roots! n.134 marzo 2021

The Honkies-How Do We Prevent The Advance Of The Desert?

Autore: The Honkies

Titolo: How Do We Prevent The Advance Of The Desert?

Anno: 2017

Genere: jazz, free-jazz, punk, avant-garde, contemporary music

Città: South London

Componenti: Kathy Hulme (sax, cello, voce), RE Harrison (batteria, percussioni, trombone, voce), Caroline Kraabel (sax, voce), Andy Diagram (tromba, voce)

Etichetta: Music à la Coque   

Formato: CD, digitale                   

Sito web: https://andydiagram.com/prevent-advance-desert/

The Honkies-How Do We Prevent The Advance Of The Desert?

by Simone Rossetti

Giocare con la musica e le sue note, senza inibizioni, senza seguire schemi standardizzati, spingendosi ben oltre la classica forma canzone strofa-ritornello-strofa; lasciare che melodia, ritmo ed armonia esplodano in tutta lo loro violenza “luccicante” ed imprevedibile, totalmente fuori controllo e proprio per questo non classificabile, etichettabile, una musica (un approccio) non ancora asservita alle esigenze ed ai compromessi che richiede il sistema (musicale e non). I londinesi The Honkies riescono (brutta parola, meglio dire semplicemente “sono”) in questo, che poi piaccia o meno è un altro discorso ma scegliere di avvicinarsi a questo “gioco” è già di per se un liberarsi da tutti qui vincoli mentali che ci tengono ingabbiati a schemi di pensiero prefissati; How Do We Prevent The Advance Of The Desert?, secondo album pubblicato in un ormai remoto 1989 (in vinile) ma oggi disponibile anche in digitale grazie ad una piccola etichetta italiana, l’ottima Music à la Coque (l’etichetta più lenta e silenziosa d’Italia tutta, non lo diciamo noi, c’è scritto sul loro profilo); il nostro dubbio era dove inserire questo lavoro, fra le WHAT’S NEWS? o gli OLD ALBUMS? Un problema che non si pone visto che questa musica trascende dallo scorrere del tempo in quanto è prima di tutto “approccio”, sarebbe come dire che il jazz di Ornette Coleman è vecchio, sbagliato, potrebbe “forse” diventare vecchia un’idea, uno stile, un genere ma non il “come” ci si avvicina e si “sente” la musica, va da se che lo inseriremo fra le “News” ma torniamo a questo lavoro; un suono irriverente, funambolico, contorto, visionario, che spazia da un free jazz con attitudini punk a reading poetry collettivi fino al suono delle vecchie street band di New Orleans, il tutto in totale libertà, in assenza di gravità. 13 tracce che non avrebbe alcun senso recensire singolarmente in quanto inscindibili da quel “tutto” che è questa musica e la sua percezione, qui su Roots! recensiamo, “vero”, ma visto che soprattutto parliamo di musica ci lasceremo guidare dalla pancia e dall’istinto (come sempre), se poi cercate altro sappiate che ci sono anche “quelli bravi ed autorevoli”. Che dire della splendida By The Side? Forse il brano che rappresenta al meglio questa moltitudine di influenze e colori, una sezione fiati ed una ritmica che destrutturano la “consueta” forma per crearne una nuova volutamente “sbilenca”, impercettibile, folle, eppure un gran sentire; c’è il bellissimo intro di Old Men Don’t Want To Die in pieno stile compositivo jazz (Max Roach?), un pezzo arioso che poi si svilupperà su atmosfere più dure ed imprevedibili; A Spell In The Army non può non ricordare certe soluzioni melodiche di Eric Dolphy ma poi volerà oltre in un jazz multiforme che non ne vuol sapere di accontentarsi delle classiche soluzioni ma procede in un mutare continuo perdendo (e facendoci perdere) qualsiasi punto di riferimento; se poi non vi basta ascoltatevi la dis-armonica irruenza di I Carried My Dancing Shoes In My Gas  Mask Case dove suoni, voci, rumori, percussioni si rincorrono come in un circo dell’assurdo, talmente stramba, sbilenca e surreale da essere geniale, così come la breve The Truth About Me intrisa di una malinconia oscura eppure così viva  o l’incedere maestoso di This Must Never Happen Again con una sezione fiati che vi strapperà l’anima riportandola ad una sua dimensione più vera, naturale e reale. Come questo sia possibile non è dato saperlo ma non è importante, quel poco che “sappiamo” è che questa musica è “oggi e domani”, è intuizione e coraggio, è ostinazione, è quel respiro naturale che abbiamo smarrito insieme alla voglia di giocare; da Roots! è tutto, a voi il piacere di scoprire il resto, ovviamente quando e se vi andrà, qui. Buon ascolto.

