Roots! n.318 novembre 2021 Micky Guns

Micky Guns - Blasted Lands And Ghosts

Micky Guns – Blasted Lands And Ghosts

by Simone Rossetti

Sia che amiate il blues o crediate di non amarlo (e qui rischiamo perchè il dubbio è ancora la cosa più bella e quanto mai necessaria) vi poniamo la seguente domanda; ha ancora senso oggi parlare di blues come della “musica del diavolo”? O forse sarebbe meglio dire “musica dei fantasmi”, quelli che non ci sono più ma anche quelli, sempre presenti, che animano le profondità della nostra anima e le nostre umane miserie quotidiane. Non inquietatevi, è “solo” una domanda ma è anche l’unico motivo per il quale il buon vecchio blues, musica e tradizione orale che si perdono nella notte dei tempi, sia ancora una musica viva, attuale, sanguinante vita e morte; storie di fantasmi, esterni, intimi, demoni mai sopiti e più lo si suona/ascolta più i suoi/nostri demoni vengono a galla, lentamente, senza fretta, demoni compassionevoli ma spietati. Dal momento che qui su Roots! ci piace parlare di musica (il recensire è un’altra cosa e la lasciamo volentieri ad altri) permettetemi una piccolissima considerazione personale, più si ama qualcuno, qualcosa, un genere musicale qualunque esso sia, più si diventa “critici” ed esigenti nei suoi confronti, un’errata proiezione di noi stessi, speranze ma anche fallimenti, aspettative e delusioni. Blues, quella musica che qualcuno definì “Facile da suonare ma difficile da ascoltare”, vero ma solo in parte, la tecnica conta eccome, poi lo si può suonare anche con una tecnica poverissima ed andrebbe bene lo stesso, anzi, forse potrebbe essere anche meglio ma la tecnica (parola che non rende l’idea, meglio conoscenza) conta e Micky Guns (a scanso di equivoci nato a Roma) di tecnica ne ha tanta ma è quello che trasmette la sua musica (il suo blues) a fare la differenza, il che vuol dire solo una cosa, che riesce a rendere una musica antica come il mondo ancora attuale, un respiro necessario. “Limiti”, solo 4 tracce (per forza di cose, trattandosi di un Ep) delle quali due strumentali, una “cover” (parola che non vuol dire nulla quando si parla di blues) di Baby Please Don’t Go (in trio, con Dario Talone alla batteria e Jacopo Proietti alla voce), blues tradizionale portato al successo per la prima volta nel 1935 dal grande, in tutti i sensi, Big Joe Williams ed un ultimo brano con questa volta alla voce lo stesso Micky Guns; “limiti” appunto fra virgolette perchè alla fine è un bel seppur breve sentire. Un blues rurale quello di Micky Guns senza orpelli né abbellimmenti di sorta, crudo, aspro, per stile e tecnica molto più vicino al ritmo sincopato di R. L. Burnside (una sorta di hard blues del Mississippi del nord) che al classico delta blues alla Robert Johnson, un blues bello tosto che sembra trascinarsi dietro di se una schiera di fantasmi e demoni in una macabra sfilata di morti a futura memoria (la nostra). Blasted Lands And Ghosts, album autoprodotto dallo stesso Micky ed immaginiamo anche profondamente voluto (dai suoi fantasmi), Higher Self Blues è la prima traccia, strumentale, con tanto di “vecchio” fruscio in sottofondo (cosa non ci convince del tutto), tecnica sopraffina ed un ritmo che non vi lascerà tregua portandovi direttamente all’inferno, peccato per quelle variazioni armoniche “più classicheggianti” che come avrete modo di notare arricchiscono si il brano ma suonano come un “di più” mentre a noi ci piace il “di meno” (ma è pur sempre una questione di gusti ed orecchie personali); a seguire una bella “rilettura” di Baby Please Don’t Go, meno spigolosa (ed a tratti leggermente jazzata) rispetto alla versione di Big Joe o di un Lightnin’ Hopkins, un sentire “diverso” che richiede forse di “farci” l’orecchio ma tanto di cappello, a proposito, non male anche la voce rauca e sporca di Proietti, ovviamente non “nera” e non potrebbe essere diversamente ma che comunque trasmette il giusto feeling. Ed ecco il pezzo che preferiamo, il blues che amiamo, si perchè se proprio all’inferno si deve andare che allora ci si vada accompagnati da queste note piuttosto che in altro modo, una splendida Ghostdance da paura, scura e cupa come una notte illuminata solo da strani fuochi, un bruciare che si fa danza tribale, rituale arcano, invocazione e perdizione fra corde “scartavetrate” in slide, il suono sferragliante di una chitarra resofonica, un pulsare infernale che strazia ed affascina ed a questo punto ci domandiamo se forse non sia meglio l’inferno in tutta la sua onesta crudezza che quel paradiso alienato e distorto che ci viene propinato quotidianamente; infine a chiudere una bella Exclusion Zone trascinata dalla voce di Micky Guns (voce dal timbro più morbido, interessante), non male anche se non ripeterà la magia della precedente, comunque si, tanta roba e tanto blues. Detto questo non ci resta che aspettare un suo naturale e speriamo ancora più infernale e compiuto seguito, si, perchè di questo blues ce n’è quanto mai bisogno, anzi, più brucia, più ci mette alla prova e più ci può salvare dai nostri demoni interiori; a buon intenditor poche parole. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui o qui).   

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