Roots! n.296 ottobre 2021

Pankow - Throw Out Rite

Pankow – Throw Out Rite

by Simone Rossetti

1979, Firenze, un anno ed una città non casuali; per un attimo, solo un breve attimo, forse solo una percezione, sembrò che il mondo musicale, artistico, letterario, l’avanguardia più sperimentale, trovassero qui il loro epicentro, un mondo (ed una ”sensazione”) che ben presto (più velocemente dei nostri sogni) si vedrà costretto a dover fare i conti con una realtà ben diversa, un nuovo mondo che ineluttabilmente seppellirà tutto o quasi (a guardare oggi non ci resta nemmeno quel quasi). Urgenza espressiva, arte, ricerca, sperimentazione, quell’osare oltre che se ne sbatteva altamente delle logiche di mercato, casuale, di pancia, istintivo; finirà tutto di li a breve, una fiammata splendida ed unica poi solo cenere ed un presunto “nuovo” (in realtà già vecchio) che ne prenderà il posto o più semplicemente si riprenderà il suo posto. I Pankow nascono qui, in questo contesto, una band storica che fra alti e bassi, pause e cambi di formazione arriverà fino ai giorni nostri (lasciamo perdere eventuali e discutibili considerazioni in proposito), noi ci fermiamo qui, a questo 1979, anzi, è da qui che partiamo. Pankow o se preferite ПAНКОВ in caratteri cirillici, un primo split condiviso con i Diaframma (dei quali parliamo qui), Circuito Chiuso/Wither (uscito in allegato alla fanzine Free 8112) e poi questo album di debutto,Throw Out Rite, all’epoca rigorosamente su cassetta (oggi disponibile in tutti i formati) e pubblicato per la Electric Eye (1983); Maurizio Fasolo (fm) ai synth e tape echo, Massimo Michelotti ai synth ed Alex Spalck alla voce e testi. Siamo solo agli inizi di una storia che porterà i Pankow anche nelle classifiche più “danzerecce” e ad ottenre un ottimo riscontro soprattutto all’estero (da noi, inutile dirlo, meno) ma in questo momento era ancora un tutto in divenire, musica compresa. Throw Out Rite non è un capolavoro, forse, è un “sentire” diverso, ostico, a tratti spiazzante; industrial-punk dalle tinte dark-wave, ritmiche sintetiche proto-noise, derive post moderne, squarci umani di un qualcosa che si mostrerà di li a breve, musica destrutturata, incostante, pulsante vita. Ad aprire le danze Das Wodkalied, ritmi tribali, sintetici, voci effettate che si rincorrono ciclicamente in un rituale meccanico che sa tanto di nuovo mondo ed a seguire la spettrale Rendez-Vous Dans Un Bois, quel baratro senza alcuna certezza che ci accomuna nelle nostre quotidiane miserie, fra gli Einstürzende Neubauten (ne parliamo qui) ed i Cabaret Voltaire, mentre Wait & Search torna su atmosfere più industrial-dance con i synth in primo piano ed una ritmica marziale, non semplice ad un primo ascolto ma notevole, c’è la bellissima ZZ Walhalla, un viaggio cupo ed onirico nel ventre di un sistema già automatizzato a misura d’uomo, appagante ed assuefacente, da brivido; Destiny è un altro pezzo di straziante e glaciale bellezza, un pò come quel canto delle sirene al quale abbandonarsi ed infine perdersi (attenzione, stiamo parlando di musica) ed a chiudere l’incedere più synth-wave di I’m Food For You che potrebbe ricordare i primissimi Depeche Mode (qui) ma siamo su un altro pianeta, o meglio, siamo dentro un’allucinazione collettiva dalla quale non faremo più ritorno ma tutto sommato comoda ed appagante, spesso mostruosa. Noi ci fermiamo qui, ci sembrava interessante partire da un inizio e questo è un bellissimo inizio, forse non come album in sé (può piacere più o meno a seconda di una propria e personale predisposizione) ma perchè ha una storia da raccontarci (e forse anche un futuro già presente). Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

Original tracks

1. Das Wodkalied 2. Rendez-Vous Dans Un Bois 3. Wait & Search 4. ZZ Walhalla 5. Destiny 6. I’m Food For You 

 

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