Roots! n.11 novembre 2020 Miles Davis – Doo-Bop

Miles Davis - Doo-Bop

Miles Davis – Doo-Bop

(1992, Warner Bros. Records)

by Simone Rossetti

Su Miles Davis è stato scritto e detto di tutto e di più (a sproposito o meno), la verità è che non basterebbe un’enciclopedia per parlare della sua vita e della sua musica (inscindibili), c’è anche un’altra verità (al di là delle chiacchiere da “accademia”) quello che resta e che conta, la sua musica, i suoi album, un grande lascito per l’essere umano e per l’umanità intera. Buona regola vorrebbe che parlando delle opere di un artista si parta sempre da un inizio, noi no, preferiamo partire da una fine (fra l’altro postuma) e ripercorrere questo percorso al contrario, si, come i gamberi. C’è un senso in tutto questo? No se non la ciclicità di questa musica intesa come tempo, come le onde immutabili del mare (dal Be-Bop iniziale al Doo-Bop finale); niente muore ma tutto si trasforma, dal jazz più standard al free passando per il cool jazz, il jazz-rock, il funky anni ’70, il blues, l’ambient jazz, il jazz elettrico ed infine questo “ibrido” acid hip-hop jazz, non una fine ma solo un divenire. Doo-Bop è un album che alla sua uscita (giugno 1992) lasciò molti con l’amaro in bocca, il perchè è presto detto; Miles aveva lasciato questa dimensione umana pochi mesi prima (era il settembre del 1991) e come spesso accade la pubblicazione di un album “postumo” viene erroneamente considerata da molti “imbecilli” come una specie di testamento spirituale quindi per forza di cose come un qualcosa di “straordinario”; approccio sbagliato, in Doo-Bop di straordinario c’è “ben poco”, anzi, è stato un album notevolmente “manomesso” dal produttore Easy Mo Bee che evidentemente doveva avere un album concluso per poterlo pubblicare e farci i soldi (a pensar male si fa peccato ma non si sbaglia); per correttezza le tracce concluse “postume” come indicato nelle note di copertina dovrebbero essere solo due, High Speed Chase e Fantasy più una reprise di Mystery necessaria per arrivare alle nove tracce (nove, chissà perchè, comunque le prime otto bastavano); questa è la “storia”, che potrà ovviamente interessare o meno poi c’è tutto un resto. A quello che ci è dato sapere (e prendiamo per vero) il progetto iniziale doveva consistere nel riprendere i suoni esterni di  New York e farli dialogare con la tromba di Miles, un’ottima idea ma diciamolo chiaramente, il risultato non rispecchia le intenzioni e qui secondo noi poco c’entra Miles Davis; dov’è il problema, l’album è curatissimo e ben confezionato, la tromba di Davis non si discute, allora? Allora suona tutto troppo finto, si sente la mano “pesante” di Easy Mo Bee, la ritmica è sostanzialmente statica e si ripete nei soliti loop e campionamenti troppo fini a se stessi, non basta inserire qualche strombazzamento di clacson come nella pur buona High Speed Chase per ri-creare qualcosa di “vero” od inserimenti vocali tipici dell’hip-hop come in The Doo-Bop Song, in Fantasy od in Blow (non sappiamo se effettivamente Miles avrebbe approvato). Questi sono i limiti più evidenti, poi e per fortuna c’è la sua tromba ed il suo personale suono che anche in un contesto come questo (lontano dal classico jazz) riesce ad adattarsi ed a dialogare come se fosse una cosa del tutto naturale, spontanea; ci sono dei momenti in cui la tromba di Miles spiccherà il volo fino a diventare inarrivabile come nella già citata High Speed Chase dal ritmo sostenuto e più acid jazz, oppure in Sonya dove sebbene il pezzo sia estremamente “fisso” ha una bellissima apertura melodico-armonica che permetterà a Miles di esprimersi al suo meglio; anche in Fantasy (forse penalizzata da inserimenti vocali che però potranno anche piacere) si ritrova quel classico suono che quando risale sulle note più alte sembra quasi strozzarsi in un pianto; Duke Booty è un altro pezzo atonale appesantito inutilmente ma ci penserà sempre Miles a risollevarne le sorti; c’è Chocolate Chip che se non avesse questa ritmica immobile e sempre in primo piano sarebbe anche un pezzo interessante, Mystery è invece la traccia che apre l’album ed è forse la più “atmosferica” ed affascinante, un Miles più rilassato dove ascoltarlo sarà davverto tanta roba (se non fosse per i soliti inserimenti ritmici che poco ci incastrano ma tant’è). Qualcuno ha detto (o scritto) che Miles Davis non è tanto un ottimo musicista quanto un grande compositore ed arrangiatore, per noi è (è stato) un immenso artista/musicista/compositore con un lascito enorme non soltanto in ambito jazz, qualcuno che ha messo la sua vita, la sua arte e la sua tromba al servizio della Musica anticipando ed attraversando generi, stili, mode, mai scontato, fregandosene della critica o delle classifiche, rischiando sempre in prima persona e rimettendosi sempre in discussione, in gioco; che poi questo Doo-Bop non sia l’album migliore della sua carriera è un altro discorso e come abbiamo visto c’è anche un suo perchè, di una cosa però siamo certi, in questo percorso a ritroso che abbiamo appena iniziato ci mancherà e non poco. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).  

 

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