Roots! n.87 febbraio 2021

Ornette Coleman-Soapsuds Soapsuds

Ornette Coleman-Soapsuds, Soapsuds

by Simone Rossetti

Va bene, ci proviamo, ci proviamo al nostro meglio ben consci dei nostri limiti e delle nostre possibilità; recensiamo album, parliamo di musica, è quello che dobbiamo fare, il nostro essere e la nostra missione (nel nostro piccolo, senza pretese o dover compiacere nessuno), tutto abbastanza semplice; poi arriva un album come Soapsuds, Soapsuds di Ornette Coleman, e niente, bisogna ripartire da zero, dal nulla, inventarsi qualcosa, capire tutto da un inizio, intuire, improvvisare. Stiamo parlando di jazz, il problema è che stiamo parlando anche della musica di Coleman, Musica con la m maiuscola, perchè in fondo anche la parola jazz è una semplice etichetta di genere, Coleman andava oltre e sebbene quello che suonasse fosse jazz questa stessa parola era per lui una “gabbia formale”; il discorso potrà sembrarvi un pò complicato ma ci arriveremo; Coleman era uno tosto, uno che malgrado le critiche ricevute (per il suo stile ed approccio) è sempre andato avanti a testa bassa seguendo il suo istinto, la sua visione di musica (e badate bene, nel jazz le critiche hanno un loro peso non indifferente); vi dirò una parola Armolodia (mettete insieme armonia e melodia), molti hanno cercato di comprenderla, di spiegarla, di interpretarla, qualcuno di suonarla, noi di Roots! non abbiamo questa pretesa, ci limitiamo a dire questo, prendete un sassofono di plastica e mettetelo nelle mani di un bambino di cinque-sei anni, avrete qualcosa che probabilmente si avvicinerà all’armolodia più di qualsiasi altra spiegazione; dietro ovviamente c’è molto altro, Coleman vi dedicò una vita intera al suo studio, alla sua concezione, alla sua “idea”, questo fin dall’inizio, fin dai primi anni 50 quando suonava bebop nelle orchestre o rhythm and blues in piccole formazioni di paese; al principio fu solo un idea, un intuizione, nient’altro, con gli anni e col tempo svilupperà e approfondirà questa concezione di musica, un percorso lungo, mai facile, forse indefinito (da qui le critiche) ma affascinante come nessun altro. Il jazz è pieno di storie personali e di grandissimi musicisti (come anche di grandissimi musicisti “minori”) ma sono pochi quelli che si sono spinti oltre, un oltre che prima di essere “forma” è un idea, Ornette Coleman era uno di questi, era un “genio” (parola bruttissima, me ne rendo conto) ma lo era a modo suo, un pò come Thelonious Monk, anche se quest’ultimo suonava il piano ma l’approccio alla musica era il medesimo. Armolodia, quel punto o spazio immaginario dove armonia e melodia si muovono insieme, dove la concezione di tempo (del suo trascorrere e musicale) non esiste ma esiste un respiro unico, un movimento vitale che si fa “ritmo”, mi rendo perfettamente conto di quanto possa sembrare un concetto totalmente astratto, fuori da qualsiasi logica, qualcosa di non “riportabile” ed è la ragione per la quale abbiamo scelto questo Soapsuds, Soapsuds, un album del 1977, periodo nel quale la musica di Coleman si spostava su territori elettrici e rock-fusion, ma non qui, non in questo album. Un jazz per solo sassofono (Coleman) e contrabbasso (Charlie Haden); noi di Roots! dubitiamo degli aggettivi altisonanti (quando puzzano troppo di falso o servono solo a tirare la carretta) ma in questa occasione lasciatecelo dire, si tratta di un album bellissimo, che poi possa piacere o meno (come tutte le cose) è giustamente fuor di dubbio, che sia, ad un primo ascolto, musica “difficile” ci può anche stare (ma non crediamo), che possa lasciare spaesati si ma per la sua intima bellezza. Mary Hartman, Mary Hartman è la traccia di apertura introdotta da poche note di contrabbasso poi il sax introduce il tema vero e proprio, una melodia senza tempo, di una purezza e dolcezza “universali”, poi il tempo (se di tempo si può parlare) accelera e Coleman si lascia andare ad improvvisazioni del tutto naturali quanto eteree spaziando fra accenni blues, veloci saliscendi su scale improvvisate al momento e dissonanze geniali, il basso di Haden lo segue a ruota (d’altronde fra i due esisteva già un grande feeling dovuto ad anni di collaborazioni), sul finale Coleman riprende il tema iniziale ma qui si fa ancora più malinconico, più intenso; la seconda traccia Human Being ha una melodia altrettanto bella ma dallo svolgersi quasi drammatico, è una vetta altissima, quasi insostenibile ma Coleman abbandona subito il tema per lanciarsi in un solo “perso” chissà dove, a tratti il suono sembra farsi largo a fatica, Coleman cerca sbocchi non facili, lo si capisce da come si muovono le note, non c’è una linea ma solo uno spazio indefinito, si soffre anche nel finale dove Coleman riprende il tema iniziale, si sente la voglia di portarlo oltre e lancia un solo di basso a spegnersi in un infinito possibile. Soap Suds non è free jazz (come non è assolutamente free jazz l’armolodia), potrebbe sembrarlo tanto il confine è labilissimo ma non è così, comunque è il brano che più si avvicina ad una forma di jazz classico (meglio dire ai primi lavori di Coleman); a seguire Sex Spy, una melodia che lascia disorientati, sto parlando di melodia ma forse devrei dire armonia, e di nuovo il sax che alterna momenti più sommessi ad altri più potenti a cercare quella verità che forse non esiste, è uno scontro ciclico fra note altissime e basse assecondato dalle corde del contrabasso di Haden (uno che conosce tutte le infinite possibilità dello strumento); chiude l’album Some Day, qui Coleman suona la tromba (criticato anche per questo ma avrà modo, fregandosene, di suonare anche il violino), non era ovviamente il suo strumento e lo si sente ma non è quello che conta, è la sua stessa idea di musica, è l’essere sempre se stessi in quello che si fa e si trasmette. Soapsuds, Soapsuds è solo un album nella immensa discografia di Coleman e come tutti gli album di Coleman identificativo di un periodo, di un momento, di un “divenire”; nella sua semplicità è materia quanto mai viva e pulsante, un intimo dialogo fra “chi suona” questa musica e chi la ascolta; se ne avete occasione o interesse (non è un album così conosciuto) non dubitate e fatelo vostro; è solo musica, nient’altro, così avrebbe detto Ornette Coleman, noi lo sappiamo e gliene saremo sempre immensamente grati. Da Roots! buon ascolto. (qui)

Qui il link a Celebrate Ornette.

 

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