Roots! n.251 agosto 2021 Lee Morgan – The Cooker

Lee Morgan-The Cooker

Lee Morgan-The Cooker

by Simone Rossetti

Lee Morgan non fu un grande innovatore all’interno della scena jazz ma va detto che non ne ebbe nemmeno il tempo, morì all’età di 33 anni al termine di una serata allo Slugs’ Saloon nell’East Village di New York, un colpo di pistola, accidentale forse no ma i soccorsi tardarono ad arrivare, troppo, alla fine se ne andò per dissanguamento, non proprio il massimo, era il 19 febbraio del 1972; colpo di pistola “accreditato” a sua moglie, Helen Moore ma su questo preferiamo sorvolare, le cose hanno un loro senso ed i loro (e nostri) demoni, se poi volete saperne di più c’è un bellissimo docu-film del 2016, I Called Him Morgan, del regista svedese Kasper Collin, “un delicato dramma umano sull’amore, l’ambizione e le glorie della musica” (cit. A. O. Scott, New York Times). Allievo di Dizzy Gillespie al quale resterà musicalmente (per attitudine ed approccio) “legato”, una discografia ricchissima sia come sideman che album a suo nome (quasi tutti pubblicati per la storica label Blue Note Records); nacque a Philadelphia, Pennsylvania, nel 1938, il debutto nella big band di Dizzy, i Jazz Messengers di Art Blakey, Blue Train di John Coltrane ed ancora Wayne Shorter, Freddie Hubbard, McCoy Tyner solo per citarne alcuni ma la lista sarebbe lunghissima e scusate se è poco; si, Lee Morgan era uno “tosto”, tosto non solo nel senso di bravo ma di totale dedizione alla sua musica. Non è finita, un improvviso ed inaspettato successo “mondiale” con l’album The Sidewinder del 1964, cosa abbastanza inusuale nel jazz e grazie soprattutto alla titletrack (il resto dell’album, comunque un buon album, non si discosterà molto dal solito e classico hard bop) noi però preferiamo fermarci a qualche anno prima, al gennaio del 1958 ed a questo The Cooker, pubblicato sempre per la Blue Note e che vedrà insieme a Morgan (alla tromba), Pepper Adams al sassofono baritono, Bobby Timmons al piano, Paul Chambers al contrabbasso e “Philly” Joe Jones alla batteria, tanto di cappello a tutti. Stiamo parlando di hard bop, del migliore e più classico hard bop ci possa essere, poi va detto (questo vale soprattutto per chi più o meno è legato in qualche modo a questo genere, al jazz) che si tratta pur sempre di gusti personali; hard-bop, sicuramente un genere “sorpassato”, stra-abusato e talvolta fine a se stesso (cioè a fare cassa) ma un passaggio fondamentale nell’evoluzione del jazz verso altri lidi e questo The Cooker alla fin fine è un bell’album, onesto, con buoni spunti creativi, interessante ed al quale non c’è ovviamente da chiedergli un di più, il groove è quello giusto e lo si ascolta piacevolmente, hard bop proprio come dovrebbe essere (poi ce ne saranno anche altri e forse anche di migliori ma qui stiamo parlando di Lee Morgan, ogni cosa a suo tempo). C’è la splendida A Night In Tunisia, composizione di Dizzy Gillespie / Frank Paparelli risalente ai primissimi anni 40, un classico entrato di diritto nella storia del jazz ed ecco la prima sorpresa, qui riletto in una versione più “cattiva”, più scarna, molto personale e con un grandissimo “Philly” Joe Jones dietro le pelli, a seguire un brano a firma dello stesso Morgan, Heavy Dripper, non male ma nemmeno imprescindibile se non fosse per lo spazio lasciato ai singoli che metterà ben in risalto tutte le loro qualità improvvisative (il contrabbasso di Paul Chambers); Just One of Those Things è un altro classico composto da Cole Porter agli inizi degli anni 30, uno standard qui riletto con una grande sezione ritmica e suonato da dio; si prosegue con Lover Man (Jimmy Davis, Jimmy Sherman, Roger Ram Ramirez), va bene, un classico sentito e risentito ma qui in una bella versione, a chiudere New-Ma altra composizione a nome Morgan, radici blues e due bellissimi solo, quello di Bobby Timmons al piano e del grande Pepper Adams al sax mentre su tutti svetta la tromba di Lee Morgan. Lee Morgan, che è bene precisarlo, per tempi e “storia” personale non è certo un Miles Davis od un Chet Baker ma appartiene al suo tempo ed è di questo che è fatto il suo mood, le sue note, un tempo che si sa, alle volte sa essere troppo breve. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).   

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