Crea sito

Roots! n.159 aprile 2021

Suez-The Bones Of The Heart

Autore: Suez

Titolo: The Bones Of The Earth

Tracks: 1. Hard To Say – 2. We Are Universe – 3. Robert – 4. The Bones Of The Earth – 5. Harriette – 6. Hit The Man – 7. Humanity Is Dead – 8. Best Place – 9. Kobane

Anno: 2021

Genere: Post-punk, New wave, post-rock 

Città: Cesena

Componenti: Luigi Battaglia (voce, sinth), Ivan Braghittoni (chitarra), Marcello Nori (batteria, percussioni), Manuel Valeriani (basso) 

Etichetta: Cagnìn Records

Formato: CD, digitale

Sito web: Suez (Facebook)

Suez-The Bones Of The Heart

by Simone Rossetti

Se qui su Roots! pensate di trovare la solita e classica recensione di facciata siete nel posto sbagliato; a nostro rischio e pericolo perchè ci sta comunque di sbagliare, di non capire un lavoro o di lasciarsi trascinare dal troppo entusiasmo ma è un rischio che corriamo volentieri se si vuole parlare di musica anzichè accontentarsi di riportare l’etichetta di un tonno in scatola di un discount qualsiasi, cosa che ci fa piacere ma non esente dubbi. Quarto album in studio per i Suez (band proveniente da Cesena) dopo una lunga pausa di 8 anni, era il 2013 quando rilasciarono il loro Illusion Of Growth, un arco temporale lontano (forse troppo ma qualche volta necessario) dalle regole dettate da un mercato usa e getta e dove gli inevitabili mutamenti, della società e personali, possono rimettere tutto in discussione, progetti, sogni, speranze. Esserci, ri-trovarsi, malgrado tutto, malgrado un virus che ci sta cambiando ma non ne intuiamo ancora le proporzioni, questo è quello che conta, non smarrirsi in un nulla fin troppo facile ed accomodante. Ci siamo avvicinati all’ascolto di questo lavoro un pò prevenuti (errore ricorrente ma non sempre a causa nostra), qualche volta non possiamo evitare di leggere le solite “informazioni” che riceviamo dalle agenzie di press, alcune senza dubbio utili (quelle tecniche), altre che lasciano il tempo che trovano ma purtroppo difficili da “scansare”; no, questa volta ci ascolteremo l’album e basta, così, ad occhi chiusi, lasciandoci guidare solo dal nostro istinto e dalla nostra pancia. Diciamolo subito, questo The Bones Of The Heart è davvero un bell’album, fortunatamente  non esente “difetti” (il perchè lo capirete proseguendo nella lettura), musica fortemente derivativa (se si guarda al genere e stile) ma anche con una forte personalità che avrebbe meritato quell’osare in più che l’Arte (e non il mercato) richiede; prima di parlarvi della sua musica soffermatevi però sull’artwork (di Marcella Magalotti), un contrasto netto quasi disturbante, uno sfondo cromatico impresso da un gelido bianco e nero, urbano/umano e che osservando bene lascia ben pochi dubbi al riguardo con al centro il paesaggio di una natura incontaminata, rigogliosa, colorata, indifferente alle nostre umane miserie, un “azzardo” visivo (ma non solo) nel quale è difficile trovarvi un punto di riferimento, a suo modo spiazzante ed è giusto così. Un suono che affonda le proprie radici in un post-punk fine anni 70 ed atmosfere new wave primi 80 (una voce quella di Battaglia che per stile ed intonazione ricorda e non poco quella di Ian Curtis dei Joy Division) ma non privo di una rilettura più moderna (Editors ed Interpol) che a molti non potrà che far piacere ma sempre che ci si accontenti (da leggersi non in senso negativo); se scriviamo questo è perchè il brano di apertura, Hard To Say, è proprio quel brano, inaspettato, che vi strapperà il cuore e le budella per portarle altrove, no, niente post-punk, new-wave od altro, solo una ballata acustica tanto semplice quanto immensa, fra un Tom Waits in stato di grazia e le murder ballads di Nick Cave, compositivamente una vetta altissima di fronte alla quale c’è solo da togliersi il cappello; si prosegue con We Are Universe, altra piccola e malinconica gemma dai toni gentili che ad un bel tema iniziale farà seguito un refrain forse un pò troppo accomodante ed “easy” (in questo caso non è una questione di gusti ma di aspettative), resta comunque un bel pezzo a prescindere sia per le sue atmosfere sixty che per la sua intensità; Robert è un brano interessante nonchè bello ma non del tutto “compiuto”, sonorità new wave di ottantiana memoria trascinate dall’incedere marziale della sezione ritmica, brano che sembra poter esplodere da un momento all’altro ma che invece resterà in una sorta di limbo “monocromatico”. Splendida per atmosfere e pathos è la traccia che darà il titolo all’intero lavoro, The Bones Of The Heart, eterea e lontana avvolta da una malinconica ineluttabilità del nostro scorrere, Joy Division prima di tutto ma anche una ricercata modernità quasi post-rock, una doppia anima che sarà un pò il filo conduttore di quest’album; discorso valido anche per le successive Harriette dalle sonorità tipicamente british ed una intensità nella voce di Battaglia che sa rendere bene il giusto climax e Hit The Man attraversata da un’amarezza quasi palpabile e da una rabbia interiore che si percepisce vorrebbe esplodere in tutta la sua devastante violenza (artistica-musicale), anche in questo caso non lo farà (o solo in parte) e non sappiamo se sia un peccato o meno, ad ogni modo restano scelte artistiche e personali non discutibili; nonostante la qualità non ci convince invece del tutto Humanity Is Dead ma con una seconda parte, elettrica, cruda e spigolosa, veramente notevole. Ci avviamo così verso il finale con gli ultimi due brani in scaletta, la buona anche se non imprescindibile Best Place (il problema è che ci si aspetta sempre un di più) e Kobane che si muove fra Editors ed un cantautorato di protesta che ci lascia un pò perplessi (meglio la seconda parte interamente strumentale, bellissima, come sempre, la chitarra di Braghittoni e tutta la sezione ritmica). Un album questo The Bones Of The Heart con più anime ed una sofferta ricerca ma non ancora giunta a compimento, il che è un bene perchè le possibilita a questi ragazzi non mancano, alla fine è sempre una questione di scelte, mai facili, meglio il mercato o la “nostra” musica? Una domanda che ascoltando questo lavoro devono essersi già posta o almeno intuita, noi ci siamo “innamorati” di Hard To Say, brano forse un pò fuori contesto rispetto al resto ma non è per questo (album che merita a prescindere), è per quella strada, unica, intima e personale, che una volta intrapresa non permette più di smarrirsi. Da Roots! come sempre è tutto, buon ascolto (qui). 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!