Roots! n.526 settembre 2022 Nick Cave & The Bad Seeds – The Boatman’s Call

Nick Cave & The Bad Seeds - The Boatman's Call

Nick Cave & The Bad Seeds – The Boatman’s Call

(1997, Mute Records Ltd.)

by Simone Rossetti

Vi svegliate in piena notte e non riuscite più a riprendere sonno? Vi ritrovate a girare per casa come zombie indecisi fra il suicidarvi od ascoltare un disco a caso tra i Mayhem e Donna Summer? Noi di Roots! vi proponiamo una terza opzione…no, niente psicofarmaci, bensì l’ascolto di questo album a firma Nick Cave & The Bad Seeds, con una premessa….forse non vi farà tornare il sonno ma vi eviterà un possibile suicidio (od una strage il giorno seguente) e vi farà passare la nottata in piacevole compagnia. Nick Cave, musicista e compositore di origini australiane, prima, sul finire degli anni ‘70, con i Birthday Party dopo con i “suoi” The Bad Seeds (Mick Harvey alla chitarra e tastiere, Blixa Bargeld alla chitarra elettrica, Warren Ellis al violino e fisarmonica, Martyn P. Casey al basso, Jim Sclavunos alla batteria e Conway Savage al piano), una carriera lunghissima ed una vita fin troppo umana fatta di cadute, abissi, risalite….Schivo, cupo, un po’ come la sua musica ed in questo The Boatman’s Call non aspettatevi altro…il tutto suonerà molto rilassato, scorrevole, malinconico ma anche notturno, oscuro…un senso di perdita e di sconfitta che aleggerà in tutte le tracce e di una bellezza così “nuda” che qualsiasi parola sarebbe di troppo…ma visto che la notte sarà lunga meglio lasciare che le cose accadano. C’è la bellissima e struggente (Are You) The One That I’ve Been Waiting For? e basterebbe questa a passare indenni una notte, la voce di Nick è scura e profonda, le molodie sono avvolgenti, calde, si potrebbe essere ovunque, da un motel sperduto in un qualche  fottuto angolo del deserto del Mojave ad un monolocale di una qualsiasi nostra periferia urbana….Where Do We Go Now But Nowhere? altrettanto bella e malinconica con un accompagnamento scarno, testo di immensa tristezza “Across clinical benches with nothing to talk Breathing tea and biscuits and the Serenity Prayer, While the bones of our child crumble like chalk O where do we go now but nowhere, I remember a girl so bold and so bright, Loose-limbed and laughing and brazen and bare, Sits gnawing her knuckles in the chemical light, O where do we go now but nowhere”. C’è il desert-rock polveroso e lieve di Far From Me, altra ballata da assaporare solo nell’intimità di un cielo stellato e poche, veramente poche volte, proverete quella sensazione di essere veramente “lì”, in un “luogo altro”…avrete il tempo per lasciarvi cullare dalla dolce People Ain’t No Good, dal suono di una fisarmonica ad introdurre quasi sottovoce Black Hair una storia d’amore senza lieto fine…lo scarno folk-traditional di West Country Girl, con le sue chitarre piene di polvere e le note di un violino in sottofondo…mentre la notte scorre via….le prime luci dell’alba, una come tante, sempre la stessa…”And i don’t believe in the existence of angels, But looking at you i wonder if that’s true, But if i did i would summon them together, And ask them to watch over you, To each burn a candle for you, To make bright and clear your path, And to walk, like Christ, in grace and love, And guide you into my arms” da Into My Arms…e qui davvero, qualsiasi parola diventerebbe superflua…e anche se vi siete persi da qualche parte…voletevi bene. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

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