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Roots! n.175 maggio 2021

The Cure-Concert: The Cure Live

The Cure-Concert: The Cure Live

by Simone Rossetti

Tre cerchi, immaginatevi tre cerchi, uno interno all’altro; il più grande è quello del periodo (chiamiamolo banalmente così) pop, iniziato nel 1984 con l’album The Top e proseguito (a fasi alterne) fino ad oggi, al suo interno un secondo cerchio, più piccolo, che va dal 1980 al 1982, il periodo così detto dark-gothic con la pubblicazione dei loro tre capolavori, Seventeen Seconds, Faith e Pornography, infine l’ultimo cerchio, il più piccolo, quasi un punto, dove tutto ebbe inizio con la pubblicazione del loro album di debutto Three Imaginary Boys, siamo nel 1979; poco distante ma esterno a questi tre cerchi un altro puntino, come un satellite, una luna nera, questo Concert: The Cure Live. Una serie di concerti registrati tra Londra e Oxford nel maggio del 1984, lo stesso mese della pubblicazione di The Top (terzo cerchio) dal quale però verranno riprese solo due tracce (Shake Dog Shake e Give Me It), i restanti brani saranno invece estratti dal secondo cerchio e dal primo; il perchè lo si consideri un qualcosa di “esterno” è una nostra personale e discutibile impressione, se si fosse trattato di un semplice live non avremmo avuto problemi ad inserirlo all’interno di quei tre cerchi, ma non lo è; è un meteorite oscuro che vi ruota intorno, non è né dark né gothic (alla fine sono sempre etichette di genere) ma ha tutta l’essenza del post-punk, un suono a tratti duro, grezzo, con distorsioni spinte al massimo ed un approccio che non fa concessioni né all’ascolto né al pubblico, un’ultima cosa, pur essendo un live riesce a mantenere quella dimensione da piccolo club, più intima, più vera, cosa che in generale è difficile ritrovare in un live. L’album si apre con Shake Dog Shake, niente a che vedere con quanto registrato originariamente in The Top, ovvio che la traccia è sempre quella ma qui è ridotta all’osso, più scarna, incisiva, severa, quello che non si trova nella traccia in studio lo si ritrova qui, segue Primary dall’album Faith intrisa di quell’essenza ed estetica post-punk che nella traccia in studio andava persa; Charlotte Sometimes è già di per se un bellissimo brano, lo era nella versione di singolo e lo è anche in questa versione riproposta live anche se con un ritmo leggermente più sostenuto, The Hanging Garden è tratta dall’album Pornography, sezione ritmica incalzante mentre la chitarra di Thompson disegna arpeggi di un entità estranea, segue Give Me It forse la più dura e disturbante, lontanissima dalla versione in studio e di grande effetto, c’è la bellissima The Walk uscita come singolo “danzereccio” ma che riproposta in questa veste ne perde qualsiasi significato; A Forest, tratta da Seventeen Seconds, conserva le medesime qualità della versione in studio se non per il suono che qui si fa più povero e minimale, c’è Saturday Night che originariamente apriva il loro primo album Three Imaginary Boys, senza nulla togliere a questa ma la versione in studio ha tutto un altro approccio, diciamo che personalmente sono molto legato al suono del loro primo album, un suono (tipicamente post-punk) che mi ha sempre affascinato in modo particolare e che successivamente andrà perso, chiude l’album Killing An Arab, fu il loro primo singolo pubblicato nel lontano 1978, questa versione live non si discosta molto dall’originale se non per un approccio diverso, più crudo, cupo e che mette maggiormente in risalto la voce di Smith, resta comunque un bel pezzo. Qui l’album si conclude ed è arrivato il momento in cui dobbiamo tirare le somme (non matematiche) di questo lavoro; è un ottimo album live ma lo diciamo senza avere le competenze necessarie da esperti di “live”, magari quelli “bravi” vi deirebbero che come live è un cesso ma qui su Roots! scriviamo e ascoltiamo di pancia, questa è la nostra bussola; la sua dimensione “esterna” rispetto alla discografia dei Cure è un qualcosa che poi spetterà solo a voi valutare, non vi troverete davanti il solito album live ma una band (Robert Smith alla voce e chitarra, Porl Thompson chitarra e tastiere, Andy Anderson alla batteria, Phil Thornalley al basso e Laurence Tolhurst alle tasitiere) che in quel preciso momento di transizione sentiva la necessità di rivendicare le proprie radici (punk), di tornare indietro, di scavare dentro al suono per riappropiarsi della propria essenza; percorso tutt’altro che facile, soprattutto mentre i tempi stavano cambiando o forse, più realisticamente, erano già  cambiati. Estremamente bello, crudo e fragile, proprio perchè indietro non si può tornare; da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).  

 

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