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Roots! n.28 ottobre 2020

Lou Reed-Transformer

Lou Reed-Transformer

by Simone Rossetti

Lou Reed ci ha lasciato il 27 ottobre del 2013 e sapete perchè ci manca? Perchè la sua anima “nera” in fondo era anche un pò la nostra; le sue perversioni, la sua dolcezza, la sua poesia erano di quanto più umano ci potesse essere, Lou Reed ci prendeva per mano e ci accompagnava dentro le nostre debolezze, le nostre mancanze, le nostre paure, le nostre angosce urbane, il nostro perbenismo di facciata, lo poteva fare e sapeva come farlo, cullandoci in una ninna nanna dal sapore agrodolce; senza di lui non è la stessa cosa e non lo sarà più, ora su quel “lato selvaggio” cammineremo da soli.

Jackie is just speeding away

Thought she was James Dean for a day

Then I guess she had to crash

Valium would have helped that bash

She said, “Hey babe

Take a walk on the wild side”

I said, “Hey honey

Take a walk on the wild side” (da Walk On The Wild Side)

Lou Reed, infanzia non proprio idilliaca, poi New York, poi i Velvet Underground, poi lui da solo e siamo nel 1972, un primo album a suo nome ma la cosa non andrà per il verso giusto, l’amicizia con David Bowie, un secondo album, Transformer, il successo ma sempre quello di chi sta (per selta o indole) dal lato sbagliato (se mai ce ne fosse uno giusto) della vita. Abbiamo scelto questo album come ne potevamo scegliere un altro qualsiasi (nel caso di Lou Reed non fossilizzatevi su una scelta), ma non aspettatevi miracoli, è il più classico dei rock’n roll, scarno, elettrico, spigoloso, a tratti dolcissimo, più spesso amaro, ironico e leggero ma sempre velato di quella malinconia che in qualche modo riscalda, onesta, sincera, rassicurante. Qualcuno potrà obiettare che alcune tracce sono buone ma altre no, insomma, che vi aspettate? Lou Reed non è dio e anche volendo, guardando alle miserie di noi umani, nemmeno a dio è riuscito tutto così bene, ci ha fatto come un lato B, forse aveva fretta di ultimare il lavoro o forse siamo noi umani che non abbiamo capito perchè ci spettasse quel lato. La traccia che apre Transformer è Vicious (Vizioso) un semplice rock’n roll con taglienti riff di chitarra ed un testo ironico e leggero sulle perversioni di coppia, segue Andy’s Chest più introspettiva sia musicalmente che nel testo, non c’è ironia ma solo un senso di  sconfitta, “If I could be any one of the things, In this world that bite, Instead of a dentured ocelot on a leash, I’d rather be a kite, And be tied to the end of your string, And flying in the air, baby, at night”, c’è Perfect Day, c’è la sua musica e il suo testo ma non credo esistano parole per descriverne la sua bellezza, non spetta a me e volutamente preferisco lasciare a voi il piacere di scoprirla o di ri-scoprirla in tutta la sua purezza senza tempo, “Just a perfect day, Problems all left alone, Weekenders on our own, It’s such fun, Just a perfect day, You made me forget myself, I thought I was someone else, Someone good”; Hangin’ Round è un altro classico rock’n roll da sudicio palco di periferia, piuttosto tirato con un testo, diciamo così, a sfondo “religioso”, una storiaccia finita male, la verità è che la “salvezza” è una perversione umana, semplicemente non esiste. Walk On The Wild Side è un altro “capolavoro” (parola che usiamo raramente e mal volentieri) e ascoltarla in questi termini sarebbe molto riduttivo; difficile da descrivere sia musicalmente che “emozionalmente”, non è un blues ma è profondamente blues, è spiritual, gospel, è un rock ridotto all’osso, jazz sono le spazzole che accarezzano i piatti della batteria, “vita” sono quelle linee di basso che dettano la metrica, “anima” sono quelle note profonde di sax che accompagnano il brano verso la sua fine, Walk On The Wild Side è un viaggio dentro le sfumature dell’anima, è quel lato “lato selvaggio” col quale conviviamo, è libertà e dipendenza. Make Up è dolce e “leggera”, ma non lasciatevi ingannare, segue la bellissima Satellite Of Love, una ballata dolce e malinconica (dal doppio senso), “Satellite’s gone up to the skies, Things like that drive me out of my mind, I watched it for a little while, I like to watch things on TV”; Wagon Wheel è un discreto pezzo ReB con un buon refrain ma siamo nella “normalità”, lo stesso si può dire per New York Telephone Conversation e I’m So Free mentre a chiudere l’album troviamo Goodnight Ladies, una buonanotte, un saluto jazzato stile big band anni 40, semplice e intimo “Oh, nobody calls me on the telephone, I put another record on my stereo, But I’m still singing a song of you, It’s a lonely Saturday night”. Ecco perchè ci manca Lou Reed, le sue storie, la sua voce “piatta” e distaccata, il suo raccontare la vita per quel che è ma sempre con gentilezza, senza bisogno di “urlare” o bisogno di apparire; vorrei continuare e probabilmente lo farei per tutto il trascorrere della notte ma bisogna anche chiudere, è giusto così; buonanotte Lou e buon ascolto (qui)

 

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