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Roots! n.33 agosto 2020

Linton Kwesi Johnson-Making History

Linton Kwesi Johnson-Making History

by Simone Rossetti

Si può iniziare solo da quel che si è, non si può iniziare da nient’altro” LKJ

Basterebbe questo a riassumere la storia di Linton Kwesi Johnson, artista e poeta di origini giamaicane emigrato ancora ragazzino in Inghilterra agli inizi degli anni 60, un momento questo di particolari tensioni razziali dovuto all’immigrazione dalle ex colonie inglesi e dalla mancanza di lavoro (vi ricorda qualcosa?). Londra, quartiere di Brixton, qui e sulla propria pelle, maturerà quella consapevolezza culturale, poetica e di sinistra che lo porterà a diventare un punto di riferimento per tutta la scena dub poetry e non solo; stiamo parlando di musica dub e diciamolo subito, con il reggae ha ben poco a che vedere anche se musicalmente conservano le stesse radici; il dub poetry invece è nato come sottogenere del dub per un approccio più politicizzato (meglio dire socialmente impegnato) e riscosse un discreto seguito tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 seguendo la scia del reggae. Questo Making History del 1983 è un grande album, scriviamo “grande album” ma con una percezione diversa dal classico “grande album” comunemente rock, se vogliamo è una definizione più vicina al jazz, in quei territori “underground” dove la musica scorre e pulsa lontana dalle regole del mainstream e lo fa senza condizionamenti da classifica o da etichetta ma resta quella che è, urgenza espressiva, creativa, arte. In questo album si sentono moltissime influenze che spaziano dal soul, al jazz, al reggae, è un dub “multilanguage”, più black, più aperto a sonorità “esterne” ma senza perdere la propria identità. Se siete a digiuno di dub vi assicuriamo che musicalmente non è “difficile” come lo potrebbe essere (ma non è vero) il jazz, è il contesto sociale che forse è un pò meno assimilabile ma considerando la situazione che oggi viviamo in questo “paese” direi che non è molto diversa e il perchè è facilmente comprensibile. Di Eagle An’Di Bear apre l’album con un bell’intro che subito evolve in sonorità tipicamente dub, ritmo lento, corposo, con la voce di Johnson nel suo classico stile “reading” (o parlato) e dal testo chiaramente impegnato, “And you can see it all around, The massacres abound, Dead bodies all around, The atrocities abound, Missing persons can’ t be found, Dictators get dethroned, New clowns are quickly found”, segue Wat About Di Working Class dalle sonorità più soul jazz, con una grande sezione fiati in primo piano ed ampio spazio lasciato alle improvvisazioni di chitarra e tastiere, c’è la più caraibica Di Great Insohreckshan leggera e “spensierata” ma con un basso pulsante che non tradisce le sue origini, più severa la titletrack Making History, una denuncia contro i soprusi della polizia (sembra niente di nuovo), Reggae Fi Dada è un bel pezzo soul dub, difficile stabilire quel confine (se mai esiste) dove si fondono insieme fino a diventare un tutt’uno, e qui va detto, c’è tanta classe, a chiudere l’album New Craas Massahkah un brano dove si può respirare tutta la poetica di LKJ, passando dal dub al puro reading-poetry. Inutile dire che la traduzione dei testi è alquanto difficile, un misto fra l’inglese, il giamaicano e il gergo delle periferie londinesi ma resta la musica (oltre alla voce) e tutto quello che può trasmettere e non è comunque poco; approcciarsi all’ascolto di questa musica è un pò come guardare al mondo con occhi e mente diversi (lo stesso si può dire per il jazz), non è necessario essere “sintonizzati” in un giusto modo (sempre che esista il giusto modo), è piacevole, sincera, onesta, e fatta bene, se poi è di vostro gradimento vi consigliamo anche di dare un ascolto all’ottimo album Bass Culture del 1980, di questi tempi bui musica quanto mai necessaria. (qui)

    

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