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Roots! n.22 ottobre 2020

Marillion-Script for A Jester's Tear
Germs-GI

Marillion-Script For A Jester’s Tear

by Simone Rossetti

Esiste una differenza sottilissima fra ciò che ci piace e non ci piace, un pò come un insalata con l’aggiunta di aceto o senza, sempre di insalata si tratta solo che senza aceto per alcuni è immangiabile; bene, ora prendete il cosiddetto progressive-rock e prendetelo come se fosse quell’insalata; Yes, Genesis, Jethro Tull (per citare solo alcuni), mai digeriti (per tutta una serie di motivi che non starò qui ad elencare), eccellenti musicisti, ottimi album, ma un genere (brutta parola parlando di musica) che non è nelle mie corde, eppure i Marillion mi hanno sempre affascinato, emotivamente coinvolto, sempre di progressive rock si tratta, sempre della stessa insalata stiamo parlando, vero, ma questa volta con l’aceto. Una lunga storia quella dei Marillion con un prima e un dopo, entrambi su altissimi livelli, entrambi percorrendo una propria strada a testa alta e senza concessioni; se conoscete i Marillion avrete già capito dove voglio andare a parare, se però non li conoscete è bene raccontarvi un pò della loro storia. I Marillion si formarono sul finire degli anni 70 in quel di Aylesbury (Inghilterra del sud), dopo qualche assestamento nella line-up trovarono un equilibrio con Steve Rothery alla chitarra, Pete Trewavas al basso, Mark Kelly al pianoforte e tastiere, Mick Pointer alla batteria ed infine Fish alla voce; sarà proprio quest’ultimo (nel bene e nel male) a dare un impronta del tutto personale all’anima dei Marillion; ho scritto “nel bene e nel male”, forse avrei dovuto scrivere solo “nel bene” ma Fish era senza dubbio dotato di una grande personalità, di un talento fuori dal comune, di una bellissima voce, di un carattere tutt’altro che facile e per finire di una buona dose di autodistruzione, non quella che nel rock è facile sbandierare ai quattro venti ma di quel “mal di vivere” interiore che alle volte si fa insostenibile. Quattro album fra i quali quel Misplaced Childhood del 1985 che riscosse un successo modiale, seguì il buon Clutching At Straws del 1987 e poi un implosione personale che  portò Fish ad abbandonare il gruppo (o forse il gruppo ad abbandonare lui), da quel momento i Marillion proseguirono per la propria strada (musicalmente diversa, più rock o post-rock che dir si voglia, forse i tempi erano cambiati) con Steve Hogarth alla voce a sostituire Fish, due personalità e due approcci completamente diversi. Questo Script For A Jester’s Tear è comunque il loro album di debutto risalente al 1983; da molti critici definito come “neoprogressive” (tanto basta un etichetta, che sia neo, post o mozzarella di bufala poco importa) e molti altri che attaccarono Fish per il suo modo di cantare e di presentarsi sul palco troppo simile (sempre secondo la loro verità) a Peter Gabriel dei Genesis, non lo so, per quel che mi riguarda è progressive rock ed è un bell’album, dall’inizio alla fine. Dove stia l’aceto non lo so ma forse è proprio il modo in cui Fish interpreta i pezzi, il suo approccio malinconico che a tratti sfocia in una rabbia più interiore che esteriorizzata o la sua voce fra il drammatico e il teatrale ma sempre con un tono confidenziale, come un amico che ti parla e non smetterebbe mai; Fish aveva questo dono, di essere il mio aceto nell’insalata immangiabile (stiamo parlando di gusti personali ovviamente) del progressive rock; l’album si apre con la titletrack, un brano bellissimo dalle melodie estremamente malinconiche con la prima parte accompagnata dalle note di un piano, poi il brano esplode in tutta la sua “violenza” arricchendosi di tastiere, un drumming potente e la chitarra di Rothery taglinte come un rasoio, la terza parte riprende il tema iniziale che a sua volta introduce quella che forse è un piccolo capolavoro per intensità e atmosfera, qualcosa che per quanto la si possa definire progressive rock sfugge a qualsiasi etichetta per restare pura musica. Si prosegue con la seconda traccia He Knows You Know, una breve intro prima di partire con il pezzo vero e proprio, anche qui come nella precedente si passa da momenti più intimi ad altri più spinti, forse non si raggiungono le vette della precedente ma siamo comunque su ottimi livelli; The Web è la traccia che chiude il lato A e lo chiude nel migliore dei modi, una traccia molto delicata nonostante alcuni passaggi più spigolosi ma con un suono moderno, un bel crescendo finale e con un grande solo di Rothery. Il lato B si apre con Garden Party, un pezzo magistrale, sopra le righe, con la bellissima interpretazione di Fish e ricco di aperture melodico-armoniche da lasciare senza fiato, un crescendo di emozioni che si rincorrono per tutta la lunghezza del brano fino all’esplosione finale; Chelsea Monday è un brano più cupo, senza dubbio bello ma profondamente doloroso, “Patience my tinsel angel, patience my perfumed child, one day they really love you, you’ll charm them with that smile, but for now it’s just another Chelsea Monday”; a chiudere l’album Forgotten Sons, non convince del tutto (il troppo stroppia soprattutto nella prima parte) ma è sempre una questione di gusti. Siamo arrivati così alla fine, ciascuno valuterà in base ai propri gusti e attitudini, qui su Roots! non abbiamo la pretesa di insegnare nulla. Oggi i Marillion continuano ad avere un discreto seguito, per quel che riguarda Fish credo che abbia finalmente trovato quella serenità e semplice piacere di vivere che è “umano” e gli auguro tutto il bene, alle volte è la vita stessa che ci indica la direzione o semplicemente di guardare avanti, di andare oltre. (qui)

