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Roots! n.143 aprile 2021

Nubdug Ensemble-Volume One: The Machines Of Zeno

Autore: Nubdug Ensemble

Titolo: Volume One: The Machines Of Zeno

Tracks: 1. Espejo – 2. Bronze Puppet – 3. Pimento Boots – 4. Spicy Mango – 5. Lojammin’ – 6. Trapelo 445 – 7. Prelude To Alea Lacta Est – 8.Alea Lacta Est – 9. Act II From Nancy Luna 

Anno: 2020

Genere: Abstract and contemporary music, Minimal, noise, jazz

Città: Oakland (California)

 

Componenti: Jason Bellenkes (sassofoni, clarinetto), Jason Berry (programming, sound design, tastiere), Myles Boisen (chitarra elettrica, pedal steel), Sheldon Brown (flauto, clarinetto basso), Amanda Chaudhary (sinths, tastiere, elettroniche), John Ettinger (violino), Lucy Foley (voce-3),Paul Hanson (bassoon), Amy X Neuburg (voce-1-8-9), Brett Warren (bass guitar), G Calvin Weston (batteria, percussioni)

Etichetta: Autoprodotto

Formato: CD, digitale

Sito web: https://www.facebook.com/VACUUMTREEHEADandNUBDUGENSEMBLE/

Nubdug Ensemble-Volume One: The Machines Of Zeno  

by Simone Rossetti

Pisas suavecito

Cuando

Vienes a mi casita” (Nubdug Ensemble)

