaman El-Hadi), storia, narrazione di un vivere e di un non mollare…..sicuramente ostico (più come approccio mentale che altro) ma un grande album, un piccolo capolavoro che porterà il jazz ed uno “style” definitivamente “oltre”. Tribute to Obabi (Ogun), e qui dimenticatevi Harlem, dimenticatevi New York, dimenticatevi una strada, questo è il ritmo ed il suono di un continente (quello africano) dal quale avremmo molto, ma molto, da imparare, un canto, una preghiera, percussioni tribali e poi il sax “Coltraniano” di Sam Harkness….vabbè, un sentire talmente diverso che non pretendiamo sia di vostro gradimento ma dategli una possibilità, datevi una possibilità …Jazzoetry, jazz e poesia, spoken word, hip-hop sopra una base jazzata, Harlem 1972…..Black Soldier (vi ricorda nulla??…nel caso riguardatevi Full Metal Jacket di Stanley Kubrick), si torna su atmosfere più hip-hop con E Pluribus Unum ed Hands Off ed ancora ritmi afro a scandire il tempo di Before The White Man Came ma la ciliegina sulla torta sarà la conclusiva Bird’s Word, un “elenco” di tutti, ma proprio tutti, i più grandi nomi del jazz, un tributo a chi questa musica (e vita) l’ha suonata, vissuta ed in molti casi smarrita. Che dire, oggi si ascolta altro e questa musica sembra (vi sembrerà) arrivare direttamente da un oblio perso chissà dove…non ha importanza, strappatela a quell’oblio e godetene (ma soprattutto condividetela)….è gioia. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

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