Roots! n.245 agosto 2021 The Doors – L.A.Woman

The Doors - L.A.Woman

The Doors – L.A.Woman

(1971, Elektra Records)

by Simone Rossetti

Potevamo scegliere fra i “migliori”, The Doors, Strange Days, Morrison Hotel ed invece abbiamo scelto il “peggiore”, ovviamente scherziamo ma c’è anche altro. Parleremo dei Doors ma non delle loro vicissitudini personali sulle quali è stato detto e scritto di tutto e di più (spesso a sproposito), quello che ci interessa è la musica e riuscire, forse, a catturarne l’attimo, il resto sono chiacchiere (tranne il suo epilogo che merita comunque rispetto). A scanso di equivoci, i Doors non erano gli Stooges, riferimento non casuale dal momento che il secondo album di questi ultimi, Fun House, uscì nel luglio del 1970 mentre i Doors pubblicarono questo L.A. Woman solo nell’aprile del 1971 ma la storia per il momento finisce qui (ne riparleremo in seguito); ultimo album in studio con ancora ed un’ultima volta Jim Morrison alla voce (se ne andrà pochi mesi dopo, era il 3 luglio in quel di Parigi, la vasca da bagno e tutto il resto). Album non imprescindibile si dirà, vero ma solo in parte, album che non avrà dei brani trainanti, “da classifica”, come Light My Fire o The End (dal loro The Doors), Love Me Two Times o People Are The Strange (da Strange Days) o Waiting For The Sun (da Morrison Hotel) ma è un album onesto, quasi sommesso, con molto blues e pervaso da un’atmosfera “incombente”, straniante. Al loro sesto album in studio potevamo pretendere di più? No, onestamente no; che poi Jim Morrison sia amato da moltissimi e stia altrettanto “sulle palle” a molti altri è cosa risaputa ma della quale non ce ne può fregare di meno, la musica è altro, un altro che in questo lavoro c’è. L.A. Woman, album “strano”, non casuale, pubblicato per la Elektra Records e dove le famose “porte della percezione” sembrano chiudersi (e di li a poco si chiuderanno definitivamente) per lasciare spazio (forse per ri-trovarsi) ad uno scarno blues ma non solo; album sottostimato all’epoca sia dalla critica che dal pubblico come lo è ancora oggi eppure, se lo si ascolta bene, un album che ha ancora qualcosa da dire; no, non siamo di parte, forse per altri gruppi si ma nel caso dei Doors proprio no. Jim Morrison alla voce, Robby Krieger alla chitarra, Ray Manzarek alle tastiere (Hammond, Fender Rhodes, piano) e John Densmore alla batteria (giusto menzionare anche la presenza in alcune tracce del chitarrista Marc Benno e del bassista Jerry Sheff), come sempre fin dagli inizi e per un’ultima volt. Album che si aprirà sulle note funky-groove di The Changeling, pezzo davvero tosto e “black” con degli improvvisi crescendo armonico-melodici che sono tanta roba, l’impressione è che le potenzialità di questo brano potevano essere sfruttate meglio ma resta comunque un ottimo pezzo; più leggere le atmosfere di Love Her Madly, una ballata elettroacustica quasi folk che nella sua semplicità è davvero un gran bel sentire (ascoltatevi la parte finale interamente strumentale). C’è il blues scurissimo di Been Down So Long, alla Muddy Waters per capirsi, grande lavoro delle due chitarrre (Krieger e Marc Benno) insieme ad una interpretazione di Morrison che tanto di cappello, pezzo non imprescendibile si dirà, alla fin fine è pur sempre e solo un blues ma perchè farsi tante menate? Già, perchè il brano a seguire sarà ancora più “nero”, ancora “più vecchio”, ancora più “malsano”, stiamo parlando di Cars Hiss By Window, blues fin nel midollo, nelle budella, i Doors che guardano indietro fino a quella terra dove tutto ebbe inizio, il Mississippi, fra campi di cotone, motel persi nel nulla, sferraglianti treni merci, storie, soprattutto storie, basta ed avanza. Più classicamente Doorsiana (ma l’inizio non potrà non rimandare al Chuck Berry di Johnny B. Goode) è L.A. Woman brano che darà il titolo all’intero lavoro e che dire, lungo e compositivamente articolato, va bene ma non oltre. E siamo al lato B che si aprirà con L’America, traccia dall’incedere marziale e straniante al quale si aggiungerà un testo molto amaro, diciamolo, non è il classico pezzo ad effetto ma è pur sempre una questione di gusti; in “aiuto” arriverà un’altra bellissima ballata folk-psichedelica dalle atmosfere dolci e malinconiche, Hyacinth House, i Doors lontani dai Doors ma molto avanti, senza eccessi, forzature, quello “strafare” che alle volte sapeva (e sa ancora) di un “troppo”, bella; e si torna nel Mississippi con una cover di Crawling King Snake del grande bluesman John Lee Hooker, piacevole ma forse bastava l’originale, più interessante è The WASP (Texas Radio And The Big Beat) che sembra voler esplodere da un momento all’altro ma non lo farà, purtroppo, accontentandosi solo di qualche variazione “folkloristica”. A chiudere il pezzo più Doorsiano dell’album e che all’epoca riscosse anche un discreto successo, Riders On The Storm, molto atmosferico, indubbiamente bello e di facile presa ma non semplice, brano che si apre e chiude allo stesso modo, con un temporale e la pioggia che cade (vi ricorda qualcosa?), nel mezzo il lento scorrere delle tastiere di Manzarek, la chitarra riverberata di Krieger e la voce calda ed intensa di Morrison. Siamo nel 1971, per molti le “porte della percezione” si erano già chiuse da tempo, per altri sarebbe stata questione di poco, gli Stooges lo avevano capito ed erano li a dimostrarlo (di porte se ne apriranno ben altre) ma questa è già un’altra storia; noi ci fermiamo qui, da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).         

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