Roots! n.100 febbraio 2021

Roots!

periodico musicale di cultura rock jazz soul blues

n.100 (solo un numero fra tanti)

Peccato, non sono questi i tempi per festeggiare, non lo sono per nessuno (a parte per quelli che non possono fare a meno di andare a sciare); non lo sono per le bands (quelle che non puzzano da mozzarella di supermercato) né per quelle etichette discografiche indipendenti che fra mille difficoltà cercano di resistere con una propria voce, né per quei locali che (già prima) sopravvivevano di musica live (ovviamente non di quella solita mozzarella che vogliono propinarci quotidianamente); è un “resistere” un pò per tutti, ognuno a modo suo e come può, Roots! è anche questo, soprattutto questo. Il numero 0 raccontava dei Mayhem e del loro De Mysteriis Dom Sathanas, poi tutto il resto, dal punk, al jazz, al blues, all’hardcore, alla musica elettronica più sperimetale, al metal, al black metal, alla fusion, al garage-beat e a tutto quanto ci potesse passare per la testa e per le corde dell’anima; un principio e un divenire. Difficile, come tutte le cose che si fanno solo per passione, difficile quando lo scopo non è quello di farci il solito lucro, difficile quando il tempo “è quello che è” ma è proprio questo poco che resta a definire un tutto, difficile quando per stanchezza o altro verrebbe voglia di mollare tutto. Non abbiamo la verità in tasca, non siamo ai livelli di riviste ben più blasonate né di quelle meno ed altrettanto meritevoli, lo sappiamo bene ma Roots! non è in concorrenza con nessuna di queste né ci interessa esserlo, Roots! è altro, siamo “altro”. Cambiamenti, c’era un voto, ora non c’è più, preferiamo parlare di musica ma soprattutto cercare un confronto cosa che un voto non lo permetterebbe (o sarebbe di ostacolo) ed alla fine abbiamo scelto; possiamo sbagliare ed è accaduto, basterebbe un “copia e incolla” a facilitarci la vita ma noi preferiamo metterci in gioco, metterci la faccia e il culo e nel caso di errore scusarci, abbiamo i nostri “demoni” ma non la presunzione di “sapere” o giudicare. Di una cosa siamo certi, Roots! non si legge e basta, bisogna saperlo leggere “fra le righe”.  Un grazie di cuore a tutte quelle bands ed etichette discografiche che ci hanno dato la loro fiducia (per una recensione onesta e nel possibile oggettiva, non certo per compiacere, non qui su Roots!). Ed ora bando ai sentimentalismi e a questi tempi bui e beccatevi un album che a dir poco è storia, la nostra storia. Roots!   

Rolling Stones-Let It Bleed

Rolling Stones-Let It Bleed

by Simone Rossetti

Prima o poi dovevamo parlare anche di “Loro”, il problema era il come farlo e da quale album iniziare, soprattutto il come farlo. Praticamente impossibile dal momento che sui Rolling Stones è già stato scritto e detto di tutto e di più, non parlarne? No ma tanto valeva aspettare un’idea, un “intuizione”, un qualcosa che ci desse il “la”; questo qualcosa è arrivato inaspettatamente mentre mi stavo riguardando per l’ennesima volta Il Grande Freddo (The Big Chill) un film del 1983 diretto da Lawrence Kasdan, un gran bel film con una colonna sonora che è storia, ma ora arriviamo a quel “la” di cui accennavamo; dopo le prime scene iniziali di “presentazione” arriva il momento del funerale di Alex (tranquilli, nessuno spoiler), ed è qui che al termine della cerimonia partono le note di You Can’t Always Get What You Want che accompagneranno tutto il corteo funebre fino all’estremo commiato; un momento di quelli (cinematograficamente parlando) veramente intensi e questo brano non è da meno, uno fra i pezzi più belli della storia del rock, corposo, armonioso, potente, melodicamente rock ma con i cori di radice gospel-spiritual che lo fanno volare verso vette altissime, un pezzo da brivido. Da qui lo spunto (mi rendo conto banale) di parlarvi di questo Let It Bleed, un album non facile, uscito in un momento particolare (sia come “tempi” che a livello personale dei singoli componenti), un album profondamente “nero” che scava nelle radici del blues e del R&B, nei primi spiritual “negri” ma anche nel country e nel folk; slide guitar, violino, organo, sax, mandolino, una musica che a  tratti si fa “spigolosa” ed un epilogo senza buon fine; l’album sarà pubblicato nel novembre del 1969, solo qualche mese prima, il 3 luglio del 1969, Brian Jones verrà trovato morto in “circostanze non chiare e mai chiarite” nella sua casa di Hartfield, ad ogni modo la sua separazione dagli Stones era già avvenuta anche se non ufficialmente, durante le registrazioni di questo Let It Bleed verrà più volte sostituito da Mick Taylor che di li a poco diventerà membro effettivo della band. Si stava chiudendo un decennio (quello dei 60) nella più totale insicurezza e se ne stava aprendo un altro che già sembrava non promettere niente di buono e in Let It Bleed c’è tutto questo; sono molti gli album che riescono a recepire un determinato momento sociale ma sono rarissimi quelli che riescono a farlo in un momento di passaggio fra due epoche, volendo fare un paragone Abbey Road dei Beatles uscì nel settembre dello stesso anno, bellissimo album, un capolavoro, ma che non riesce a cogliere il momento, un album lontanissimo da Let It Bleed (non sto entrando nel merito di quale sia peggio o meglio), anzi, forse chi riesce a guardare oltre è proprio l’album dei Beatles ma qui si entra in un ginepraio che richiederebbe più di una qualche riga per uscirne; bene, con la fine (in malo modo ed inevitabile) del sogno Flower Power di una intera generazione inizia questo Let It Bleed, c’è da dire che le prime avvisaglie di un’imminente cambiamento si ritrovano anche nel loro precedente lavoro Beggars Banquet del 1968 ma qui c’è una consapevolezza diversa, compiuta e più matura, siamo giunti al classico bivio.

