Roots! n.292 ottobre 2021 Steve Lacy

Steve Lacy - The Kiss

Steve Lacy – The Kiss

by Simone Rossetti

This was a solo recital (soprano saxophone), but also, a prayer for peace, in that lovely and lively city. In Hiroshima, history is inescapable: a special vibration that, perhaps, can only be captured and answered by music” (Steve Lacy)

18 ottobre 2021; per molti un giorno come un altro, per altri (probabilmente i soliti “pochi ed inutili”) no ma non vogliamo entrare nel merito, ricordatevi però questa data perchè per quanto banale possa sembrare segnerà le dinamiche di un divenire. Cosa c’entra questo con la musica di Steve Lacy? Volendo anche nulla ma in quello che abbiamo visto oggi non c’è nessuna poesia né armonia, solo miserie umane (quelle nostre e di un intero paese). La musica di Steve Lacy è questo, sicuramente ostica, sicuramente di difficile approccio, “straniante”, eppure è quel respiro universale che oggi non abbiamo più la capacità né la volontà di comprendere. Steve Lacy (New York, 23 luglio 1934 – Boston, 4 giugno 2004), grandissimo sassofonista (soprano), inscindibile dalla musica di Thelonious Monk ma con una differenza non da poco, Monk era un pianista, Lacy suonava il soprano, due “opposti” eppure legati da un comune respiro (quel respiro che è insieme speranza, tristezza, identità). Una discografia/storia talmente immensa che per “attraversarla” nella sua interezza non basterebbero pagine su pagine e che noi di Roots!, per onestà, non  abbiamo la presunzione e probabilmente nemmeno le capacità di “spiegarla”, quello che resta è questa musica, essenziale, diretta, personalissima, non facile. Ha suonato con tutti i più grandi, da Duke Ellington a Charles Mingus, Cecil Taylor, Gil Evans, Enrico Rava, gli Area (solo per citarne alcuni) e poi (soprattutto) Thelonious Monk, maestro e guida spirituale. Già, perchè la musica di Monk (per capire meglio leggete qui) e quella di Steve Lacy si muovono in una sincronia perfetta, sono fatte della stessa materia, si fanno un respiro unico, eppure due personalità diversissime, quasi inconciliabili, a partire da un “colore” della pelle (che non vuole dir nulla ma che in quegli anni faceva, e per alcuni lo fa ancora oggi, una differenza) e caratterialmente (in parte ma nemmeno poi tanto); e se Monk era unico (come persona, come compositore, come pianista) lo era, a modo suo, anche Lacy, libero, ostinato nel portare avanti un proprio linguaggio (un pò come Ornette Coleman), un’idea di musica/dialogo quasi “estranea” agli standard jazz eppure jazz ma anche altro. Steve Lacy non era un sassofonista free né tantomeno votato all’avanguardia più sperimentale, è un discorso diverso così come lo potrebbe essere l’armolodia di Coleman o la “tecnica” pianistica di Monk; difficile dire se un “linguaggio”, una forma di espressione/comunicazione la si scelga o semplicemente sia già “lì”, dentro di noi, Steve Lacy ne aveva una sua, personalissima, in totale dedizione ed armonia; uno stile “Monkiano” (quindi pianistico) traslato al soprano, non stiamo parlando di tecnica (enorme) ma di approccio ed attitudine compositiva, un jazz senza, apparentemente, una metrica ben precisa, sghembo, discontinuo, atonale, dissonante, “difficile” pur essendo semplice, ciclico nel suo ripetersi e senza concessione alcuna ma non è questo il punto; è arte (parola che oggi sembra non voler più dire un cazzo, anzi, sembra quasi fare paura), quella possibilità in più che avremmo se solo riuscissimo a staccare per un attimo la spina da un “sistema” che ci vincola (o reindirizza) a determinate scelte sicuramente più appaganti ed accomodanti quanto fasulle e miserrime. Lo ammettiamo, non abbiamo un album da consigliarvi, non ne siamo all’altezza, qualsiasi album potrebbe essere quello buono come no, sicuramente non sarà mai quello “giusto”, ecco perchè abbiamo scelto questo The Kiss (Lunatic Records) registrato live il 24 maggio del 1986 all’Higasi Kumin Bunka Center (Hiroshima, basta e avanza); è bello? è brutto? Non spetta a noi dirlo e non ce ne può fregare di meno, qui c’è solo il suo sax e la sua arte, in totale solitudine verrebbe da dire ma così non è. 2 tracce composte da Thelonious Monk, Monk’s Dream e Misterioso e le restanti 5 dallo stesso Lacy; un live che di live non ha assolutamente nulla se non per gli applausi finali nell’ultima traccia, un mondo altro; album sul quale c’è ben poco da dire ma molto da ascoltare, con una considerazione, forse banale ma necessaria, per apprezzare la musica di Steve Lacy è necessario apprezzare quella di Monk? Crediamo di si (almeno in parte, apprezzare come comprendere, poi è tutto discutibile); Lacy porterà questa musica “oltre”, difficile dire “dove”, il suo non è un banale copia-incolla (riguardo alla musica di Monk poco fattibile) ma un seguirne il percorso, universalizzarne il respiro, scoprire di volta in volta fin dove sia possibile spingersi. Ma stiamo ancora parlando di jazz mentre dovremmo parlare di musica, di poesia, di scrittura, di disegno, di pittura, di lavoro manuale, di immaginazione nel creare nuove forme armonico-melodiche libere da schemi e preconcetti e cosa meglio del suono di un sax “da solo”? Album di una bellezza disarmante, quell’armonia che abbiamo dimenticato (volutamente perso) per asservirci ad altro, ad un più compiacente nulla. E’ il 18 ottobre 2021 e da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

  Track List 

  1. Monk’s Dream
  2. Misterioso
  3. The Crust
  4. Coastline
  5. Morning Joy
  6. Blues For Aida
  7. The Kiss

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