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Roots! n. 171 maggio 2021

Procol Harum-Procol Harum

Procol Harum-Procol Harum (US version)

by Simone Rossetti

Avete presente A Whither Shade Of Pale? Bene, lasciate perdere perchè ridurre i Procol Harum a questo pezzo non gli renderebbe merito; ci stavamo riascoltando questo loro album di debutto (pubblicato nel settembre del 67, per capirci solo pochi mesi dopo lo strablasonato Sgt. Pepper’s dei Beatles), più per curiosità che per altro e senza aspettative particolari quando è scattato qualcosa; Signore e Signori qui ci sono dei pezzi da far impallidire gli stessi Beatles, poi è vero, ci sono anche un paio di brani non proprio imprescindibili ma per il resto è tantissima roba. Prima considerazione, il suono, i Procol Harum non avevano il classico approccio tipico delle formazioni inglesi del periodo (Beatles e Rolling Stones) ma era molto più soul fino a spingersi in territori hard rock ancora in divenire, poi c’era il loro lato progressive e la splendida A Whither Shade Of Pale (ma non solo) che resterà per sempre un punto di riferimento per tutto il genere; solitamente i più si fermano a ques’ultima ma vi assicuriamo che sarebbe un grave errore, noi di Roots! non ci accontentiamo e vogliamo portarvi oltre per cui mettetevi comodi perchè la storia (una sua buona parte) inizia proprio qui. Una storia strana ed un pò malinconica quella dei Procol Harum, Matthew Fisher (Hammond), Robin Trower (chitarra), Gary Brooker (piano e voce), Dave Knights (basso) e B.J. Wilson (percussioni), un primo successo, immenso, proprio grazie alla traccia sopra citata poi un lento ma inesorabile declino, fino all’oblio (i tempi cambiavano e con questi cambiavano anche i gusti musicali ma come vedremo c’è anche altro); non abbiamo il potere di rimettere le cose al suo posto (e non sarebbe nemmeno giusto) ma possiamo rendere merito a questo grande gruppo nel migliore ed unico modo che ci è dato conoscere, parlandone. L’album si apre proprio con quella A Whither Shade Of Pale che resterà per sempre nell’immaginario collettivo (a volte anche a sproposito), giusto due parole, intuizione geniale quella di riprendere una composizione di J.S. Bach (Suite No.3 BWV1068 “Air On The G String”) e di trasporla in pop-ular music , qualcosa a cui nessuno aveva mai pensato prima, quello che ne uscirà fuori sarà un pezzo senza tempo ma anche quell’inevitabile peso con il quale doversi sempre confrontare e renderne di conto, un peso (come tutti i pesi) dal quale sarà difficile liberarsi ma A Whither Shade Of Pale è solo la punta di un bellissimo iceberg per la maggior parte sommerso e sconosciuto; accennavamo al soul (un aspetto raro per i gruppi rock “bianchi” dell’epoca), nel caso dei Procol Harum è ovviamente un pò “annacquato” ma il groove c’è tutto ed è spiazzante, prendete ad esempio Conquistador, brano piacevole e tutto sommato leggerino ma aspettate che entri il refrain dove l’Hammond si infiamma e sembrerà di ascoltare un Otis Redding “qualsiasi”, una vena soul che affiorerà, più compositivamente che musicalmente, in She Wandered Through The Garden Fence, un “branettino” pop accattivante e sbarazzino (che suona moderno ancora oggi); ma siamo solo all’antipasto, il salto di qualità arriverà con la splendida, malinconica e profondamente “nera” Something Following Me, un pezzo che vi porterà direttamente su vette altissime lasciandovi senza fiato, una ballata rock speziata di soul, di blues e con un solo di chitarra affilato come un rasoio, quello che state ascoltando è grande musica; e già che siamo nel “climax” giusto abbeveratevi alle note di Cerdes (Outside The Gate Of ), un pezzo che vi catapulterà direttamente negli anni 70, un hard-rock speziato di suoni psichedelici con un refrain che vi farà rinascere a nuova vita, intro potente di basso, tappeti di Hammond a seguire ed infine l’esplodere del refrain, per non parlare di un solo di chitarra di Robin Trower semplicemente immenso; bella ed intensa è anche A Christmas Camel, velata di una strana tristezza un pò spiazzante ma di un fascino enorme. Discorso a parte merita Repent Walpurgis, brano strumentale che va a chiudere questo lavoro, vorremmo ricordarvi che siamo ancora nel 1967 (e sempre nell’anno di Sgt. Pepper’s), un pezzo prog al 100%, un suono che i Pink Floyd ancora neanche si sognavano (e che si sogneranno ancora per un bel pò), un crescendo di tastiere che sfocerà nel solo devastante di Trower, il tema verrà poi ripreso dalle note classicheggianti di un piano che dolcemente accompagneranno la composizione ad un nuovo e drammatico crescendo finale. Noi ci fermiamo qui ma vi avvisiamo che le sorprese non sono finite, è tutto uno scoprire, un sorprendersi, un restare incantati, ci verrebbe da dire “altro che Sgt. Peppers” ma non sarebbe tecnicamente corretto, sono comunque due album a loro modo diversissimi, il nostro consiglio è quello di scoprirlo o di ri-scoprirlo perchè la sensazione è quella di stare ascoltando un qualcosa di speciale ed unico. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

 

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