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Roots! n.64 dicembre 2020

The Beatersband-Vol. Due

Autore: The Beatersband

Titolo: Vol. Due

Anno: 2020

Genere: punk-rock

Città: n.d.

 

Componenti: Donatella Guida (voce, chitarra), Leonardo Serrini (basso), Francesco Tucci (batteria)

Etichetta: Hellbones Records / Area Pirata Rec

Formato: digitale, CD

Sito web: https://www.facebook.com/thebeatersvintagepunkrocknroll/

The Beatersband-Vol. Due

by Simone Rossetti

Un gruppo tutto sommato giovane (formatosi in quel di Livorno nel 2018) ma che ha già riscosso un discreto successo sia radiofonico che di critica, i Beatersband sono Donatella Guida alla voce e chitarra, Francesco Tucci alla batteria e Leonardo Serrini alla batteria, dopo un primo album Vol. Uno del 2019 rilasciano nel gennaio di questo infausto 2020 (per la Hellbones Records e coprodotto con Area Pirata Rec) il suo seguito dal titolo molto intuitivo Vol. Due; questa breve introduzione per dirvi che questi ragazzi suonano un puro e semplice punk-rock (alla Ramones per capirsi) reiterpretando esclusivamente brani più o meno famosi del passato fra i quali anche alcuni pezzi “storici” italiani. Una cosa però ve la anticipiamo subito, possono piacere a prescindere ma anche il suo opposto e non solo per una questione di gusti come si usa generalmente dire, c’è dell’altro; l’idea di riprendere brani degli anni 60 reinterpretandoli con queste sonorità più tipicamente sporche non è di per se originalissima ma questi ragazzi ci sanno fare e lo si sente, la voce di Donatella anche se non è la classica “bella voce” (per estensione e profondità) ci sta tutta e soprattutto riesce a ricreare il “climax” giusto per queste song (in alcune tracce con più naturalezza che in altre) e tutto l’album (ben curato) scorre che è una bellezza, piacevole, fluido, senza particolari sussulti, questo potrebbe essere un merito ma anche un “demerito”; prendete ad esempio la prima traccia Will You Still Love Me Tomorrow (scritta da Gerry Goffin e Carole King, 1960), ottima rilettura ma che non si discosta troppo dall’originale se non appunto per una strumentazione in questo caso tipicamente punk-rock, così come nella successiva Calendar Girl (di Neil Sedaka, 1960) o in quella che forse ci sembra la traccia più riuscita Don’t Worry Baby (Beach Boys, 1964), leggermente più veloce dell’originale, con buoni riff ed una interpretazione vocale di Donatella all’altezza del brano; c’è la carina ma senza particolari sorprese Hang On Sloopy scritta originariamente da Wes Farrel e Bert Berns e portata al successo nel 1965 dai The McCoys, meglio Maybe (singolo del 1957 delle The Chantels) dove si passa dal classico doo-wop originale ad un suono decisamente più grezzo e sporco, infine non mancano tre riletture di brani (non da poco) italiani, la prima è Pugni Chiusi del 1967 portata al successo dai Ribelli di Demetrio Stratos, se già era bella la versione originale bisogna ammettere che anche questa non scherza, potente e calda e con una ottima interpretazione vocale, la seconda è Quelli Della Mia Età (Tous Les Garcon Et Les Filles del 1963, Francoise Hardy), non imprescindibile ma è comunque simpatica, infine, terza ed ultima è Datemi Un Martello, brano portato al successo nel 1964 da Rita Pavone e che i Beatersband ripropongono in una versione forse anche migliore dell’originale. Premetto che non ho ancora avuto modo di ascoltare il Vol. Uno ma posso dirvi che questo Vol. Due è veramente piacevole, diciamo anche radiofonico e forse anche un pò “ruffiano”, non c’è niente di male in questo, la musica deve anche avere una sua leggerezza purchè sia fatta bene, il problema o quel “c’è dell’altro” a cui si accennava in precedenza è che si sente (ma è un opinione personalissima e giustamente non condivisibile) la mancanza di un pò di cattiveria in più, chiamatelo pure sudore o “spessore” o se preferite un approccio più instintivo, di pancia e meno ragionato, perchè è vero, sono tutti brani carini e ben realizzati ma la domanda che ci poniamo è cosa possono lasciare al di la di un piacevole e spensierato ascolto, ma forse è giusto così (e non è poco se si guarda a tutto il plasticume che ci circonda), il contesto e l’approccio non sono chiaramente quelli punk o hardcore e sarebbe ingiusto pretenderlo (e poi non renderebbero merito a questi brani) ad ogni modo si tratta di scelte artistiche personali che comunque meritano rispetto per il lavoro e la passione che ci sono dietro; in attesa di qualche pezzo che sia farina del loro sacco (e che pretendiamo viste le qualità) noi di Roots! vi auguriamo come al solito un buon ascolto ed in questo caso anche di gustarvelo senza troppi preconcetti perchè al di la di una qualche considerazione personale (che va presa per quel che può valere) è un album che merita e se ne parliamo su Roots! un motivo c’è.

   

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