Roots! n.303 novembre 2021 Pink Floyd

Pink Floyd - The Final Cut

Pink Floyd – The Final Cut

by Simone Rossetti

A requiem for the post war dream” (by Roger Waters, performed by Pink Floyd)

Avevamo parlato dei Pink Floyd e del loro album More qui, un contesto completamente diverso, era il 1969, album nato come colonna sonora all’omonimo film diretto da Barbet Schroeder, David Gilmour alla voce e chitarra, Roger Waters al basso, Richard Wright alle tastiere e Nick Mason alla batteria; ora un lungo salto in avanti di ben dieci anni, al 30 novembre di quel 1979 quando uscì il loro monumentale The Wall; un “loro” che in realtà con la sebbene “ancora parziale” estromissione del tastierista Richard Wright di fatto non esisteva già più ma i problemi erano ben altri e di altra natura. Manca poco, un ultimissimo passettino, questa volta di pochi anni, è il 21 marzo 1983 quando viene pubblicato questo The Final Cut (Harvest Records); album dei Pink Floyd o album di Roger Waters? Non lo sappiamo, il nome del gruppo è ancora lo stesso ma da qui in poi nulla sarà più come prima. Album generalmente considerato minore, soprattutto relegato ad album del solo Waters con “avanzi” dei Pink Floyd; fermi un attimo, questo è un grande album, ostico, complesso, di una scorrevolezza non facilmente “intuitiva” ma un album che tanto di cappello. Detto questo dimenticatevi i Pink Floyd degli anni 70, dimenticatevi i Pink Floyd come “entità”, dimenticatevi i Pink Floyd di un rock che già sembrava volgere al suo termine; The Final Cut è un concept-album sulla stessa linea di The Wall ma più “paranoico” (se non è il termine più adatto ce ne scusiamo), più chiuso, introspettivo, molto personale (di Roger Waters), poi si, c’è anche Nick Mason alla batteria e David Gilmour alla chitarra (e voce in Not Now John) ma c’è anche il sax tenore di Raphael Ravenscroft, l’Hammond di Andy Bown, il piano di Michael Kamen e la National Philharmonic Orchestra, non c’è più Richard Wright; questi sono i Pink Floyd (in questo preciso momento storico) come non lo erano mai stati prima e come non lo saranno più. Un concept album contro la guerra, contro la politica dell’allora premier inglese Margaret Thatcher (ed il conflitto delle Falkland) ma non solo, Waters rilegge il tutto in una versione “umana” desolante, claustrofobica, un narrare senza redenzione, comunque vada. “And if I show you my dark side, Will you still hold me tonight? And if I open my heart to you, And show you my weak side, What would you do?”, un breve estratto dalla traccia omonima che ben riassume un tutto; gli eventi, che si tratti di guerre, epidemie, perdite, lontananze, lasciano delle cicatrici che il tempo non cura ma restano lì, in una sospensione non ben definita, un vuoto con il quale doversi confrontare quotidianamnte. Poi viene la musica, musica interamente scritta e composta dallo stesso Waters che alcuni definirebbero art rock, altri progressive rock, a noi basta rock, malinconica, incombente, capace di raggiungere vette altissime ma anche di implodere ineluttabilmente su se stessa, come nelle due bellissime tracce iniziali, The Post War Dream e Your Possible Pasts (quest’ultima con un solo di Gilmour da brivido); c’è l’invettiva potente di The Hero’s Return, uno “scarto” di The Wall ma tanta roba, “When we came back from the war, The banners and flags hung on everyone’s door, We danced and we sang in the street, And the church bells rang, But burning in my heart, The memory smoulders on, Of the gunners dying words, On the intercom”. The Gunner’s Dream è un piccolissimo capolavoro inizialmente lasciato alle sole note di piano e voce poi l’esplosione “catartica” con il sax di Raphael Ravenscroft che tanto, ma veramente tanto, di cappello. Ed è sempre la guerra (subita) al centro delle drammatiche Paranoid Eyes e The Fletcher Memorial Home, no, non sono brani facili (un pò come tutto l’album) ma con uno spessore che oggi abbiamo rimosso in favore di altri tempi (più moderni, non migliori). C’è la bellissima traccia omonima forse appesantita dalle partiture orchestrali ma che bel sentire e non manca il brano più PinkFloydiano dell’intero album con alla voce solista propiro David Gilmour, allora, brano in sé non male, bello riascoltare questa voce più “ruvida” e meno “coinvolta” ma se volete ascoltare i Pink Floyd allora è meglio che cerchiate altrove; album che si chiude sulle desolanti note di una, compositivamente splendida, Two Suns In The Sunset con ancora un solo di sax del bravissimo Ravenscroft a liberarci da tutte le nostre miserie quotidiane mentre Waters canta “And as the windshield melts, And my tears evaporate, Leaving only charcoal to defend, Finally I understand, The feelings of the few, Ashes and diamonds, Foe and friend, We were all equal in the end.”. The Final Cut, per molti l’ultimo album dei Pink Floyd, per altri un album del solo Rogers Waters, per altri ancora i Pink Floyd erano già morti dopo la separazione più o meno forzata da Syd Barrett, c’è chi pensa che gli ultimi veri Pink Floyd siano stati quelli di The Wall e c’è chi ama il loro successivo A Momentary Lapse Of Reason del 1987; a ciascuno il suo tempo ed alla storia un suo che è quello di un ineluttabile superarci, sempre e comunque. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).     

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