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Roots! n.7 ottobre 2020

R.E.M.-Reckoning
Psychedelic Furs-Mirror Moves

R.E.M.-RECKONING

by Simone Rossetti

Nel 1984 i R.E.M. erano ancora quattro ragazzi di Athens, Georgia, al loro attivo avevano già un Ep Chronic Town e Murmur (Lp) del 1983 entrambi pubblicati per la I.R.S. Records allora vera e propria etichetta “cult” per tutto il garage rock-alternative e non solo. Nel 1984 i R.E.M. non erano quindi una band propriamente sconosciuta, anzi, ma erano ben lontani dal sapere quale successo e notorietà a livello planetario avrebbe riservato loro il destino solo una manciata di anni più tardi. Davvero non male per una college-band arrivata da Athens, Georgia.Tutto meraviglioso quindi? si, ma con un ma, grandi album, grandi numeri, grande riscontro ma questo Reckoning del 1984 per me è, e resta, l’essenza dei R.E.M. in tutta la loro spontaneità e naturalezza nel creare brani semplici ma al contempo ricchi di armonie strumentali e vocali, dove si batte il piede perchè questo non è solo la prolunga di un articolazione ossea, dove i testi parlano di storie ancora circoscritte ad un certo paesaggio di frontiera. Sia ben chiaro, nel corso della loro carriera i R.E.M. hanno sempre realizzato buoni se non ottimi album ma è cambiata ovviamente la loro “dimensione”, un pò come trapiantare un bel cactus del deserto nella foresta amazzonica, poi, per carità, ci sta tutto, ma ecco che insieme alla “dimensione” di cui sopra cambiano anche le “aspettative”. In questo album i R.E.M. riescono a creare un alchimia unica, speciale, tra Byrds e ballate folk dove sezione ritmica e la chitarra di Buck trovano un gioco di incastri perfetto, tutto è frizzante, leggero, malinconico, naturale, la sua bellezza sta tutta qui. Si parte con Harborcoat ed è subito la ritmica di Berry a dettare il tempo, poi un ritornello solare che mette subito di buon umore, 7 Chinese Bros. dove i fraseggi di Buck disegnano linee severe e perfette, So. Central Rain (I’m Sorry) merita una menzione a parte, ricordo che in quell’anno sul palinsesto di MTV passavano a rotazione il video di questo brano, me ne innamorai subito, un amore che dura tuttora, fa da intro un breve arpeggio di chitarra poi la melodia si stende serena e malinconica per sfociare nell’invocazione di Stipe “I’m Sorry,I’m Sorry”, stupenda, Pretty Persuasion è un altro pezzo da cantare sotto la doccia, la ritmica accelera e gli altri strumenti la seguono a ruota colorando i movimenti di infinite sfumature, chiude il primo lato Time After Time, più “psichedelica” nella sua costruzione ma personalmente la trovo troppo appesantita sebbene sia un bel brano. Apre il lato B Secon Guessing altro pezzo da cantare sotto la doccia (praticamente con questo album bisognerebbe sempre stare a lavarsi), Letter Never Sent è spavalda e trascinante, i primi raggi di sole dopo un temporale estivo, Camera è una falsa promessa, parte sorniona per poi aprirsi in un chorus dove Hammond e la voce di Stipe ricamano armonie sontuose, (Don’t go Back To) Rockville è un altro piccolo capolavoro roots-rock, libera e selvaggia (e non vi farà più uscire dalla doccia), chiude l’album Little America una cavalcata più rock che senza eccellere chiude degnamente questo lavoro. Un ultima curiosità che magari può interessare i più “tecnicisti”, l’allora produttore nonchè tecnico del suono Don Dixon impose per la registrazione di questo album la tecnica “binaurale” che praticamente ricreava il sistema uditivo umano attraverso due microfoni che posizionati al posto delle orecchie (di un manichino s’intende) permettevano di ottenere una registrazione “tridimensionale”, l’effetto per l’ascoltatore dell’album era quello di trovarsi “effettivamente” in sala di registrazione ad assistere all’evento, personalmente trovo questa tecnica geniale, il problema era dovuto al fatto che questo “effetto tridimensionale” si ricreava solo con un ascolto in cuffia, ascoltando l’album da normali diffusori no; questo non vuol dire che non lo dovete ascoltare se non avete un paio di cuffie (rendendo questa recensione inutile), è un album che vi consigliamo caldamente di rispolverare, riascoltare, riacquistare, la vostra doccia vi ringrazierà; e da Roots! come sempre è tutto, buon ascolto (qui).  

