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Roots! n.14 novembre 2020

Minutemen-What Makes A Man Start Fires?
Supertramp-Breakfast In America

Minutemen-Wath Makes A Man Start Fires?

by Simone Rossetti

Hardcore dalle traiettorie inusuali, così si potrebbe definire il suono dei Minutemen, libero da vincoli di genere ed etichette, impulsivo, vitale, destrutturato ma anche suonato con grande perizia tecnica da ottimi musicisti. Un grande album dove hardcore, funk, jazz, punk, country, psichedelia si fondono insieme raggiungendo nel pur breve minutaggio delle tracce un raro stato dell’arte. Questo come introduzione, in realtà i Minutemen nascono da un amicizia di lunga data, quella fra D. Boon e Mike Watt che dopo aver dato vita per un breve periodo ai Reactionaries nel 1980 formano un nuovo gruppo, i Minutemen. Siamo a San Pedro (California), zona di Los Angeles, in quegli anni attraversata da un incendiaria scena undergound (aimé, oggi devastata da soli incendi) eppure nessuno si era mai spinto musicalmente così oltre come loro; Nel 1981 pubblicano il primo devastante album The Punch Line ma ancora troppo acerbo, incompiuto, la maggior parte delle tracce sono sotto il minuto di durata e questo comporterà oggettivamente anche un limite compositivo; Wath Makes A Man Start Fires? pubblicato nel 1983 per la SST definirà il loro suono e precederà quello che generalmente è un pò considerato il loro capolavoro, il doppio album Double Nickels On The Dime del 1984; oggi ci occuperemo di questo Wath Makes A Man Start Fire? forse non il migliore ma più istintivo, non troppo ragionato, più immediato. Solo chitarra-voce, basso, batteria, nient’altro ma quanto basta per creare un suono completo, pieno, corposo, la voce di Boon è un misto fra il cantato e il declamatorio, drammatica ed irriverente (come i testi), chitarra funky dal suono pulito ed una sezione ritmica che sembra appartenere ad un altro pianeta (almeno in ambito punk-hardcore), ma veniamo alle tracce; Bob Dylan Wrote Propaganda Songs e One Chapter In The Book conservano l’urgenza espressiva del primo punk ma con un approccio melodico inusuale, bello soprattutto il refrain della seconda mentre con Fake Contest si cambia registro, i ritmi si rilassano, si sentono aperture psichedeliche ed armonizzazioni quasi pop, in Beacon Sighted Through Fog si attraversa quella linea “sottile” fra hardcore e jazz, ritmi tribali, basso pulsante, un parlato che ha il sapore di un “reading poetry”; segue la breve Mutiny In Jonestown, il brano “perfetto”, accordi funky, basso corposo e ritornello irresistibile ma è nel brano successivo che si materializzano le capacità compositive di questi ragazzi, East Wind/Faith viene introdotta da un lungo solo di batteria di stampo jazz a cui si uniscono gli altri elementi creando una tensione ed un pathos unici. Bene, questo è come assaggio a quello che andrete ad ascoltare, ovviamente non vogliamo rovinarvi la sorpresa ma fra le tracce meglio riuscite non possiamo non segnalare la sbarazzina ’99, un proto punk lisergico dal refrain che chiede di essere cantato o il funky tiratissimo di The Only Minority oppure il breve jazz in distorsione di Split Red, brano seminale per l’epoca ma anche la malinconica Life As A Rehearsal dove il solo di chitarra fa da contrappunto al canto desolato di Boon. I Minutemen avranno il tempo per registrare il loro ultimo album 3-Waj Tie (For Last) pubblicato nel Dicembre del 1985, nello stesso mese morirà D. Boon, non per overdose né per suicidio né per una qualsiasi altra morte da gossip della cultura rock, no, si può morire anche per un banale incidente d’auto, banale ma quanto mai letale. Lontani dalle classifiche, quelle “importanti”, la musica dei Minutemen sapeva andare oltre (per l’epoca ma anche rispetto ad oggi), dritta al cuore, ad ogni singolo muscolo, ad ogni cellula neuronale; qualcuno ha detto che i Minutemen vanno ascoltati necessariamente su vinile, noi diciamo che vanno ascoltati in ogni caso, a prescindere dal supporto, anzi, vanno sparati a tutto volume perchè in questo mondo di futile e passiva “cacca” c’è più che mai bisogno di sentire (e di far sentire) altro, qualcosa di semplicemente vero e onesto. (qui)

