Roots! n.373 gennaio 2022 Simon Grab & Francesco Giudici – [No] Surrender

Simon Grab & Francesco Giudici - [No] Surrender

Simon Grab & Francesco Giudici – [No] Surrender

(2022, -OUS RECORDS)

by Tommaso Salvini

In fin dei conti la vita potrebbe essere riassunta così: echi di un suono, a banda fissa, una chitarra corrotta da riverbero, echo e delay, di prima mattina, ore sei, un risveglio lento con una giornata di fronte: dissonante. In I Leave è questo il percepito: quiete con la consapevolezza che tutto, bene o male, andrà a rotoli nel suo svolgimento; per adesso sei solo all’inizio ma la consapevolezza, il freddo abbraccio della consapevolezza derivata da anni di esperienza cinge, stringe e dipinge scenari che non si vorrebbero più vedere, ma che si paleseranno, piaccia o meno. Il rumore bianco prende piede e diventa suono, sembra quasi voler dare un ritmo all’insieme, mentre la chitarra continua a descrivere speranze inconsistenti, ma non vuole farlo fino in fondo: giorni come questi nuovi non hanno consistenza se non nella ripetizione meccanica di se stessi. Forest Spirit: la foresta che abbiamo solo in testa, di pensieri, di istinti, di slanci, che abbiamo fatto finta di dimenticare per amore di civiltà: la comodità che svilisce la natura, la imprigiona, la priva di ogni argomento. L’inizio è placido, soave, amicale…ma la furia belluina dell’essere umano rivendica il suo spazio, la sua precedenza su tutto: questo si traduce in inquietudini, attacchi di panico, un conflitto interiore che, costante, si ripropone: chi sono io in verità? In certi romanzi scandinavi il protagonista finisce col perdersi nella foresta per ritrovare se stesso: lontani da tali paesaggi, ci perdiamo in noi stessi. Non ne usciamo consapevoli, non ne usciamo se non sconfitti. Non ne usciamo. Sirens: la fredda presa di coscienza, riassunta nel richiamo industriale di sirene, se di allarme o avviso di apertura dei cancelli di una fabbrica poco importa poiché è in pratica la stessa cosa, ci riporta al reale, al concreto: percezione del reale anche questa indotta, scritta ed attuata da mano terza. Schiacciati, appesantiti, ci lasciamo trascinare da un qualcosa che non è nostro ma ci domina, ci da orari, margini di miglioramento o peggioramento secondo canoni non nostri. Siamo assuefatti al culto della produzione. Wolves: le paure ci rincorrono, volgiamo un secondo il volto verso di loro e ci accorgiamo, d’improvviso, che le nostre paure sono migliori di noi: quello che teniamo è un’altra vita, un altro ritmo, un altro metodo che sia solo nostro. Ci hanno insegnato che il lupo è un antagonista , un nemico, quando in realtà è vero il contrario: siamo noi gli antagonisti del lupo; temiamo la sua libertà, la sua vita guidata dall’istinto, la sua autodisciplina. Tutto quello che siamo e ci neghiamo da secoli. Aftermath: la fine del giorno come la fine del mondo come la fine di tutto: distrutti ci abbandoniamo sopra letti di spine, tormentati in un sonno fatto di atti mancati e parole non dette, per circostanza, per convenienza, per troppa apatia. Un sonno che non è più nostro ma semplice pausa tra una fatica e un’altra, uno spazio su gentile concessione, una necessità svilita a componente di un processo produttivo che crea solo alienazione. Francesco Giudici (già in forza nei Black Fluo e compositore di colonne sonore per film, mostre d’arte e spettacoli teatrali) e Simon Grab (musicista di drone music e forte già di collaborazioni con artisti come Yao Bobby e gli Asian Dub Foundation) uniscono le forze per un disco, questo [No] Surrender sulla svizzera -OUS Records, che si getta a capofitto nella descrizione di un mondo che si trova a fare i conti con le menzogne che, fino ad oggi, lo hanno alimentato: sonorità alla Slider di Sight Below e tappeti sonori che ricordano i primi Double Leopards, una psichedelia evoluta in elettronica e benedetta da rumorismi rarefatti e ben dosati per un incubo ad occhi aperti e dal quale è impossibile distogliere lo sguardo, poiché è un mondo che ci riguarda tutti e, proprio per questo, va guardato con attenzione e, come in questo caso e oggi più che mai, ascoltato. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

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