Se Leonardo Da Vinci fosse stato nostro contemporaneo avrebbe dipinto La Gioconda allo stesso modo? Probabilmente no ma il come lo avrebbe fatto non è dato saperlo, cosa strana l’Arte, votata al passato ed oggi ad un ineluttabile oblio. E che vogliamo dire dell’album A Love Supreme di John Coltrane? Considerato una pietra miliare del jazz e non solo, composto nel 1964 ed ancora oggi punto di riferimento necessario, linguaggio e respiro universali; un John Coltrane od un Leonardo Da Vinci oggi sarebbero quanto di più alieno (e forse sfigato) potrbbe esserci (non se contate il numero dei loro follower, in quel caso ce ne sarebbero fin troppi), un presente al quale ci siamo assuefatti come condizione indispensabile alla nostra sopravvivenza e va bene, niente di male. Poi capita di imbattersi in un piccolo quanto “inutile” (le virgolette non sono mai a caso) album ed ecco che anche quella sopravvivenza assume un altro orizzonte, non ben chiaro e non sempre ben definito ma è un qualcosa, qualcosa che ha spessore e “possibile”; non pensate di trovarvi di fronte ad un nuovo capolavoro di Da Vinci o di Coltrane, immaginatevi (difficile ma è solo per un breve istante) questi due artisti ancora all’inizio del loro percorso, quando non tutto è ancora ben chiaro ma le idee non mancano e nemmeno il coraggio di guardare oltre, di perseguire ostinatamente una propria idea, non basta, trasportateli in questi tempi di “visibilità” e di caos mediatico-artistico, questo è più o meno quello che andrete ad ascoltare in questo Volume One: The Machines Of Zeno dei Nubdug Ensemble nati dalle ceneri dei Vacuum Tree Head, album registrato tra il febbraio ed il novembre del 2020 ed ora disponibile sia in CD che in digitale (qui). Paragone quanto meno azzardato? Forse si ma oggi sapreste distinguere un Leonardo Da Vinci da un qualsiasi venditore/intrattenitore/influencer tele-social? Tutti “fantastici” quanto inutili; e se a Leonardo di questi tempi non sarebbe bastato il solo classico pennello così a Coltrane, forse, non sarebbe bastato il suo solo sassofono, una questione di approccio più che di musica in sé. I Nubdug Ensemble prendono i suoni di questo tempo (elettronici in particolare) e li fondono, riadattondoli, ad atmosfere e sonorità che spaziano liberamente e senza vincoli fra un periodo e l’altro del 900, il risultato è un qualcosa di forse non ancora perfettamente “compiuto” (oppure si, ma questo potrebbe rivelarsi un limite ed il perchè lo vedremo in seguito) ma di grande fascino, una magia che ricorda quei vecchi circhi itineranti che di sera in sera si spostavano da una città all’altra portandosi dietro le loro musichette sbilenche e malinconiche ma anche estremamente moderne ed attuali. Elettronica predominante nella prima traccia, Espejo, che si sposa alla perfezione con parti orchestrali mittle-europee di matrice classica trasportate in uno spazio sonoro indefinito dalla bella voce (qui davvero bella) di Amy X, un sentire spiazzante capace di stravolgere la classica forma canzone ma di enorme spessore artistico; segue cambiando completamente rotta il free jazz lanciatissimo di Bronze Puppet, una sezione ritmica dall’incedere potente e devastante che scorre in flusso continuo insieme ai fiati a fare da contrappunto, un jazz urbano deragliante di estrema bellezza, dispiace un pò per la brevità perchè al suo finire se ne vorrebbe ancora. Pimento Boots ha quella forza espressiva che ricorda We Insist!-Freedom Now Suite di Max Roach ed introdotta dalla splendida voce di Lucy Foley, una bella ed ariosa composizione jazz che non si merita quel solo 1minuto e 26 secondi, un pò come voler voler pulire un diamante usando una grattugia per il formaggio (forse, in realtà qui nessuno ha mai visto un diamante in vita sua e mai lo vedrà); dalle atmosfere più cupe e sperimentali è Lojammin’, musica astratta minimlista lasciata alle note dissonanti del piano a fare da trama mentre intorno si muovono in un dialogo destrutturato percussioni, flauto, violino e rumori post-moderni, brano non facile ma di notevole intensità; più strutturata e dai profumi cinematografici (visiva) è la bella Trapelo 445, fra jazz e prog con una melodia che rievoca i grandi paesaggi di frontiera dei vecchi film western di Sergio Leone e ci si avvia così verso la conclusione con i due brani forse più compiuti di tutto l’album, il primo, Alea Lacta Est, è intriso di un potente funky in stile blaxploitation anni 70, geniale per progressioni armoniche ed intuizioni che spaziano dal jazz alla musica orientale, mentre l’ultimo brano, Act II From Nancy Luna, è più in stile jazz-dance lasciato alla libero movimento del corpo ed alle sue percezioni. Intendiamoci, questo Volume One: The Machines Of Zeno potrà piacere come il suo contrario, è sempre una questione di gusti personali (non discutibili), altro, qui su Roots! recensiamo ma soprattutto, a nostro rischio e pericolo, parliamo di musica, non consigliamo né suggeriamo né pubblicizziamo; John Coltrane è stato un immenso compositore, così come Leonardo Da Vinci nel suo campo ma oggi in questa palude di mediocrità, banalità ed ignoranza cosa sarebbero? O meglio, qualcuno si accorgerebbe di loro? Di questi Nubdug Ensemble ci siamo accorti per puro caso, non saranno dei Da Vinci o dei Coltrane ma riescono ad elevare la loro arte al di sopra di questa banalità disarmante, un buon motivo per parlarne; album capolavoro? No, ed aggiungiamo anche fortunatamente, è giusto che abbia ancora il tempo per crescere e definirsi, di osare fino a bruciarsi, perchè questo richede quella strana cosa chiamata Arte. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

Nubdug Ensemble-Volume One: The Machines Of Zeno

by Simone Rossetti

Translated by Queen Lady

Pisas suavecito

Cuando

Vienes a mi casita” (Nubdug Ensemble)