 

The Honkies-How Do We Prevent The Advance Of The Desert? 

by Simone Rossetti

Translated by Queen Lady

Playing with music and its notes, without inhibitions, without following standardized patterns, going far beyond the classic verse-chorus-verse song form; let melody, rhythm and harmony explode in all their “glittering” and unpredictable violence, totally out of control and for this reason not classifiable, labelable, a music (an approach) not yet subservient to the needs and compromises that the system requires ( musical and otherwise). Londoners The Honkies succeed (bad word, better to simply say “I am”) in this, whether we like it or not is another matter but choosing to approach this “game” is already in itself a liberation from all mental constraints that they keep us trapped in fixed thought patterns; How Do We Prevent The Advance Of The Desert? second album released in a now distant 1989 (on vinyl) but now also available digitally thanks to a small Italian label, the excellent Music à la Coque (the slowest and quietest label in Italy, we don’t say it, it says on their profile); our doubt was where to include this work, among the WHAT’S NEWS? or the OLD ALBUMS? A problem that does not arise since this music transcends the passage of time as it is first of all “approach”, it would be like saying that Ornette Coleman‘s jazz is old, wrong, it could “maybe” become an old idea, one style, a genre but not the “how” you approach and you “hear” the music, it goes without saying that we will insert it in the “News” but let’s go back to this work; an irreverent, acrobatic, twisted, visionary sound, ranging from free jazz with punk attitudes to collective reading poetry to the sound of old New Orleans street bands, all in total freedom, in the absence of gravity. 13 tracks that would make no sense to review individually as they are inseparable from that “whole” that is this music and its perception, here on Roots! we review, “true”, but since above all we talk about music we will let ourselves be guided by the gut and instinct (as always), if you are looking for more, know that there are also “good and influential ones”. What about the gorgeous By The Side? Perhaps the piece that best represents this multitude of influences and colors, a wind section and a rhythm section that deconstruct the “usual” form to create a new one deliberately “lopsided”, imperceptible, crazy, yet a great feeling; there is the beautiful intro of Old Men Don’t Want To Die in full jazz compositional style (Max Roach?), an airy piece that will then develop on harsher and more unpredictable atmospheres; A Spell In The Army cannot fail to remember certain melodic solutions by Eric Dolphy but then will fly further in a multiform jazz that does not want to be satisfied with the classic solutions but proceeds in a continuous change losing (and making us lose) any point of reference; if that’s not enough, listen to the dis-harmonic impetuosity of I Carried My Dancing Shoes In My Gas Mask Case where sounds, voices, noises, percussions chase each other as in a circus of the absurd, so weird, lopsided and surreal to be brilliant, as well as the short The Truth About Me steeped in a dark yet so alive melancholy or the majestic gait of This Must Never Happen Again with a horn section that will tear your soul back to its truer, natural and real dimension. How this is possible is not known but it is not important, what little we “know” is that this music is “today and tomorrow”, it is intuition and courage, it is obstinacy, it is that natural breath that we have lost together with the desire to play ; from Roots! that’s all, the pleasure of discovering the rest is up to you, obviously when and if you will, here. Have a good listening.

 

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