Roots! n.0 settembre 2020 Mayhem

Mayhem - De Mysteriis Dom Sathanas

Mayhem – De Mysteriis Dom Sathanas

by Simone Rossetti

Ve lo diciamo subito per chiarezza ed onestà d’intenti, non parlemo dei tragici eventi che hanno colpito indelebilmente le vite di questi ragazzi, se siete interessati in rete troverete di tutto fin nei minimi particolari, no, a noi interessa la musica, in questo caso la Musica, sia come forma d’arte che come massima espressione umana di fronte all’ineluttabilità della vita e del suo scorrere, musica che può, giustamente e comprensibilmente, piacere o meno ma questo è un altro discorso ed è doverosa un’altra precisazione, personalmente non credo che esista musica “cattiva” (spero che nessuno di voi lo creda), il male e la stupidità sono quanto di più umano possa esistere, per fortuna la musica trascende tutto questo per farsi “altro”. I testi, i testi come nella migliore tradizione black (ma in questo caso ancor di più sopratutto perchè i Mayhem hanno definito un genere) sono dei veri e propri inni all’occultismo ed al satanismo, a tutto ciò che vive nelle tenebre e da esse trae nutrimento ma anche questo crediamo sia da leggere in un’ottica diversa, una rivendicazione delle proprie radici “pagane” come opposizione ad un cristianesimo che in tempi remoti ha di fatto assoggettato (se non distrutto) la cultura di questi popoli dell’estremo nord (si sa come vanno le cose, la storia ne è piena, sia da una “parte” che dall’altra). Queste precisazioni iniziali hanno un loro senso, importante a nostro modo di vedere, perchè l’approccio verso questo album è fondamentale e preferiamo che sia senza timori reverenziali, va bene che si tratta di Arte “estrema” ma non perdiamo di vista il “senso del rock’n roll” (il perchè lo capirete leggendo fino alla fine). Oslo (Norvegia) inizia qui la storia dei Mayhem e di quell’ondata di black-metal che a seguire investirà tutta l’Europa per poi varcarne i confini; De Mysteriis Dom Sathanas (1994, Deathlike Silence Productions) è il loro primo album (molto evocativa l’artwork che ritrae la cattedrale di Nidaros-Trondheim su sfondo nero), al momento della registrazione per i testi furono mantenuti quelli scritti in precedenza da Per “Dead” Yngve Ohlin prima della sua prematura scomparsa (voce del gruppo poi sostituito da Attila), la formazione al momento era composta da Attila Csihar alla voce, Oystein “Euronymous” Aarseth alle chitarre, Varg “Count Grishnackh” Vikernes al basso (che non comparirà nei crediti) e Jan Axel “Hellhammer” Blomberg alla batteria; e molto liberamente partiamo dalla traccia che aprirà l’album Funeral Fog, intro devastante, riff suonati all’unisono, un secondo di pausa poi si riparte ad un ritmo ancora più serrato ed entrerà la voce di Attila, infernale, declamatoria, teatrale, sicuramente non la classica “bella voce”, forse anche “sgradevole”, ma calza a pennello con questa musica ed è bene dirlo, questo album è come una tela bianca dove ciascuno dei musicisti riversa i propri colori (il nero principalmente) secondo il proprio gusto ed attitudine, il risultato finale sarà questo oscuro splendore. Si prosegue con il lento incedere di Freezing Moon, forse una fra le tracce più belle, riff cupissimi ma che non suonano mai uguali a se stessi, la chitarra di Euronymous scolpisce linee melodiche appartenenti ad un altro mondo, il “canto” di Attila si trasforma in una invocazione lacerante, cambi di tempo improvvisi e repentini, un capolavoro. Cursed In Eternity è un altro passo nell’oscurità a velocità disumana, le percussioni di Hellhammer non sono solo blast-beat, c’è molto di più, sono dei veri e propri mosaici sonori dove si amalgamano alla perfezione piatti, rullante, tom, ride, charleston e quant’altro sia, umanamente e non, possibile suonare. Pagan Fears altro brano di impatto devastante, le linee di basso sono quanto di più cupo e tetro si possa immaginare ma conservano un senso melodico notevole, si prosegue con Life Eternal e sono ancora i riff di Euronymous a tracciare le linee armoniche del brano mentre la sezione ritmica scandisce un mid-tempo roccioso dagli echi “seventeen” ma oltrpassata la metà del brano torneranno a spingere ad una velocità infernale; segue From The Dark Past traccia complessa e dal bellissimo testo, una prima parte che sembra non trovare sbocchi armonici per poi esplodere in una seconda molto evocativa, Buried By Time And Dust è forse quella che incide meno, soffocante nel suo incedere sempre uguale a se stesso ed infine a chiudere De Mysteriis Dom Sathanas un pezzo che lascia straniati, con la voce di Attila dapprima nel suo classico stile “gracchiante” per poi aprirsi ad un canto/supplica di stampo “operistico” senza dubbio di grande impatto e poi il “sublime”, quando le corde di Euronymous torneranno a ricamare melodie tristi ed oscure che resteranno negli anni a venire, oltre loro, oltre noi. L’album termina qui e potrebbe terminare qui anche questa recensione dal momento che i “singoli” destini si saranno già compiuti (album che potremmo definire postumo) ma vorremmo aggiungere un’ultima cosa; sul noto canale video troverete un breve filmato amatoriale registrato con una videocamera dell’epoca (non lasceremo il link per una semplice forma di rispetto), solo pochi minuti, si vedono i volti di questi “ancora ragazzi” mentre scherzano e suonano insieme. Dopo tutto il dolore, la sofferenza e l’incomprensibile che resti almeno il senso della musica, il resto sono “solo” umane miserie. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

 

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