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Roots! n.126 marzo 2021

The Dead Daisies-Holy Ground

Autore: The Dead Daisies

Titolo: Holy Ground

Tracks: Holy Ground (Shake the Memory) / Like No Other (Bassline) / Come Alive / Bustle and Flow/ My Fate / Chosen and Justified / Saving Grace / Unspoken / 30 Days in the Hole / Righteous Days / Far Away

Anno: 2021

Genere: Hard Rock

Città: Burbank, CA

Componenti: Glenn Hughes (basso, voce), Doug Aldrich (chitarre), David Lowy (chitarre), Deen Castronovo (percussioni, voce)

Etichetta: SPV

Formato: Vinile, 2 Vinile Purple , CD, MP3

Sito web: https://thedeaddaisies.com

 

The Dead Daisies-Holy Ground

by Alessio Impronta

Come può un ricchissimo imprenditore (settore aviazione), nonché pilota acrobatico soddisfare il suo sogno di suonare rock in una grande band? E’ facile: la fonda. Ed ecco la storia in due parole della nascita dei Dead Daisies, avvenuta nel 2013 per volontà dell’australiano David Lowy, appassionato chitarrista. La band, di base nei pressi di Los Angeles per quanto riguarda le registrazioni, è sempre stata una sorta di sliding door, con partecipazioni eccellenti. Un progetto basato sulla musica più che su membri fissi: un hard rock con forti richiami agli anni 70 ed 80, inizio 90. Potremmo dire idealmente, un’unione o un tentativo almeno, di conciliare i Deep Purple di Stormbringer coi Guns and Roses di Use Your Illusion I & II. Il loro esordio è appunto del 2013 con un album omonimo ed un singolo che riscosse un certo successo, Lock’n’Load con Slash come coautore ed ospite. Al primo lavoro, seguiranno tour con headliners eccellenti come ZZ Top, Aerosmith, Jane’s Addiction ed altri. Nonché un’esperienza assai importante a Cuba, dopo le distensioni politiche favorite dall’amministrazione Obama, quale prima rock band occidentale in assoluto a suonare sull’isola, con un paio di show di grande successo. Dopo vari cambi di formazione, entrate ed uscite “di richiamo” (Richard Fortus, Dizzy Reed, Marco Mendoza, Brian Tichy, John Corabi), la formazione si è ora assestata con Lowy, Doug Aldrich (chitarra, Whitesnake), Deen Castronovo (batteria e voce, Bad English ed altre mille partecipazioni) e Glenn Hughes, ovviamente basso e voce (dobbiamo citare il suo passato? No, dai…). Ad avvalorare il discorso che facevamo poc’anzi sulle radici di questo gruppo. A fine gennaio, è uscito il quinto lavoro della band, Holy Ground. Già la copertina introduce il mondo musicale che si va ad ascoltare: l’accattivante logo della band, il design curato e darkettone e l’uso sapiente…del colore viola. Ah, quando le copertine volevano dire qualcosa, quando erano già arte nell’arte e ci facevano pregustare il menù servito su un piatto nero di vinile…Il disco si apre subito con un bell’assalto sonoro, il brano che da’ il titolo a tutto il lavoro, Holy Ground (Shake The Memory). Eh sì, ci sanno fare questi Dead Daisies, in questa incarnazione più che mai. Il suono è potente, la melodia regalata a piene mani senza però scadere nello scontato o nel troppo semplice. Fra l’altro, con gli anni, Glenn Hughes pur rimanendo il grande cantante che è sempre stato, ha tagliato quegli eccessi sugli acuti, per non definirli proprio urletti, che ad alcuni – me compreso – non piacevano granchè. Il disco è un bel lavoro, scorre via benissimo senza intoppi con alcuni pezzi che emergono in particolare sugli altri, ma questo poi sarà il giudizio rimesso al gusto personale. Posso citare Come Alive, Bustle and Flow, Chosen And Justified, Saving Grace o la finale Far Away, passando anche per una bella cover, tirata e potente di 30 Days In The Hole, dei fantastici Humble Pie di Steve Marriott. Un disco di hard rock importante in tempi in cui la musica ci salva dall’oscurità del quotidiano ora più che mai, di quelli che sono destinati a durare nel tempo, di quelli che non stancano dopo pochi passaggi o che ci fanno saltare i pezzi di mero riempimento, che qui non ci sono. No fillers, si sarebbe detto qualche anno fa e lo diciamo anche adesso. A parere di chi scrive, il migliore lavoro della band, il più definito. In conclusione, la domanda che mi pongo sempre quando acquisto un disco, per riassumere la soddisfazione o la delusione ed al di la’ di intenti collezionistici o completistici è: lo ricomprerei? La risposta è sì. Buon ascolto! (qui)

 

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