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Roots! n.57 dicembre 2020

The Beach Boys-Pet Sounds

The Beach Boys-Pet Sounds

by Simone Rossetti

Bene, ci siamo, è arrivato anche il momento di parlare dell’album forse più incensato e discusso al mondo (forse anche più di quel Sgt. Pepper’s dei Beatles riconosciuto all’unanimità come un capolavoro), è si, perchè Pet Sounds arrivò sugli scaffali dei dischi (aimé) nel maggio del 66 mentre Sgt. Pepper’s solo l’anno successivo, nel giugno del 1967, ma c’è qualcosa che non torna, sapete bene che a noi di Roots! delle classifiche più o meno blasonate non ce ne può fregare di meno ma la rivista musicale Rolling Stone (non l’ultima arrivata) lo posiziona al secondo posto fra i 500 migliori album di tutti i tempi, e al primo posto indovinate un pò chi troviamo? Proprio quel Sgt. Pepper’s dei Beatles, lasciate perdere, le classifiche sono come un albero di natale sotto il sole della California e non siamo qui per stabilire quale sia il meglio o il peggio tra i due. Se i Beach Boys erano i Beach Boys, i Beach Boys di Pet Sounds erano Brian Wilson; c’è chi ha dedicato una intera vita allo studio di ogni singola nota, accordo, armonizzazione e sfumatura di questo album che non a caso è considerato un pò il punto 0 di tutta la musica rock e pop in divenire, tenete conto anche di un altra cosa, solo pochi mesi prima (nel dicembre del 1965) i Beatles rilasciarono l’album Rubber Soul e già qui dei cambiamenti nella classica forma canzone erano evidenti ma Pet Sounds si spinse ben oltre quello che era possibile immaginare; Phil Spector (produttore e tecnico del suono) con l’invenzione del suo “wall of sound” si può considerare un genio, Brian Wilson no ma era un visionario, nel 66 questo tipo di approccio compositivo-musicale ancora non esisteva, era impensabile (almeno nella musica rock), un azzardo totale, l’album fu osteggiato anche dall’etichetta discografica (la Capitol Records) perchè ritenuto troppo poco “Beach Boysiano” ed alla fine non è che riscosse tutto quel successo che uno si potrebbe immaginare. Noi di Roots! non siamo certo degli esperti di registrazione multutraccia e altre tecniche del suono e nemmeno ne abbiamo la pretesa, ma nemmeno ci basiamo su classifiche che lasciano il tempo che trovano, quello che ci interessa è la musica, provare a capirla (nel possibile) e a raccontarla per quel che è, oggettivamente, e speriamo onestamente, perchè Pet Sounds è un bell’album ma lo è ancor di più con un ascolto attento a tutte le sue sfumature, un album non semplice come potrebbe sembrare ad un primo ascolto ma che vi si rivelerà pienamente solo col tempo, non un capolavoro quindi ma qualcosa di più prezioso. Niente spiagge, surfing, ragazze e sole della California, qui le atmosfere sono più cupe e introspettive, i tempi stavano cambiando e Wilson lo aveva intuito, era giunto il momento di lasciarsi dietro le spalle il passato, non senza una punta di malinconia; registrazioni fiume che si protrassero per mesi nella ricerca di quella perfezione totale che ormai era solo nella testa di Wilson, oltre alle splendide armonizzazioni vocali alle quali parteciparono tutti gli altri Boys (Mike Love, Al Jardine, Bruce Johnston, Carl Wilson e Dennis Wilson), Brian Wilson reclutò anche una sezione archi ed una di fiati più una serie di strumenti inusuali (nonché elettronici), si, ma il risultato? Il risultato è nei brani che compongono questo Pet Sounds, nella loro tridimensionalità e spazialità che non hanno eguali, si ascolta e si ha davanti un “tutto” quasi da poterlo toccare, poi c’è come vedremo, la qualità delle canzoni, alcune possono piacere più di altre ma non è questo il punto. Wouldn’t It Be Nice per quanto carina è forse la più vicina al loro classico stile da spiaggia ma già si intuisce la mano di Wilson nell’orchestrazione e nell’uso della ritmica, insolita per i tempi, e si prosegue con You Still Believe In Me, qui le atmosfere si fanno più intime e maliconiche, non un pezzo imprescindibile ma è comunque interessante per la complessità delle armonizzazioni e per l’uso di suoni “estranei”, molto bella è invece That’s Not Me che oscilla fra spensieratezza e malinconia, armonizzazioni superbe ed un basso che non si limita ad un semplice accompagnamento ritmico ma diventa esso stesso strumento melodico, poi arriva il brano che forse è quella tanto cercata e agognata perfezione assoluta, Don’t Talk, orchestrazioni mozzafiato ed una interpretazione vocale intensissima, non solo, un suono potente, pieno, corposo, è pop, è musica classica, è avanguardia, ma senza perdere di vista che comunque “siamo” i Beach Boys. I’m Waiting For The Day non prende subito ma ha un apertura nel refrain veramente bella mentre la successiva Let’s Go Away For Awhile è un pezzo strumentale semplicemente maestoso, archi, fiati, una ritmica “prepotente” ed un crescendo da far spuntare le ali, Sloop John B chiude il lato A ma personalmente mi è sempre sembrato un brano minore. Il lato B si apre con un altro pezzo da antologia God Only Knows, di una bellezza spiazzante, non la classica sequenza strofa-ritornello-strofa ma un tutto che si muove all’interno di armonizzazioni prive di un centro tonale ben preciso, un flusso continuo di melodie, cori e controcori che come le onde dell’oceano si infrangono sulla spiaggia della nostra anima, è vero, non è black metal, né hardcore, né punk, ma al di la di un’etichetta di genere è Musica ed è fatta bene. Straniante la successiva I Know There’s An Answer  con le sue atmosfere a volte jazzate altre da musica di strada, comunque interessante, Here Today è più in un classico stile Beatles se non fosse che risulta troppo appesantita da orchestrazioni varie un pò inutili; a seguire la bella I Just Wasn’t Made For These Times, non un capolavoro ma è piacevole e scorre bene, la strumentale Pet Sounds è compositivamente innovativa, forse anche troppo, può piacere come risultare un pò “tronfia”, infine chiude l’album Caroline, No, un brano quasi “normale” nella sua bellezza senza tempo, “Could I ever find in you again, things that made me love you so much then, could we ever bring ‘em back once they have gone, oh, Caroline no”, è l’amaro scoprire che la vita “cambia”, che è un qualcosa di inevitabile e che purtroppo indietro non si torna, non si può tornare. Che dire, al di la di qualche passo falso (nel voler strafare, ma forse è meglio dire in una continua ricerca) questo Pet Sounds è un album immenso, non un capolavoro (parola che qui su Roots! non amiamo) ma immenso si, perchè è fragile ed allo stesso tempo potente, è imperfetto ma che cerca continuamente di elevarsi (e a volte ci riesce) al di sopra delle umani miserie, è un album sofferto per un mondo che corre veloce verso altri lidi e altre spiagge, è una mancanza palpabile di quello che comporta crescere e che è necessario lasciare, è Pets Sounds dei Beach Boys. (qui)

 

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