Roots! n.312 novembre 2021 Queen – A Night At The Opera

Queen - A Night At The Opera

Queen – A Night At The Opera

(1975, EMI)

by Simone Rossetti

Questo album non è solo Bohemian Rhapsody ma è anche Bohemian Rhapsody; quanti di voi conoscono realmente questo album? E quanti di voi conoscono solo il brano in questione perchè è stato usato nella colonna sonora dell’ultrapremiato (quanto inutile) biopic sui Queen? Se è così vi siete persi un bel pezzo di storia, niente di male, noi di Roots! siamo qui anche per questo. Intendiamoci, personalmente non sono un “fan” dei Queen, a dire la verità non mi hanno mai particolarmente entusiasmato (a livello di album) ma devo riconoscere che hanno realizzato delle composizioni che sono dei piccoli (e qualche volta dei grandi) capolavori; sia che amiate o meno i Queen immagino avrete visto “il filmone” del 2018 diretto da Bryan Singer quindi saprete già tutto circa la loro vita, morte e miracoli; meglio così perchè non avevamo voglia di scrivere un altra “biogossip”, però una cosa va detta, Mercury è stato (indipendentemente dal biopic) uno fra i più grandi (compositori, cantanti, musicisti e frontman) del rock, “eccessivo”, istrionico, esuberante, sincero, onesto (almeno con la sua musica); ovviamente i Queen non erano solo Mercury, erano (sono) anche Brian May alla chitarra, John Deacon al basso e Roger Taylor alla batteria, ma non me ne vogliano (tanto lo sapranno anche loro) se dico che i Queen erano, sono e resteranno, “quelli con Freddie Mercury”. Un “peso” enorme così come un lascito artistico (nel bene e nel male), una carriera segnata da alti e bassi ma anche di altissimi, un approccio alla composizione del tutto personale e diverso da qualsiasi altro gruppo rock (e meno rock), alle volte ridondanti, tronfi, “baroccheggianti”, ruffianamente pop ma più spesso un gran bel sentire. Si possono mettere in discussione i Queen? Si, ed è giusto come per qualsiasi altra cosa, non limitatevi però ad un biopic (che ha la durata di un programma televisivo e per quanto sia ben fatto resterà comunque un prodotto di finzione) o ad un singolo di successo, procuratevi i loro album, lasciatevi incantare o far “cascare le braccia” (dipende) dal loro modo di sentire la musica, di viverla, crediamo sia il modo migliore (senza avere la pretesa che sia l’unico). A Night At The Opera vedrà la luce nel novembre del 1975 fra difficoltà economiche e di intenti, quarto album in studio e successivo a Sheer Heart Attack dell’anno precedente (un buon album, già proiettato avanti ma ancora legato a sonorità tipiche del glam-rock), un trionfo a livello mondiale senza precedenti sebbene (considerazione personalissima e discutibile) sia ancora un lavoro “confuso”, sicuramente ambizioso, non sempre messo ben a fuoco ma anche affascinante, una musica che riesce a spaziare fra i più disparati generi e stili, sempre molto teatrale, un esplosione di “colori” con tutti i suoi altissimi ma anche inevitabili bassi. Si parte con Death On Two Legs ed il suo bellissimo intro di piano classico per poi venire catapultati in atmosfere più rock, una melodia straniante ricca di cori ed armonie dove svetta la voce malinconica e potente di Mercury; la successiva Lazing On A Sunday Afternoon che, diciamo la verità, vista la sua particolarità (più “canzonetta” di tradizione francese vaudeville) potrà piacere o meno, a seguire I’m In Love With My Car composta e cantata dallo stesso Taylor, un bel pezzo rock, non imprescindibile ma di grande intensità e con la chitarra di Brian May che qui brucerà di luce propria; You’re My Best Friend è storia a parte, solare, contagiosa, dal respiro universale, melodicamente e semplicemente Pop (con la p maiuscola); c’è ’39 un brano tipicamente acoustic-folk anni ’70 dai contorni psichedelici e cori alla Eagles, carino ma forse fuori contesto; con Sweet Lady si torna su atmosfere più glam rock, un buon pezzo anche se tutto sommato si resta nella “mediocrità”, c’è Seaside Rendezvous dove sembra di tornare ai tempi dei Beatles di Sgt. Pepper’s, sorvoliamo ma anche questi sono i Queen, meglio la successiva The Prophet’s Song, un brano più teatrale che si muove tra armonie progressive rock e melodie “epiche” un bel brano strutturalmente complesso ma forse appesantito dalla durata e da una messa a fuoco non ben centrata; si cambia registro con Love Of My Life, si, è un capolavoro, parola che qui su Roots! non amiamo ma si, lo è, meglio sarebbe dire un “piccolo capolavoro”, per intensità, per la melodia che sprigiona, per le sue note malinconiche lasciate al piano ed alla voce di Mercury, quel brano che può suonare solo così e solo con Mercury mentre in Good Company si torna su atmosfere Beatlesiane, spiazzante ma inutile cercare di capire. Ed è giunto il momento di Bohemian Rhapsody, brano discutibile (c’è chi lo ama e chi lo odia) ma perfetto, inutile girarci intorno, uno fra i pezzi più belli di sempre, una composizione operistica che trascende il rock o qualsiasi altra definizione di genere, qui siamo su livelli altissimi, assoluti, c’è tutta la poetica di Mercury (brano da lui fortemente voluto, composto e cantato), arioso, “maestoso” ma allo stesso tempo intimo, malinconico, ricco di variazioni armoniche e melodiche che si stratificano e si rincorrono senza lasciarci il tempo di riprendere fiato, potente ma con “grazia”, immenso ma con quella delicatezza “umana” che sa farsi arte; infine a chiudere God Save The Queen una rivisitazione in chiave rock dell’inno britannico, va bene ma niente di imprescindibile. Questi erano i Queen nel 1975 e come non lo saranno mai più (sebbene per molti anche questo sia discutibile), impossibile non volergli bene perchè “oltre” ai Queen non ci saranno più altri Queen ma solo una mediocrità più o meno sopra la media, alla portata di tutti, non questo A Night At The Opera. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

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