Roots! n345 dicembre 2021 Queen Lizard

Queen Lizard - Secret Inner Light

Queen Lizard – Secret Inner Light

by Simone Rossetti

La band si è formata a Genova nel 2016 per suonare al matrimonio di un amico…pessimo inizio, davvero. Siamo andati avanti e abbiamo continuato a scrivere pezzi nostri e ad esibirci, molto raramente, in pub e locali di infimo ordine, non trovando di peggio.” (cit. Queen Lizard)

E poi…..poi questo primo Lp risalente all’aprile del 2019 (autoprodotto, disponibile in formato digitale od in CD tramite la loro etichetta, la Slowdownhoney); un lavoro che avrà anche i suoi limiti, forse, ma che di questi tempi è un gran bel sentire, no, è un gran bel sentire a prescindere da un tempo. Giulia Morano alla voce e chitarre, Marco Perrella alle chitarre e pedal nerd, Lorenzo Capello alla batteria e Mario Costa al basso, che arrivano da Genova lo avrete già intuito, che cosa suonano no e ve lo diciamo noi, cioè, ci proviamo visto che le influenze sono molteplici e variano da brano a brano; si parte con l’iniziale For A While dalle atmosfere paisley underground anni ‘80, un brano elettrico e sognante dove a catturarvi sarà la bellissima (e non è un complimento gratuito) voce di Giulia (brava, qui come in tutto il resto dell’album), più “dura” Mirrors, un garage beat in stile Bangles tanto semplice quanto radiofonicamente perfetto così come la successiva Flowers Crown interpretata splendidamente da Giulia, una ballata elettrica pronta ad esplodere da un momento all’altro (cosa che farà); profumi della New York dei Sonic Youth in Severed Drops Disclosure, irresistibile anche se…ma ci arriveremo a fine articolo, comunque tanto di cappello. Red Uniform è sostenuta da un bel basso e da un incedere più classicamente rock, non delude ma nemmeno sorprende, mentre la leggera Sleepless (sempre debitrice dei Sonic Youth ed in parte anche dei Jefferson Airplane) è una fra le vette più alte di questo lavoro, quella via maestra da perseguire? C’è Hoof un punk no-wave tiratissimo che quasi stentiamo a crederci (occhio a quel quasi) ed ancora il punk-rock di Rainbather che non sarebbe dispiaciuto ai Ramones ma qui ci fermiamo (i brani in tutto sono 11); quello che ci interessava era darvi un primo “input”, speriamo giusto, e non farvi la solita lista della spesa (in questo caso, peggio ancora, natalizia), resta però un ultimo brano (ed è proprio il brano che chiuderà questo lavoro), un brano non casuale ma che rivendica le radici di questi ragazzi (ma anche le radici di questo disastrato paese) ed è Flood Day (Alluvione 2014), al di là dell’aspetto compositivo è un peccato che i testi siano in inglese, forse ci aspettavamo o li avremmo preferiti in italiano, non chiedeteci il perchè, tant’è, sono scelte artistiche non discutibili. Ora un piccolo passo indietro, a quel “anche se…”, la sensazione è che questi ragazzi viaggino con il freno a mano tirato (volutamente o meno), “disturbare” (creare) si ma non troppo, precisiamo, non si tratta di compiacere l’ascoltatore (se è per questo non lo fanno e la personalità non gli manca) ma di non osare quell’oltre che non sia vincolato ad una “piacevolezza finale”, in sostanza, più di pancia/budella/cuore, è una considerazione personalissima che sicuramente lascia il tempo che trova e che nulla toglie al valore di questo debutto, solo un pò di amaro in bocca ed il perchè pensiamo lo avrete capito. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).  

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