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Roots! n.91 febbraio 2021

Light Trio-Highway

Autore: Light Trio

Titolo: Highway

Anno: 2020

Genere: jazz, fusion, latin-jazz

Città: Roma

Componenti: Enrico Cresci (chitarra e voce), Marcello Sirignano (violino, mandolino elettrico), Daniele Basirico (basso, contrabbasso, violoncello)

Etichetta: Aventino Music

Formato: digitale

Sito web: https://open.spotify.com/album/3hKadnoF3csxSf1Vwa7PIh?si=WQYVe9oVRoGvAcV9ZCqkFw&nd=1

Light Trio-Highway

by Simone Rossetti

Album di debutto per questo Light Trio pubblicato nell’ormai trascorso (ma che sembra non abbia mai fine) 2020 per la Aventino Music (etichetta indipendente italiana di raro coraggio ed ostinazione), formazione nata nel 2006 e comprendente Enrico Cresci alla chitarra e voce, Marcello Sirignano al violino e mandolino elettrico e Daniele Basirico al basso, contrabbasso e violoncello; c’è uno strano senso di spaesamento, di incongruenza, fra quello che stiamo ascoltando ed il mondo che ci circonda (questo paese compreso), dov’è che qualcosa non va? Dove è il suo e nostro punto di rottura? Perchè può continuare ad esistere una musica come questa? Quale ne è il senso?; Highway non è quello che si definirebbe il classico capolavoro ed è meglio così, è semplicemente musica fatta bene ed onesta, imprescindibile dal suo naturale scorrere; una miscela di jazz e fusion dalle atmosfere molto intime e rarefatte, niente di “esplosivo” o di “appariscente” ma una musica quanto mai “in punta di piedi” ottimamente suonata e registrata e che, togliamoci subito il pensiero, per essere apprezzata richede un suo tempo e non il nostro (ormai perso in un usa e getta quotidiano), il che è segno di qualità, di storie da narrare e da ascoltare. Apre l’album l’eccellente Orange Suite introdotta dalle sole note “classicheggianti” della chitarra alle quali si aggiungeranno quelle del violino in un suono che  lentamente evolverà su atmosfere più eteree e jazzate, alla Pat Metheny tanto per fare un esempio, un bel suono ed un gran sentire, niente di stravolgente ma il calore che traspare sa di vero e non di qualcosa di posticcio o riscaldato, non è da meno la malinconica Leo 5 & 6 con un impasto armonico-melodico veramente superbo, e se il contrabbasso di Basirico sale in un divenire veramente eccellente è il violino di Sirignano a catturare l’attenzione, a trasportarci lontano; su ritmi più morbidi si distende l’elegante As, pezzo romantico e nostalgico che profuma di estati, quelle che non ritorneranno, un brano melodicamente arioso di grande classe dove risalta la chitarra di Cresci che saprà accompagnarvi in quelle giornate lasciate a se stesse dove non c’è più nulla né da perdere né da vincere; una considerazione ad orecchio però ci sentiamo di farla (altrimenti che recensione sarebbe), si tratta di un “problema” comune, o meglio, di una scelta “editoriale” artistica comune (soprattutto in ambito di certo jazz), parliamo del suono (del risultato finale, post registrazione e missaggio), pulitissimo ed iperdefinito, il che è di per sé ottimo all’ascolto ma per contro potrebbe lasciare anche un pò “perplessi”, attenzione, è un suono che molti apprezzeranno (ed anche voi) ma “personalmente” ci saremmo accontentati anche di qualcosa di più naturale e meno “asettico”, si tratta ovviamente di una sensazione ad orecchio dettata più dal cuore che da altro quindi discutibilissima; detto questo torniamo all’album e lasciatevi abbracciare dalle atmosfere più latin jazz di Cancao De Manha o di The Autumn Samba, un suono delicato e mai sopra le righe che sa farsi dialogo ed interazione, melodie che sembrano non appartenere più a questo fottuto mondo ed invece eccole qui, riservate, timide, quasi esitanti; su atmosfere più acid-jazz si muove la bella Midnight Walk dalle tessiture morbide e sofisticate, un pezzo che brilla di luce propria nel suo scorrere armonico fluido ed elegante, niente di imprescindibile o particolarmente innovativo ma con un buon groove che riesce a farci sentire in sintonia con questo mondo (il suo lato migliore o quel che ne resta). Ma qui terminiamo, il resto di questo Highway lo scoprirete da soli, com‘è giusto che sia, ma non si tratta solo di questo; è un’ottimo album ed un’ottima musica per resistere all’umana imbecillità dilagante, per fermarsi un attimo e ri-trovarsi, per riprendersi il proprio tempo, per sorprendersi nello scoprire che questo fottuto mondo potrebbe non essere l’unico possibile, che la musica quando è fatta bene che sia hardcore o un album come questo riesce a volare (e a farci volare) al di sopra delle nostre umani miserie e se ne parliamo qui su Roots! non è un caso né, ovviamente, per compiacere nessuno. Buon ascolto (Qui).

 

2 Risposte a “Roots! n.91 febbraio 2021”

  1. Molto contenti del fatto di ricevere attenzione e, soprattutto, di poter leggere una vera recensione in luogo delle solite schede “anodizzate” di ordinanza. Quelle che non contengono pareri ma Vorrei solo aggingere che la qualità del suono di questo disco non è stata dettata da politiche editoriali, nè dovuta da editing “à la page”, ma dalla semplicissima qualità di ripresa dei microfoni Neumann, gli stessi davanti ai quali ci siamo seduti per registrare. Come avviene in tutti gli studi che li usano da molti decenni. Il resto è dovuto al nostro tocco. Il reverbero è volutamente ben lontano dall’algido standard simil ECM e i riferimenti stilistici dei brani sono quelli dichiarati. Il Light trio si muove in una zona di transito del jazz, della musica brasiliana e classica: da ognuna di queste trae elementi che ne caratterizzano il sound, una sintesi di libertà e rigore formale.

    1. Grazie della precisazione e del confronto, riguardo al suono, ottimo, mi sembra di aver precisato che è “più una sensazione dettata dal cuore che dall’orecchio” e giustamente discutibile, riguardo alle analogie con il suono ECM non lo so, ma la sensazione è la stessa, non disdegno il suono ECM alla fine quello che conta è lo spessore della musica, quando c’è, negli anni 50 o 60 o 70 il suono del vinile era quello che era, ma c’era sostanza, sostanza anche nel suono, un suono che sapeva di carne e budella, ma forse dovrei farmi aggiustare le orecchie e sintonizzarle con questi tempi dal suono “liquido”; grazie di nuovo e continuate così, suono o non suono, resta un bel sentire. Simone Rossetti.

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