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Roots! n.194 giugno 2021

Michele Boni-In Compass Time

Autore: Michele Boni

Titolo: In Compass Time

Tracks: 1. Angelica – 2. Three Rivers – 3. Indian Tales – 4. Invenzione Per Due – 5. Matisse Dance – 6. Tranguillo – 7. Voodoo Dream – 8. Yapanakui (Ft. Ernesto Calderon)

Anno: 2021

Genere: Musica latina, mediterranea, folk, acustica, acoustic world music   

Città: Napoli

Componenti: Michele Boni (chitarre), Canberk Ulaş (Duduk), Yuki Chacha (pan flute), Daniel  Miranda (percussioni), Don Ger (djembè), Raffaele Trapasso (basso elettrico). Irene Sarlo (artwork) 

Etichetta: Autoprodotto

Formato: CD, digitale

Sito web: Michele Boni

Michele Boni-In Compass Time

by Simone Rossetti

Immaginatevi questo, una strana “cucineria” persa in qualche buco di questo fottuto mondo dove sia possibile assaggiare e saziarsi di ogni piatto tipico, sempre di questo fottuto mondo, ovviamente ben cucinato e magari speziato l’uno con i profumi e sapori dell’altro; e chissà, forse da qualche parte esisterà pure ma non è una cosa così semplice, servirebbe un “gran” cuoco, non uno delle solite riviste patinate ma uno che conosca il mondo, le persone, i loro occhi, le loro rughe. Michele Boni non è un cuoco ma con la sua musica riesce a “cucinare” dei piatti semplici ed onesti che profumano dei quattro angoli di questo corpo celeste (che tanto celeste non è), un viaggio che ancora ci domandiamo come faccia ad entrare tutto in un solo CD ma tant’è, questi sono segreti solo del cuoco ed a noi (e voi) non resta che farsene una ragione. Michele Boni? Fedez, Arisa, Gaia Gozzi, Benji e Fede, solo per citare alcune delle sue collaborazioni ma detto questo passiamo (e passate) oltre, perchè Michele è (fortunatamente?) anche altro e lo dimostra con questo album interamente a suo nome, In Compass Time. Un piccolo, “piccolissimo” album, umile, onesto, semplice, realizzato con quella grazia e delicatezza che sono cosa rara, quell’esporsi in prima persona ben sapendo che il mondo (soprattutto musicale) segue traiettorie diverse. Album, è bene dirlo, interamente strumentale ma dove non si sente assolutamente la mancanza di una “voce” (voce umana) cosa che probabilmente avrebbe reso questo album più “appetibile” per il mercato ma meglio così perchè qui ogni strumento, ogni suono, si fanno a loro volta voce e questo per narrarci storie di un mondo che, non dimentichiamolo, ci appartiene, così come ci appartengono queste storie. Niente di particolarmente “complesso” ma brani che scorrono con naturalezza (un bel pregio) e si ascoltano piacevolmente; non un piatto unico (tornando in cucina) ma una serie di pietanze diverse combinate fra loro con gusto ed equilibrio, dai sapori latino-sud americani ai profumi mediterranei fino alle ballate irlandesi passando per gli aromi della tipica provincia americana ed ancora alle intense fragranze dell’india e dell’oriente e, cosa importante, senza mai voler strafare. Così troviamo Angelica dai ritmi sud americani e mediterranei accompagnati dalle bellissime e malinconiche note di una fisarmonica che profuma di Argentina, di tango (quel pensiero triste che si balla), di Astor Piazzolla, c’è Three Rivers dove gli ingredienti si mescolano a tal punto da diventare quel “centro” di un ipotetico e più vivibile mondo (una sezione archi ed un flauto che sembrano raccoglierne le spoglie per portarle altrove); e che dire delle morbide armonie di Indian Tales, forse il brano che preferiamo, un viaggio verso nuovi spazi “mentali”, un quasi blues che non sarebbe diapiaciuto al regista Wim Wenders (Paris, Texas). Musica del mondo suonata da musicisti (e persone) che “sono” questo mondo (insieme a Michele Boni, per citare solo alcuni Canberk Ulaş al Duduk (strumento di origine armena tipo flauto), Yuki Chacha al flauto di Pan, Daniel Miranda alle percussioni, Don Ger al djembè e Raffaele Trapasso al basso elettrico; un respiro che non può che essere universale (a suo modo e nel suo piccolo se paragonato ad altre opere ben più blasonate ma non importa). Vi lasciamo con quella che è un omaggio all’isola di Procida, Voodoo Dream, ed alle note dell’ukulele (nella nostra ignoranza un ukulele ma con 10 corde) suonato da Michele che ovviamente di tecnica ne sa qualcosa ma dove traspira tutta la sua passione ed amore per la Musica, quella che riesce a trasmettere qualcosa seppur in una sua dimensione più intima. Il resto di questo lavoro a voi il piacere e la sorpresa di scoprirlo (di sorprendersi) e concludiamo, sapete cosa fare od eventualmente cosa non fare, qui non diamo consigli per l’ascolto né pubblicizziamo artisti od altro, recensiamo e parliamo di musica (con i nostri limiti), questo In Compass Time è solo una possibilià in più che può portarvi oltre questi tempi bui ed immaginare un mondo ancora possibile (e qui forse ci sbagliamo ma non fateci caso). Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

 

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