 

Psychedelic Furs-Mirror Moves

by Simone Rossetti

1984, da molti considerato l’ultimo anno prima che quel movimento musicale conosciuto come new wave nato sul finire degli anni 70 iniziasse lentamente ma inesorabilmente a perdere la sua spinta creativa e probabilmente è vero anche se il termine new wave è di per se molto generico ma comunque la sostanza non cambia, questo Mirror Moves degli Psychedelic Furs ci arriva direttamente da questi giorni; si potrebbe obiettare che tutto sommato è un album “commercialotto”, il lato più pop della new wave, forse è vero ma prima di arrivare a delle conclusioni affrettate è bene tener presente alcuni punti; primo, ci sono delle bands che volenti o nolenti preferiscono restare ai margini del mainstream ma il cercare un successo (riscontro di vendite e pubblico) non sia necessariamente da considerarsi in termini negativi; secondo, gli Psychedelic Furs non erano certo gli ultimi arrivati, alle loro spalle avevano già tre buoni album ( The Psychedelic Furs, Talk Talk Talk e Forever Now) con un buon riscontro di critica ma restavano comunque un gruppo “underground”; questo Mirror Moves è un pò il loro salto di “qualità”, senza dubbio cercato (ma non in termini spregiativi), un album scala classifiche, milioni di copie vendute (ma non a caso), è un bell’album, realizzato bene e con al suo interno (nel bene e nel male) dei piccoli capolavori compositivi; non storciamo il naso per questo, non disprezziamolo solo perchè ha un attitudine pop. Evoluzione, dal loro primo album risalente al 1980 quando ancora venivano considerati un gruppo post-punk (in realtà di post-punk avevano ben poco) il loro suono si è sempre evoluto, raffinandosi compositivamente e aprendosi anche mentalmente a nuove sonorità (un pregio o un difetto?). Qui c’è indubbiamente tanta classe, i brani sono melodicamente e armonicamente perfetti, alcuni vere e proprie hit’s (ma di questo a noi ci importa poco) a partire dalla prima traccia The Ghost In You, un approccio new-romantic con tastiere ben in evidenza e la voce di Butler che con il passare degli anni si è fatta calda e confidenziale perdendo l’asprezza degli inizi, un chorus e refrain di quelli che fanno colpo, si dirà “e vabbhè” ma quello che ascoltiamo oggi è meglio? Si prosegue con Here Come Cowboys, più rock e ruffiana al punto giusto, a seguire quello che è considerato il loro capolavoro, Heaven, curiosità, parte subito con il refrain arioso e sognante, la sezione ritmica sottolinea il tempo mentre chitarre e sinth si fondono insieme alla perfezione, segue la danzereccia Heartbeat con ampio uso di fiati (strumentazione anomala ma usata fin dai primi loro lavori quasi a volersi distaccare da una strumentazione classica nella ricerca di una propria identità); la bellissima My Time esistenziale e crepuscolare è sicuramente una fra le migliori dell’album in quanto scorre naturale e senza forzature, un qualcosa di cui l’anima sente il bisogno, seguono Like A Stranger  più sostenuta ma sempre di buona presa e la più cupa ma sempre orecchiabile Alice’s House, a chiudere l’album ci pensano Only A Game uno stralunato space-rock con sonorità tipicamente anni 80 e Highwire Days più dream-pop e dal crescendo che sfocia in un grande refrain. Vi abbiamo detto cosa andrete ad ascoltare, ovviamente non il come, questo spetta a voi, quello che conta al di la di stili o generi è la musica, oggi sicuramente superata ma capace ancora (e scusateci se è poco) di dare emozioni non solo a chi avesse voglia di “rispolverarlo” ma anche a chi abbia la curiosità di volerlo ascoltare per la prima volta. (qui)

  

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