If Leonardo Da Vinci had been our contemporary he would have painted La Gioconda at the same time way? Probably not, but how he would have done it is not known, which is a strange thing for Art, which has been voted on to the past and today to an inevitable oblivion. And what about the album A Love Supreme by John Coltrane? Considered a milestone in jazz and beyond, composed in 1964 and again today a necessary reference point, universal language and breath; a John Coltrane or a Leonardo Da Vinci today would be the most alien (and perhaps loser) there could be (not if count the number of followers, in that case there would be too many), it is a present to which there we are addicted as an indispensable condition for our survival and that’s okay, nothing bad. Then it happens to come across a small as “useless” (the quotes are never random) album and here too that survival takes on another horizon, not very clear and not always well defined but it is something, something that has depth and “possible”; don’t think of find yourself in front of a new masterpiece by Da Vinci or Coltrane, imagine (difficult but it is only for a brief moment) these two artists are still at the beginning of their journey, when not everything is still very clear but ideas are not lacking and not even the courage to look beyond, to pursue obstinately one’s own idea is not enough, carry them in these times of “visibility” and chaos media-artistic, this is more or less what you are going to hear in this Volume One: The Machines Of Zeno by Nubdug Ensemble born from the ashes of Vacuum Tree Head, album recorded between February and November 2020 and now available both on CD and digitally (here). Comparison at least risky? Maybe yes, but today you would know how to distinguish a Leonardo Da Vinci from any vendor / entertainer / tele-social influencer? All “fantastic” as useless; and if a Leonardo of these times would not have been enough just the classic brush so in Coltrane, perhaps, not his saxophone alone would have been enough, a matter of approach rather than of the music itself. The Nubdug Ensembles take the sounds of this time (electronic in particular) and blend them, rearrange them, to atmospheres and sounds that range freely and without constraints between one period and another of the 20th century, the result is something perhaps not yet perfectly “completed” (or yes, but this it could prove to be a limit and why we will see it later) but of great charm, a magic that remembers those old traveling circuses that from night to night moved from one city to another carrying each other behind their lopsided and melancholic music of a world destined for oblivion but also extremely modern and current. Predominant electronics in the first track, Espejo, which marries to perfection with mittle-European orchestral parts of classical matrix transported in a space indefinite sound from the beautiful voice (here really beautiful) of Amy X, an unsettling feeling capable of upset the classic song form but of enormous artistic depth; follows by changing completely broken is the free jazz of Bronze Puppet, a rhythm section with a stride powerful and devastating that flows in continuous flow together with the winds to act as a counterpoint, a jazz urban derailment of extreme beauty, sorry for the brevity because at its end it is would still like. Pimento Boots has that expressive force reminiscent of We Insist! -Freedom Now Max Roach suite and introduced by the beautiful voice of Lucy Foley, a beautiful and airy jazz composition that does not deserve that only 1 minute and 26 seconds, a bit like wanting to clean up a diamond using a cheese grater (maybe, actually no one here has ever seen a diamond in his life and will never see it); with the darkest and most experimental atmospheres is Lojammin, music abstract minimalist left to the dissonant notes of the piano to act as a plot while they move around in a deconstructed dialogue percussion, flute, violin and post-modern noises, a piece that is not easy but of considerable intensity; more structured and with cinematic scents (visual) is the beautiful Trapelo 445, between jazz and prog with a melody that evokes the great frontier landscapes of old western films by Sergio Leone and so we move towards the conclusion with the two songs perhaps the most accomplished of all the album, the first, Alea Lacta Est, is imbued with a powerful 70s blaxploitation-style funky, brilliant for harmonic progressions and intuitions ranging from jazz to oriental music, while the last song, Act II From Nancy Luna, is more in a jazz-dance style left to the free movement of body and its perceptions. Mind you, this Volume One: The Machines Of Zeno will pleasure as its opposite, it is always a matter of personal taste (not questionable), else, here on Roots! we review but above all, at our peril, we talk about music, not we recommend or suggest or advertise; John Coltrane was an immense composer as well like Leonardo Da Vinci in his field but today in this swamp of mediocrity, banality and ignorance what would they be? Or rather, would anyone notice them? Of these Nubdug Ensemble we realized by pure chance, they will not be the Da Vinci or the Coltrane but they manage to raise the their art above this disarming banality, a good reason to talk about it; album masterpiece? No, and we also add fortunately, it is right that I still have time for to grow and define oneself, to dare to burn, because this requires that strange thing called Art. From Roots! it’s all and as always good listening (here).

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