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Roots! n.0 settembre 2020

Mayhem-De Mysteriis Dom Sathanas

Mayhem-De Mysteriis Dom Sathanas

by Simone Rossetti

Lo dico subito per chiarezza ed onestà d’intenti, non parlerò dei tragici eventi che hanno colpito indelebilmente le vite di questi ragazzi, se siete interessati in rete troverete tutto fin nei minimi particolari, no, ha me interessa la musica, in questo caso la Musica, sia come forma d’arte che come massima espressione umana di fronte all’ineluttabilità della vita e del suo scorrere, poi questa musica può, giustamente e comprensibilmente, piacere o meno, ma questo è un altro discorso, ed è doverosa un altra precisazione, personalmente non credo che esista musica “cattiva” (spero che nessuno di voi lo creda), il male e la stupidità sono quanto di più umano possa esistere, per fortuna la musica trascende tutto questo per farsi “altro”. I testi, i testi come nella migliore tradizione black (ma in questo album ancor di più, sopratutto perchè i Mayhem hanno definito un genere) sono dei veri e propri inni all’occultismo e al  satanismo, a tutto ciò che vive nelle tenebre e di esse se ne nutre, ma anche questo è da leggere, parere personale, in un ottica diversa, una rivendicazione delle proprie radici “pagane” come opposizione ad un cristianesimo che in tempi remoti a di fatto assoggettato se non distrutto la cultura di questi popoli dell’estremo nord (si sà come vanno le cose, la storia ne è piena, da una parte e dall’altra). Queste precisazioni iniziali hanno un loro senso, importante a nostro modo di vedere, perchè l’approccio verso questo album è fondamentale e preferiamo che sia  senza timori reverenziali, va bene che si tratta di Arte “estrema” ma non perdiamo di vista il “senso del rock’n roll” (il perchè lo capirete leggendo fino alla fine). Oslo (Norvegia) inizia qui la storia dei Mayhem e di quell’ondata di black-metal che a seguire investirà tutta l’Europa per poi varcarne i confini, De Mysteriis Dom Sathanas è il loro primo album (molto evocativa l’artwork che ritrae la cattedrale di Nidaros-Trondheim su sfondo nero), al momento della registrazione per i testi furono mantenuti quelli scritti in precedenza da Per “Dead” Yngve Ohlin prima della sua scomparsa (voce del gruppo poi sostituito da Attila),la formazione al momento era composta da Attila Csihar alla voce, Oystein “Euronymous” Aarseth alle chitarre, Varg “Count Grishnackh” Vikernes al basso (che non comparirà nei crediti) e Jan Axel “Hellhammer” Blomberg alla batteria, e molto liberamente partiamo dalla traccia che apre l’album Funeral Fog, intro devastante, riff suonati all’unisono, un secondo di pausa poi si riparte a ritmo ancora più serrato ed entra la voce di Attila, infernale, declamatoria, teatrale, sicuramente non la classica “bella voce”, forse anche “sgradevole”, ma calza a pennello con questa musica, ed è bene dirlo, questo album è come una tela bianca dove ciascuno dei musicisti riversa i propri colori (il nero principalmente) secondo il proprio gusto e attitudine, il risultato finale sarà questo oscuro splendore. Si prosegue con il lento incedere di Freezing Moon, forse una fra le tracce più belle, riff cupissimi ma che non suonano mai uguali a se stessi, la chitarra di Euronymous scolpisce linee melodiche appartenenti ad un altro mondo, il “canto” di Attila si trasforma in una invocazione lacerante, poi cambi di tempo improvvisi e repentini, un capolavoro. Cursed In Eternity è un altro passo nell’oscurità ad una velocità disumana, le percussioni di Hellhammer non sono solo blast-beat, c’è molto di più, sono dei veri e propri mosaici sonori dove si amalgamano alla perfezione piatti, rullante, tom, ride, charleston e quant’altro sia, umanamente e non, possibile suonare. Pagan Fears altro brano di impatto devastante, le linee di basso sono quanto di più cupo e tetro si possa immaginare, ma conservano un senso melodico notevole, si prosegue con Life Eternal e sono ancora i riff di Euronymous a tracciare le linee armoniche del brano, la sezione ritmica scandisce un mid-tempo roccioso dagli echi “seventeen”, ma oltrpassata la metà del brano si torna a spingere ad una velocità infernale From The Dark Past è una traccia complessa dal bellissimo testo, la prima parte sembra non trovare sbocchi armonici che invece troverà nella seconda parte molto evocativa, Buried By Time And Dust è forse quella che incide meno, soffocante nel suo incedere sempre uguale a se stesso. Chiude l’album De Mysteriis Dom Sathanas, ed è una traccia che lascia straniati, sopra una ritmica incessante svetta la voce di Attila, dapprima nel suo classico stile “gracchiante” per poi aprirsi ad un canto/supplica di stampo “operistico”, di grande impatto, poi le atmosfere si rarefanno e le corde di Euronymous tornano a  ricamare melodie tristi e oscure che resteranno negli anni a venire a tracciare la strada per moltissimi altri gruppi che ne seguiranno le gesta, questo,in tutta la sua oggettiva ascoltabile difficoltà è un grande pezzo. L’album termina qui e potrebbe terminare qui, anche questa recensione dal momento che i singoli destini si sono già compiuti (l’album si potrebbe definire postumo) ma vorrei aggiungere un ultima cosa, sul noto canale di video c’è un breve filmato amatoriale registrato con una videocamera dell’epoca, solo pochi minuti, si vedono i volti di questi “ancora ragazzi” mentre scherzano e suonano insieme. Dopo tutto il dolore, la sofferenza e l’incomprensibile che resti almeno il senso della musica, il resto sono umani miserie. (qui)

 

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