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Roots! n.47 novembre 2020

Television-Marquee Moon

Television-Marquee Moon

by Simone Rossetti

Tagliate ha fettine sottili un pò di progressive (ma di quello buono), aggiungete un pizzico di psichedelia (esclusivamente anni 60, non quella posticcia), fate cuocere a fuoco lento per circa 10 minuti dopodiché annaffiate il tutto con della buona new wave anni 80 o se preferite con delle atmosfere post punk, rosolate delicatamente per qualche minuto ed il vostro piatto sarà pronto per essere servito in tavola; attenzione però, perchè gli ultimi due ingredienti citati sebbene oggi siano di facile reperibilità nel 1977, anno di pubblicazione di questo Marquee Moon, non esistevano ancora, era una ricetta tutta da inventare e con ingredienti sconosciuti; non fu un caso infatti che “il piatto” non riscontrò subito quel successo desiderato ma si diffuse soprattutto negli ambienti underground come album di culto, fu necessario un bel pò di tempo prima di essere riscoperto e rivalutato per il suo reale valore, più che altro serviva un nome da dare a quegli ingredienti misteriosi e quando, poco dopo, furono “coniati” i termini post punk e new wave il gioco era fatto, era stata scoperta l’acqua calda. I Television si formarono a New York nei primissimi anni 70 riprendendo in parte il suono dei Velvet Underground ma contaminandolo con corpi estranei quali jazz, accenni funky, dissonanze più sperimentali ed un approccio poetico-decadente; Tom Verlaine è riconosciuto un pò all’unanimità come la vera anima dei Television, non crediamo sia giusto, l’apporto degli altri membri sarà fondamentale, la ritmica di Billy Ficca ad esempio, precisa, minimale, a volte stentorea ma sempre con quel qualcosa in più, o il basso di Fred Smith, non in primissimo piano ma sempre presente, ed infine la “seconda” chitarra di Richard Lloyd a fare da contrappunto, ma meglio sarebbe dire “luce o ombra”, a quella di Verlaine, in un gioco di specchi affascinante. E’ un capolavoro? Si e no, per molti si, per molti altri no, noi di Roots! non amiamo la parola capolavoro, sicuramente un piccolo capolavoro lo è, sicuramente innovativo per quel contesto, anche se va detto, altri erano i gruppi che realmente e consapevolmente proveranno a sperimentare un qualcosa di diverso, a portare il rock “oltre”, fatto sta che questo album avrà un influenza enorme su tutta la musica in divenire indipendentemente da un etichetta di genere o da uno stile, in qualche modo chi più chi meno saranno tutti (e lo sono ancora oggi) debitori dei Television e di questo Marquee Moon; ma attenzione a non sopravvalutarlo, quello che state per ascoltare (se non lo conoscete già) è un ottimo album, ottimo ma anche con i suoi alti e bassi. See No Evil si muove su sonorità psichedeliche anni 60 e del buon rock’roll urbano alla Velvet, un piacevole refrain, ottimo il lavoro alle chitarre ma non un pezzo imprescindibile, meglio l’elettrica e malinconica Venus, belle soluzioni armoniche, una melodia che strappa l’anima ed un intenso solo di Verlaine che vola su vette altissime, Friction è un buon rock’n roll amfetaminico che si muove fra psy-garage e riff più hard rock ma bisognerà attendere Marquee Moon per trovare quel piccolo capolavoro di psichedelia, post punk e sfumature jazz con le due chitarre che si rincorrono e interscambiano all’unisono fino a quell’apertura armonica “geniale” che tira le fila di tutto e rilancia, va detto, geniale; di rara bellezza anche la successiva Elevation, la voce di Verlaine qui si fa cupa e drammatica, l’incedere è lento ma in un continuo crescendo, volendo scomodare una qualche etichetta di genere si potrebbe definire un post-punk surreale, un sogno e nient’altro; si torna su territori alla Velvet Underground ma anche Rolling Stones con la delicata ballata elettro-acustica di Guiding Light, niente di innovativo si dirà ma un bel pezzo (e allora perchè non goderne per quello che é?), se poi cercate il prossimo colpo di genio dovrete aspettare Prove It, una specie di psycho-billy straniante con un refrain che vi spolvererà i capelli e l’anima lasciandovi spaesati, interdetti e come ciliegina sulla torta un solo di Verlaine da brivido (come vi capiterà poche altre volte di ascoltare); e si conclude con l’altrettanta bellezza straniante di Torn Curtain, un brano introspettivo ma spigoloso che all’inizio sembra volersi chiudere in se stesso ma troverà la via per aprirsi ad un refrain senza tempo che vi metterà definitivamente al tappeto, attraversato da una tristezza quasi insostenibile ma seducente, da una malinconia capace di spezzare l’anima e al stesso tempo di cullarla, ed è un gran sentire. Marquee Moon resterà per sempre in questa specie di bolla estranea al trascorrere del tempo, un pò come Marilyn Monroe, come i Peanuts o come La Gioconda, ma non “trattatelo” come un capolavoro, lasciate pure che esca da quella bolla e solo allora vi si mostrerà realmente in tutta la sua vera bellezza (e con tutti suoi limiti). (qui)

 

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