Roots! n.176 maggio 2021

Rita Tekeyan-Green Line

Autore: Rita Tekeyan

Titolo: Green Line

Tracks: 1. B.L. Express – 2. Forêt Noire – 3. Rooftops – 4. Abri – 5. Nora’s S Tree – 6. Devil’s Ob – 7. Your Sin – 8. Weight Of Pain – 9. DK – 10. Y – 11. White Angel – 12. Green Line

Anno: 2021

Genere: Dark, gothic, folk, ambient

Città: Beirut-Desenzano Del Garda

Componenti: Rita Tekeyan (voce, piano, musica, testi), Paolo Messere (basso, chitarra, batteria, sinth)

Etichetta: Seahorse Recordings

Formato: Digitale, CD

Sito web: Rita Tekeyan

Rita Tekeyan-Green Line

by Simone Rossetti

La musica è narrazione, qualche volta è come leggere un libro. Rita Tekeyan, nata a Beirut, di origini armene ed oggi residente in Italia (in quel di Desenzano Del Garda); vite, percorsi e destini che inspiegabilmente e nonostante tutto (ed i molti) si incrociano, si definiscono, trovano un loro compimento. Beirut, quella di un passato che sembra non interessare più a nessuno e quella di un presente forse più prospero ma sempre sull’orlo di un incombente abisso; Green Line non è solo un titolo (parleremo anche della musica ma ogni cosa a suo tempo), era quella linea verde che sulla mappa (e psicologicamente) divideva Beirut in due durante la lunga guerra civile (religiosa e soprattutto causa interessi vari esterni al Libano stesso) che martoriò questa terra fra il 1975 ed il 1990, cicatrici che restano tutt’oggi ma che non si riducono solo ad una questione storica, è il “perchè”. Fermi un attimo, sapete bene che qui si bada “a’i lesso”, cioè alla musica,  quella musica della quale parliamo e recensiamo (nel nostro piccolo) e che prescinde da tutto il resto, bella, brutta, interessante, valida o meno valida che sia, non importa (aggettivi che comunque non ci appartengono), è Musica e di fronte alla quale il resto del mondo e tutte le sue miserie possono aspettare. Rita Tekeyan è tutto questo, ricordi, cicatrici ma anche un presente ed un futuro, è del 2015 il suo album di debutto, Manifesto Anti-War (un titolo che parla da solo), una lunga pausa, probabilmente necessaria ed ora questo nuovo album, Green Line (Seahorse Recordings), quella linea verde.  Rita ha il dono di una bella voce, scura, evocativa, dalle moltecipli sfumature (molto vicina come approccio a quella di Nina Hagen o di Diamanda Galas ma allo stesso tempo diversa, meno “esuberante”, più dolce), e la musica? Un album notevole che si muove fra atmosfere folk-ambient e dark-gothic ma senza mai forzare troppo la mano su territori più oscuri (cosa che un pò ci è dispiaciuta ma si tratta pur sempre di scelte artistiche personali non discutibili); Rita sembra preferire una dimensione più intima e raccolta e va bene così, forse qualche volta un pò troppo “accomodante” (non compositivamente ma come “suono”), sonorità pulite e moderne che non dispiaceranno ai più ma che a noi lasciano il dubbio ed il desiderio di poter ascoltare questa voce in un contesto più naturale e “grezzo” (scusateci, qui ragioniamo di pancia ed a intuito). “Rooftops terraces, socializing spaces, Narguileh drinking, Tawli playing, Rooftops made of reinforced concrete, Covered with a layer of black caoutchouc, With another layer of asphalt, A third layer of ceramic tiles, Layers to fight against humidity”, parte del testo estratto dalla bellissima Rooftops, decadente e triste, antica e moderna allo stesso tempo, poi c’è la voce di Rita quasi declamatoria, aspra ed incantatrice insieme a narrarci di quelle cicatrici che cercano ancora un loro epilogo, tanto di cappello perchè una bella voce per quanto bella possa essere non può bastare se non si ha una storia “dentro”. Splendide anche le atmosfere di Abri, “splendide” come intensità del brano (la realtà è ben diversa), una dimensione questa che si adatta perfettamente alla voce di Rita Tekeyan, qui lacerante e profondamente “dark”; c’è Green Line, una malinconica ballata elettrica sul vivere quella linea verde (immaginaria ma in realtà estremamente fisica), atmosfere che ricordano il Tom Waits più introspettivo, un bel sentire, ma è con Y che questa musica troverà un suo compimento, traccia aspra, ostica sebbene sempre “trattenuta”, qui c’è la storia del popolo Armeno, quella di un genocidio (solo un altro, purtroppo né il primo e probabilmente nemmeno l’ultimo), introdotta da solo piano e voce ma che poi spiccherà il volo in una litania che è tempo e storia, la voce di Rita che sembra spezzarsi poi il silenzio. Parlare di musica è sempre un rischio, più che di un semplice recensire, i gusti e l’orecchio sono e restano personali, ad ogni modo è un rischio che corriamo volentieri, se poi preferite leggere un depliant di viaggi fate pure ma non è qui che lo troverete; a non convincerci del tutto sono certe sonorità ed arrangiamenti fin troppo “elaborati” (aspettate ad arrivare a conclusioni affrettate), come in B.L. Express ad esempio o in Forêt Noire, compositivamente belli ma avremmo preferito ascoltarli nella loro crudezza naturale, spoglia, attenzione, sono solo considerazioni che lasciano, come tutte le considerazioni, il tempo che trovano ma preferiamo muoverci su questa invisibile linea del dubbio piuttosto che su certezze che non ci appartengono; a scanso di equivoci è un album che fortunatamente si discosta dalle banalità da classifica e che ha un suo respiro, spesso doloroso, malinconico, lontano, freddo (Paolo Messere che accompagna Rita Tekeyan ai vari strumenti è senza dubbio bravo), ascoltatevi la bella Weight Of Pain o perdetevi definitivamente tra le amare e desolanti note di Devil’s Ob. Più che di un album dovremmo parlare di un concept-album, sofferto e ne siamo certi necessario ma che non deve diventare a sua volta un “limite”, un’altra linea, le oscurità dell’animo umano sono infinite e non conoscono passati, presenti o futuri ed è qui che ci auguriamo di poter incontrare ancora una volta Rita Tekeyan e la sua voce, e come una sirena d’altri tempi seguirne il suo doloroso canto, ultima narrazione delle nostre quotidiane miserie. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

 

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