Roots! n.87 febbraio 2021 Ornette Coleman – Soapsuds, Soapsuds

Ornette Coleman - Soapsuds, Soapsuds

Ornette Coleman – Soapsuds, Soapsuds

by Simone Rossetti

Va bene, ci proviamo, ci proviamo al nostro meglio ben consci dei nostri limiti e delle nostre possibilità; “recensiamo” ma soprattutto parliamo di musica, per scelta, nel nostro piccolo e senza pretese; poi arriva un album come questo Soapsuds, Soapsuds (1977, Artists House) di Ornette Coleman e niente, bisogna ripartire da zero, inventarsi un qualcosa, intuire, improvvisare. Stiamo parlando di jazz, il problema è che stiamo parlando anche della musica di Coleman, perchè in fondo anche la parola jazz è una semplice etichetta di genere e Coleman andava oltre. Uno tosto, uno che malgrado le critiche ricevute (per il suo stile ed approccio) è sempre andato avanti a testa bassa seguendo un suo istinto, la sua visione di musica (e badate bene, nel jazz le critiche hanno un loro peso non indifferente); vi diremo una parola, Armolodia (mettete insieme armonia e melodia), molti hanno cercato di comprenderla, di spiegarla, di interpretarla, qualcuno di suonarla, noi di Roots! non abbiamo questa pretesa, ci limitiamo a dire questo, prendete un sassofono di plastica e mettetelo nelle mani di un bambino di cinque-sei anni ed avrete qualcosa che probabilmente si avvicinerà all’armolodia più di qualsiasi altra spiegazione “dotta”; dietro ovviamente c’è molto altro, Coleman vi dedicò una vita intera al suo studio, alla sua concezione, alla sua “idea”, questo fin dall’inizio, fin dai primi anni ’50 quando suonava bebop nelle orchestre o rhythm and blues in piccole formazioni di paese; al principio fu solo un’idea, un’intuizione, nient’altro, con gli anni e col tempo svilupperà ed approfondirà questa concezione di musica, un percorso lungo, mai facile, forse indefinito (da qui le critiche) ma affascinante come nessun altro. Il jazz è pieno di storie personali e di grandissimi musicisti (come anche di grandissimi musicisti “minori”) ma sono pochi quelli che si sono spinti oltre, un oltre che prima di essere “forma” è un idea, Ornette Coleman era uno fra questi e lo era a modo suo, un pò come Thelonious Monk, anche se quest’ultimo suonava il piano ma l’approccio alla musica era il medesimo. Armolodia, quel punto o spazio immaginario dove armonia e melodia si muovono insieme, dove la concezione di tempo (del suo trascorrere) non esiste ma esiste un respiro unico, un movimento vitale che si fa “ritmo”, un concetto totalmente astratto, fuori da qualsiasi logica, qualcosa di non “riportabile” ed è la ragione per la quale abbiamo scelto questo Soapsuds, Soapsuds, un periodo nel quale la musica di Coleman si spostava su territori elettrici e rock-fusion, ma non qui, non ora. Un jazz per solo sassofono (Coleman) e contrabbasso (Charlie Haden); album bellissimo, che poi possa piacere o meno (come tutte le cose) è giustamente fuor di dubbio. Mary Hartman, Mary Hartman è la traccia di apertura introdotta da poche note di contrabbasso poi il sax ad esporre il tema vero e proprio, una melodia senza tempo, di una purezza e dolcezza “universali”, accenni blues, veloci saliscendi su scale improvvisate e dissonanze geniali, il basso di Haden che lo segue a ruota ed un finale dove Coleman riprenderà il tema iniziale ma più malinconicamente, più intensamente; la seconda traccia Human Being ha una melodia altrettanto bella ma dallo svolgersi quasi drammatico, è una vetta altissima, quasi insostenibile dove Coleman abbandonerà subito il tema per lanciarsi in un solo “perso” chissà dove, un suono che sembra farsi largo a fatica, Coleman cerca sbocchi non facili, lo si capisce da come si muovono le note, non c’è più una direzione ma solo uno spazio indefinito, si sente la necessità di portare il tema “oltre” ma forse (per noi) è un troppo ed infine il solo di basso a spegnersi in un infinito possibile. Soap Suds non è free jazz (come non è assolutamente free jazz l’armolodia), potrebbe sembrarlo tanto il confine è labilissimo ma non è così, comunque è il brano che più si avvicina ad una forma di jazz classico (meglio dire ai primi lavori di Coleman); a seguire Sex Spy, una melodia che lascia disorientati, stiamo parlando di melodia ma forse devremmo dire armonia ed ancora il sax a cercare una verità che forse non esiste, è uno scontro ciclico fra note altissime e basse assecondato dalle corde del contrabbasso di Haden ed infine a chiudere Some Day, qui Coleman suona la tromba (criticato anche per questo ma avrà modo, fregandosene, di suonare anche il violino), non era ovviamente il suo strumento e lo si sente ma non è questo che conta, è la sua stessa idea di musica, è l’essere sempre se stessi in quello che si fa e si trasmette. Soapsuds, Soapsuds è solo un album nella immensa discografia di Coleman e come tutti gli album di Coleman identificativo di un periodo, di un momento, di un “divenire”; nella sua semplicità è materia quanto mai viva e pulsante, un intimo dialogo fra “chi suona” e chi ascolta; noi lo sappiamo (lo intuiamo) e per questo gliene saremo sempre immensamente grati. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o nelle preferibili sembianze fisiche di un vinile).

Qui il link a Celebrate Ornette.

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