         

Germs-GI

by Simone Rossetti

Nel volgere di un album i Germs non esisteranno più, tutto in una volta, tutto d’un fiato; lo ammetto, non ho mai avuto la giusta predisposizione per le sonorità tipicamente punk mentre sento molto vicino l’hardcore e le sue derivazioni, forse è questo il motivo per il quale non ho mai apprezzato completamente i Germs e questo loro album; non importa, gli va riconosciuto di essere stato un gruppo seminale per tutto l’hardcore a venire e tecnicamente di aver contaminato un genere con nuove idee, intuizioni, suoni; riassumendo lo si potrebbe definire così, attitudine punk (un buon 55%), predisposizione hardcore (almeno un 40%) e un retaggio garage che compare qua e la (per un restante 0,5%), basta e avanza per considerare a tutti gli effetti questo GI (Germs Incognito) il primo album proto-hardcore della storia. Già, la storia, come dimenticarsene, l’8 Dicembre 1980 muore John Lennon, 5 colpi di pistola ed un riscontro mediatico enorme, un giorno prima, il 7 Dicembre del 1980 muore Darby Crash (nato Jan Paul Beham), 22 anni, voce e anima dei Germs, questa volta nessun colpo di pistola, overdose da eroina, suicidio o meno non è dato sapere, forse si, forse no, ma cambia qualcosa alla fine? Comunque solo qualche breve necrologio, annuncio dell’avvenuta morte “di”, notizie di rito, fine. Sulla vita di Derby Crash (troppo breve eppure già segnata da quella cosa che stentiamo a definire) potrete leggervi le varie ed affidabili notizie che troverete in rete, personalmente non voglio entrare nel merito, per rispetto, per intima difficoltà. I Germs si formano a Los Angeles sul finire degli anni 70, qualche cambio di formazione, un paio di singoli ed eccoli pronti per il loro vero e proprio debutto, questo GI del 1979, pubblicato per la Slash Records e prodotto da Joan Jett (!!!), la formazione era composta da Darby Crash alla voce Pat Smear alla chitarra, Lorna Doom al basso e Don Bolles alla batteria; un cerchio rappresenta i Germs, ma non illudetevi, se nel più classico simbolismo il cerchio rappresenta un principio e la fine di un tutto, l’armonia, un tempo ciclico infinito e universale nel caso dei Germs è il segno lasciato sul braccio dalla bruciatura di una sigaretta, un segno di riconoscimento per tutti i fans, comunque pur sempre un cerchio; 16 tracce, 16 tracce marcate a fuoco dal punk, questo almeno per quanto riguarda la voce di Crash (voce ma anche scelta di vita) e la batteria, mentre l’impostazione del basso e le distorsioni armoniche della chitarra getteranno le basi per l’hardcore a venire; i brani che più si discostano da un attitudine punk sono Land Of Treason, sempre tiratissima ma con una buona vena melodica e compositiva, si sente il buon lavoro dietro al basso e alla chitarra, mai scontati, Strange Notes ha ottime intuizioni armoniche mentre si rallenta con Lexicon Devil strutturalmente più complessa e dalle atmosfere quasi ‘60, Manimal è un capolavoro del genere, intro lenta e pesante, un breve stacco e poi la veloce ripartenza in tutta la sua disperazione con voce che diventa uno spasmo di dolore, di potenza struggente; Our Way prosegue sulle medesime coordinate, non più punk quindi ma siamo già in territori hardcore alla Black Flag, destrutturazioni armoniche e melodie più complesse, come si ritroveranno anche nella più sostenuta Media Blitz con quel refrain che si stampa malgrado tutto sulla pelle, lo stesso si può dire per The Other Newest One dall’incedere malinconico e sofferto (e si, un grande pezzo), ed infine la conclusiva Shut Down (Annihilation Man), 9 minuti e 34 di puro blues tossico straziato fino al suo limite tra garage, psichedelia e noise, del punk non vi è più traccia, né musicalmente né intenzionalmente, siamo già oltre ma finirà qui (i Sonic Youth arriveranno poco dopo) . I Germs avranno il tempo di registrare altre sei tracce (in realtà per la colonna sonora di un film) ma che verrano pubblicate postume solo nel 1988 in un bootleg (Lion’s Share), il resto è cronaca (e gossip, come sempre); riascoltare oggi questo album fa quasi tenerezza, una giusta tenerezza e uno spaesamento naturale, incomprensibile, come qualcosa di totalmente alieno rispetto ai tempi che stiamo vivendo, ma tranquilli, si muore anche oggi che sia overdose da eroina o qualcos’altro, solo è tutto più patinato, più social, è cambiato il sottofondo sonoro ma la sostanza non cambia, la musica per fortuna è altro, dolore, gioia, sofferenza, uno stato intimo e personale, c’è disgregazione in questo ma ne è l’essenza; in GI confluiscono tutte queste emozioni che vanno al di la di un genere, di uno stereotipo, di un gradimento, e purtroppo c’è vita, anche troppa, anche “veramente” troppa. (qui)

 

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