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Roots! n.147 aprile 2021

Satan-Atom By Atom

Satan-Atom By Atom                                    

by Simone Rossetti

Alle volte (spesso) non basta essere degli ottimi o buoni calciatori, se si perde il treno il giusto il rischio è quello di restare per sempre in una sorta di anonimo limbo, più o meno soddisfacente, più o meno stimolante, ma lontano dalle “luci della ribalta”; niente di male in questo, alle volte sono scelte personali, altre dovute a fattori esterni, altre ancora a delle scelte “sbagliate”, tant’è, di storie così ce ne saranno milioni, ed è più o meno quello che il destino ha riservato ai Satan; sappiamo cosa state pensando ma levatevelo subito dalla testa, qui di “satanico” non c’è assolutamente nulla tranne il nome (e questo avrà un suo peso come vedremo dopo), musicalmente è quanto di più New Wave Of British Heavy Metal ci possa essere o a voler essere pignoli si potrebbe dire uno speed metal prima maniera od un proto trash-metal, ma la sostanza non cambia. Una storia strana quella dei Satan, iniziata sul finire degli anni 70 a Newcastle (Inghilterra) e proseguita fino ad oggi fra cambi di formazione, cambi di nome, scioglimenti, reunion e treni persi. Il loro debutto discografico risale all’ormai lontano 1983 con Court In The Act, una buona accoglienza di critica e di pubblico, il primo tour europeo, poi il nome che creava problemi di “immagine”, un primo cambio fra i molti (si chiameranno Blind Fury poi Pariah), il ritorno al nome originale, nuovi album (sempre onesti e di buona qualità), sempre tanta passione ma quel treno era ormai perso. Atom By Atom arriverà nel 2015 preceduto da Life Sentence del 2013 (dopo una pausa a nome Satan di 25 anni); immensamente in ritardo si dirà, vero, ma a questo punto che differenza avrebbe fatto? Si suona e alla grande, si suona per il piacere di suonare, si suona per il piacere di condividere la propria musica senza dover dimostrare più niente a nessuno, che si fotta quel treno, questo è quello che conta; un suono “vecchio”? Si, come è “vecchio” anche quel pollo che avete davanti al piatto, la differenza è se arriva lì da un supermercato o lo avete preso da un contadino, questo farà la differenza di quello che mangiate (o ascoltate); un heavy metal direttamente dagli anni 80, senza troppi fronzoli, sovraincisioni o dal suono pompato all’inverosimile come avviene spesso oggi, qui è tutto reale, sincero e suonato in modo straodinario da ottimi musicisti ormai non più ragazzi votati al metal e con una classe immensa (Steve Ramsey e Russ Tippins alle chitarre, Graeme English al basso, Sean Taylor alla batteria ed infine Brian Ross alla voce); forse è solo una nostra impressione ma c’è una malinconia di fondo che attraversa un pò tutte le tracce, probabilmente dovuta alla voce di Brian Ross (particolare e piuttosto “monocromatica”), comunque sono tutti brani abbastanza tirati, molto vicini al loro primo speed metal ma veramente belli ed intensi; come nella splendida Ruination, gran lavoro delle “chitarre gemelle” ed un intermezzo dove le atmosfere rallentano e ci ricordano che il vero metal è anche questo e che la classe non è acqua; sempre dai toni vagamente epici e malinconici è The Fall Of Persephone dall’ incedere maestoso ma che avrà un cambio di passo nella seconda lanciatissima parte. Sia ben chiaro, davanti non avete davanti il classico “capolavoro” ma ascoltatevi Farewell Evolution o Fallen Saviour per capire di cosa siano capaci questi Satan, linee melodiche semplici, grandi refrain ed una tecnica non inferiore a nessuno, come nella più sostenuta The Devil’s Infantry, un metal vecchia scuola con un crescendo senza freni o nella quasi trash metal Ahriman; tutto scorre molto semplicemente, sembra quasi di “essere lì” ed è qui che l’ascolto si fa “piacere”. I Satan non saranno gli Iron Maiden o i Metallica ma a ben vedere (ascoltare) forse è meglio così, nessuna pretesa “artistica” o concessione alle mode del momento, si suona esclusivamente per quel piacere (e bisogno) che solo la musica sa dare; i Satan sono questo e si meritano almeno un ascolto al di la di una semplice etichetta di genere o di stile, c’è del buono anche nei treni persi (e qui ne sappiamo qualcosa). Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).   

 

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