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Roots! n.38 agosto 2020

Lennie Tristano-Lennie Tristano

Lennie Tristano-Lennie Tristano

by Simone Rossetti

Mi sarebbe piaciuto vederli i soliti puristi ed espertoni di jazz mentre sentenziavano prosaicamente che un pezzo come Turkish Mambo era impossibile da suonare con due sole mani; i soliti ben informati ci rivelano anche sia stato il prima brano jazz con registrazioni multitraccia poi remixate insieme, e c’è da credergli, tutto dimostrato e dimostrabile, basta un ascolto e l’evidenza è lampante, eppure Lennie Tristano lo ha sempre smentito, vere o meno avrà avuto le sue buone ragioni, noi di Roots! ce lo prendiamo così com’è e ce ne sbattiamo di queste chiacchiere da jazz per soli e veri estimatori. Oggi ad Aversa (provincia di Caserta) c’è una strada intitolata a suo nome, la sua famiglia proveniva da lì, non credo di esserci mai stato ma dicono che il nome di una strada sia riservato solo ai più grandi e meritevoli, Lennie era “solo” un musicista (pianista e compositore) jazz, uno che sembra registrasse su più tracce per poi remixarle insieme, uno che negava l’evidenza, un tipo eclettico, schivo, riservato, lontano dalla notorietà dei suoi colleghi, cieco dall’età di nove anni e con una discografia personale piuttosto scarna, ma, cosa di non minore importanza, è stato uno fra i più grandi pianisti del 900 (questo lo dico io ma nessuno ve lo confermerà), meritevole? Direi di si. Abum (registrato a New York fra il 1954 e il 55) non imprescindibile se si considerano le ultime 5 tracce registrate live (insieme a Lee Konitz al sax, Gene Ramey al basso e Art Taylor alla batteria), standard classici del jazz ascoltati e riascoltati che poco o nulla aggiungono al di la di un piacevole ascolto; imprescindibile invece per le prime 4 tracce (registrate in studio), un modo di suonare il piano “inusuale”, pochi accordi, solo quelli necessari, linee melodiche “sghembe”, un suono cupo, scuro, in prevalenza tasti bassi, poche note blues ma quando ci sono ne impregnano l’anima, un suono ed uno stile che rispecchiano il suo essere; un appunto, in questi primi quattro brani il finale viene sfumato mentre Lennie sembra poter continuare a suonare all’infinito, cosa che da un pò fastidio, sarebbe stato bello poter ascoltare queste registrazioni nella loro completezza ma tant’è, questo ci è dato. Parliamo quindi delle registrazioni in studio, si parte con Line Up introdotta dal basso spigoloso di Peter Ind ed i piatti di Jeff Morton, subentra il piano ad esporre il tema, un suono “strano”, quasi privo di accordi, secco, la melodia, bellissima, viene trasportata nelle note più basse, risale a sprazzi in superficie, il basso ci accompagna sul finale che, aimé, come anticipato viene sfumato e qui si conclude; segue Requiem (per solo piano), un piccolo capolavoro, leggenda narra che sia stato totalmente improvvisato mentre gli fu comunicata la morte di Charlie Parker (sassofonista immenso e amico), e proprio di un requiem si tratta, sinistro, stentoreo, opprimente, poche note, poi l’armonia si apre ad un classico blues, povero ma altamente emozionante; domanda, come può  un “bianco” nato a Chicago e con origini italiane suonare un blues come questo? Molti lo fanno, pochi lo sanno fare bene, pochissimi sono abbastanza “neri” dentro da poterlo sentire, vivere e Lennie Tristano era uno fra questi, il “come” è relativo, l’intensità, l’anima, sono tutta un altra cosa, comunque sfumato anche questo in modo maldestro; ed è il momento del brano incriminato, Turkish Mambo, se poi sia stato possibile suonarlo con sole due mani giudicatelo da voi, per quello che può contare posso dire che è un pezzo immenso ma poco sfruttato, poteva essere tranquillamente il tema per un opera jazz o essere arricchito con una sezione orchestrale (di fiati) in una specie di suite in più movimenti, peccato, Lennie ce lo propone in questa veste per solo piano ma nulla toglie alla sua bellezza, potente, inquietante, cupa, pesta duro sugli accordi che si sovrappongono ad un ritmo infernale mentre una linea melodica spigolosa e affascinante viene trasportata lungo scale atonali con un risultato spiazzante, sta ancora suonando quando sul finale entra la solita dissolvenza; l’ultima traccia registrata in studio è East Thirty-Second, anche questa con un ritmo forsennato, basso e batteria spingono all’unisono mentre il piano di Lennie incede solenne e sicuro inseguendo quasi interamente una linea melodica “inusuale”, verrebbe da pensare solo intuita, accordi ridotti al minimo e quando ci sono suonano in modo “greve”, un senso di pesantezza che si percepisce in tutte queste tracce. Diciamolo, non è un album che ha rivoluzionato il jazz, un altro musicista qualsiasi avrebbe intuito le enormi possibilità di queste composizioni e comportato di conseguenza, forse a Lennie questo non interessava, non lo sappiamo, è un suono scarno, distaccato, freddo, con un orecchiabilità “strana” proprio come la sua indole; restano brani di una bellezza che non si mostra subito ma che gli va data più di una possibilità, poi possono piacere o meno ma non è una cosa scontata, e noi di Roots! siamo qui  anche per questo. Buon ascolto.

Qui il sito ufficiale

http://www.lennietristano.com

 

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