THIS RECORD SHOULD BE PLAYED LOUD” (questo disco dovrebbe essere suonato ad alto volume)

Così riporta l’interno di copertina ed è così che questo album va ascoltato, che siano cuffie, stereo, da un gelataio o al mercaro ortofrutticolo non importa, prendete quanto scritto come se fosse una prescrizione medica per la vostra salute e benessere interiore; e si parte subito con la devastante e bellissima Gimme Shelter, “War, children, it’s just a shot away, it’s just a shot away…. I tell you love, sister, it’s just a kiss away, it’s just a kiss away”, niente, siamo su altro pianeta, un misto di blues, spiritual, gospel, rock, soul, l’incedere è potente e nel crescendo del refrain non ce n’è per nessuno, Jagger è accompagnato alla voce dalla cantante di colore Merry Clayton, gli spazi armonici sono immensi, un uragano di colori e profumi da togliere il fiato, ma non c’è il tempo per riprendersi che subito segue Love In Vain, una cover di Robert Johnson, no, non è una cover, forse lo è per i puristi del blues ma non per noi di Roots!, è un grandissimo blues (come lo era anche l’originale) ma qui rivisitato in un suono più “moderno” senza nulla perdere della sua anima “nera”, profondamente nera, grande lavoro alle spazzole di Charlie Watts e di Keith Richards alla chitarra, un blues che ha qualcosa di “maestoso”, pessima definizione per un blues ma questo è quello che gli Stones riescono a fare, in molti (fra i quali Eric Clapton) si sono confrontati con questo brano ma per lo più limitandosi a ri-eseguirlo restando fedeli all’originale (cosa comunque non da poco), gli Stones riescono ad andare oltre intuendone tutte le potenzialità e rendendolo più armonicamente ricco ed aperto. Segue Country Honk una ballata acustica country-folk con tanto di violino, l’atmosfera è quella giusta, stiamo attraversando le grandi pianure rurali del mid-west direzione sud; il basso profondo di Bill Wyman introduce la bellissima Live With Me che dopo una prima parte più ReB esplode in un grande refrain lasciando spazio al sax di Bobby Keys che si lancerà un bel solo dai richiami soul, chiude il lato A un altra ballata acustica dai sapori folk, Let It Bleed, arricchita da un piano (Ian Stewart) suonato in stile “stride”; il lato B è aperto dall’incedere puramente blues di Midnight Rambler, bella soprattutto per i cambi di tempo con un grande Charlie Watts alla batteria, un blues che prima accelera come un treno in corsa per poi rallentare su atmosfere più rilassate ma è solo una pausa poi si va dritti fino al gran finale; è il momento di You Got The Silver con alla voce Keith Richards, un bel brano acustico con atmosfere più morbide e rilassate, un folk blues che scorre piacevolmente mentre percorriamo le Highways in totale solitudine, mentre Monkey Man è il classico pezzo rock in stile Stones con belle variazioni melodiche ed un’interessante intro che potrebbe lasciare un pò spaesati, bella anche la voce di Jagger (sul finale tirata al massimo) ed il solo di Richards alla chitarra slide, è un brano che vive di una sua “profondità” ma per apprezzarlo pienamente potrebbe richiedere più ascolti, e ci si avvia così alla conclusione con la traccia che citavamo all’inizio, quella You Can’t Always Get What You Want che vede la partecipazione del London Bach Choir, “You can’t always get what you want, you can’t always get what you want, but if you try sometime, you’ll find, you get what you need”, ed è, tutta, un’immenso sentire, qualcosa di necessario anche oggi, qualcosa che fa bene all’anima, un modo per non soccombere a questi tempi bui e cupi, basta crederci. Let It Bleed, violento, amaro, malinconico, scarno, un blues scuro che raschia nel fondo dell’anima, un album che ben interpretava una fine oramai imminente ed allo stesso tempo intuiva ed anticipava un futuro già dietro l’angolo; cosa state aspettando? Tiratelo fuori dalla polvere di quello scaffale, lasciatelo respirare e se non lo avete procuratevelo, annusatelo, divoratelo, ma ricordatevi, sempre ad altissimo volume. E da Roots! è tutto (qui o qui).

 

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