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Roots! n.190 maggio 2021

PS5-Unconscious Collective

Autore: PS5

Titolo: Unconscious Collective

Tracks: 1. Transe Napolitaine – 2. Babalawo – 3. Amigdala – 4. Sulûk – 5. Makeda – 6. (dont’step on the) Mome Raths – 7. Sempre Dodici – 8. Idris

Anno: 2021

Genere: Jazz, Free-jazz, Contemporary music

 

Città: Napoli

Componenti: Pietro Santangelo (sax tenore e soprano), Paolo Bianconcini (percussioni), Giuseppe Giroffi (sax contralto e baritono), Vincenzo Lamagna (basso), Salvatore Rainone (batteria) 

Etichetta: Hyperjazz Records

Formato: Digitale, vinile in edizione limitata 

Sito web: PS5 

PS5-Unconscious Collective

by Simone Rossetti

Un album (non specifichiamo di proposito il genere ma ci arriveremo) come era da tempo che non ci capitava di ascoltare; si potrebbe obiettare che si tratta pur sempre di musica derivativa e debitrice di quella oramai appartenente ad un tempo che fu, vero ma non è il modo giusto di approcciarsi a questo lavoro. I’mi poero nonno soleva dire che “i’mondo gli’è quadro” (quadrato ma per lui era quadro), da buon contadino qual’era si riferiva a quel fazzoletto di terra che tutti i santi giorni doveva zappare, oggi saranno cambiati i tempi ma quel fazzoletto resta ed è sempre “quadro” (un pò per tutti, che sia terra o altro); nonostante tutto noi prendiamo per buono che  invece sia “tondo” e che questo tondo non abbia una “fine”, un con-fine dal quale dover tornare indietro. Unconscious Collective è un bellissimo album, non un capolavoro (ma non ci interesserebbe nemmeno), è semplicemente la dimostrazione che questo fottuto mondo è tondo, un “tondo” che abbraccia stili, epoche ed influenze diverse, derivativo, come vedremo, ma con un respiro che sa di “presente”. Album di debutto per questo “quintet” napoletano composto da Pietro Santangelo al sax tenore e soprano, Paolo Bianconcini alle percussioni, Giuseppe Giroffi al sax contralto e baritono, Vincenzo Lamagna al basso e Salvatore Rainone alla batteria e pubblicato dall’ottima etichetta italiana Hiperjazz Records (no, non è pubblicità, cosa della quale non ce ne può fregare di meno); un bel jazz (ora lo abbiamo detto) che si muove fra atmosfere più classiche ed altre più free ma con un linguaggio tutto mediterraneo ed un “equilibrio” raro, attenzione, che sia Napoli o Trieste non fa alcuna differenza, siamo tutti qui (affacciati su questo infausto mare) e da qui partiamo (od arriviamo) seguendo un “tondo” che se anche lo abbiamo dimenticato (e nonostante ci raccontino il contrario) ci appartiene. Perdonateci la lunga e forse inutile introduzione (lo sappiamo, ci perdiamo in chiacchiere) ma era necessaria ad introdurvi a questa musica, perchè se è vero che il jazz è “morto” e lo è (così come il rock o se preferite si sono entrambi “classicizzati” ed uniformati) non sempre è così e fosse anche per un’ultima volta riesce ancora a sorprenderci. Dal Mediterraneo ed i suoi suoni al jazz di New Orleans, quello di Chicago, il continente africano ed infine tutto questo fottuto mondo (perchè appunto non c’è bisogno di tornare indietro); e si parte proprio da Napoli con Transe Napolitaine e per una volta siamo ben lontani dai soliti luoghi comuni “paccottiglia”, è una Napoli vera e vitale quella che ci si presenta davanti con un bel tema introdotto dal sax di Santangelo che non può non ricordare (per vicinanza e voce) certe composizioni di Ornette Coleman ma è tutto l’insieme che funziona a meraviglia spostando i suoni su territori in stile Marching Band di New Orleans di inizio secolo scorso, un bel sentire. Babalawo non è da meno ma con un suono più anni 70 e “scuro” con una forte predisposizione funky (per capirsi in stile blaxploitation), c’è la calda ed avvolgente Sulûk dai profumi mediterraneo-africani, bella l’introduzione al basso di Lamagna che sembra omaggiare il Coltrane di A Love Supreme, c’è grande interazione e dialogo sia nelle parti soliste sia quando il linguaggio si fa corale (ascoltatevi la splendida parte finale). A scanso di equivoci non siamo qui per fare il classico “volantino pubblicitario delle offerte”, quello che ci interessa è darvi solo l’input giusto (né consigli di ascolto né suggerimenti) poi come al solito sarà una vostra scelta, perchè si può dire di tutto (nel bene e nel male) ma una recensione (per quanto ben fatta, in generale, non questa) non potrà mai sostituirsi alla sorpresa di un primo ascolto, quella sorpresa che potrà piacevolmente “sorprendervi” anche se date per scontato di non amare certe sonorità (sia di genere o stile); più in la troverete le delicate e malinconiche armonie di Sempre Dodici che lasceranno il posto nella parte centrale ad un bel lavoro della sezione ritmica (Bianconcini alle percussioni e Rainone alla batteria) per poi sul finale distendersi serenamente riprendendo il tema inziale, tanta classe anche dei due sax (Santangelo e Giroffi), vi lasciamo e qui conludiamo alle note della lanciatissima Idris, un quasi free-jazz dalle ritmiche afro-funky che non sarebbe dispiaciuto al grande Albert Ayler. Unconscious Collective è questo (e molto altro), un album di musica (jazz) suonato con onestà, tecnica (mai fine a se stessa) e dedizione, e va detto, con anche ottime intuizioni che lo elevano al di sopra del solito trito e ritrito jazz da aperitivo, per dirla in poche parole è un album da “scoprire” e da respirare a pieni polmoni (e di questi tempi non può far che bene), soprattutto è quel viaggio a ricordarci, nonostante tutto ed i soliti molti, che fuori da quel “quadro” esiste un “tondo”. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

 

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