 

Supertramp-Breakfast In America

by Simone Rossetti

Almeno una volta nella vita vi sarà capitato di sentir passare alla radio un pezzo di questo album e non crediate di cavarvela raccontando di vivere in Lapponia, anche se così fosse probabilmente l’avrete sentito cantare da qualche pinguino in amore. Album stravenduto quindi, strafamoso, strafrizzante, stratutto insomma, pop? Solo in parte, difficile etichettarlo in un qualche genere definito, ogni brano è un arcobaleno dai molteplici riflessi cromatici o se preferite una giostra luccicante che vi invita a salire per sognare ancora un ultima volta. Detto così sembra un bell’album, e infatti lo è, sia che abbiate “pretese” sia che vi accontentiate “solo” di buona musica, per cui non fate i difficili e salite insieme a noi su questa giostra multicolore. Non mi soffermerò su note tecniche se non per dire che tutti i brani sono cofirmati da Rick Davies e Roger Hodgson e che l’album in questione è il loro sesto album, non sconosciuti quindi ma il successo vero arriverà ora. 1979, stiamo volando sopra una New York colorata e spensierata (sembrerebbe un controsenso considerando l’anno, quindi in pieno fermento punk e new wave), ad aspettarci, al posto della solita statua della libertà una paffuta e sorridente cameriera e sullo sfondo una skyline assemblata con accessori vari da cucina e bar. Gone Hollywood parte sorniona sulle note di un malinconico piano e un attacco potente per distendersi fra armonizzazioni vocali accompagnate da un sax di gran classe, per essere il brano di apertura suona un pò “cupo” ma il testo non è da meno, ”It was a sight to see,the place to be,where the living is easy,and the kicks can always be found”, si vola con The Logical Song una composizione tanto semplice quanto geniale, spiazzante, le chitarre sottolineano i passaggi più intensi mentre il sax si lascia andare in un solo da brivido, suona tutto maledettamente pop ma senza esserlo, Goodbye Stranger è melodica e nostalgica, un brano senza tempo, armoniosa ma non pretestuosa scivola via come gocce d’acqua in un temporale estivo, Breakfast In America dà il titolo all’album, la sua bellezza sta tutta in questo essere dolce ma velata di un senso di amarezza, e c’è poco da aggiungere è perfetta, come è perfetta la successiva Oh Darling un mid-tempo che profuma di rock ma senza allontanarsi troppo dalle sue coordinate, cori Beatlesiani e ricca di sfumature armoniche, molto anni ’70, Take The Long Way Home parte con un crescendo di piano al quale si unisce il suono di un armonica, classico pezzo americano dove il refrain si distende solare e armonioso, questa è l’America, arriva anche il momento in cui la giostra rallenta, allora ci si distende reclinando la testa all’indietro a guardare il cielo che gira con noi, è in questo momento che parte la “ballatona” di gran classe, Lord Is It Mine accompagnata dalle note di piano e con un solo di sax soffuso e jazzato che non vi lascerà indifferenti; Just Another Nervous Wreck è più rock, solare e spumeggiante con il suo bel solo di chitarra, con Casual Conversation si rallenta di nuovo, i colori si fanno autunnali e malinconici, inizia a cadere una leggera pioggerella, tra un pò le luci si spegneranno e la giostra si fermerà ma non è ancora il momento, l’ultimo giro è per Child Of Vision, inebriante per cambi di ritmo e armonizzazioni vocali, ma non riesce a brillare del tutto, sarà per quel retrogusto un pò amaro e pesante che si porta dietro. Ora il giro è finito ed è arrivato il momento di scendere, se il gioco (e la sua illusione) è bello quando dura poco è anche vero che la giostra è sempre lì, non sarà oggi e nemmeno domani ma vi assicuriamo che il giorno in cui casualmente ci passerete davanti vi tornerà la voglia di farci un altro giro; perchè non è tanto la giostra in se né il suo luccichio o suoi colori sgargianti, è solo quel singolo e breve giro capace di farvi tornare a sognare rubando il tempo ad una realtà assoluta e onnipresente. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

 

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