Roots! n.383 febbraio 2022 Le Muffe – Down, Down, Down

Le Muffe - Down, Down, Down

Le Muffe – Down, Down, Down

(2022, Area Pirata Rec)

by Tommaso Salvini

Questo disco mi fa rendere conto di una cosa e cioè di quanto tra l’Hardcore italiano anni ’80 e il Beat anni ’60 ci sia un legame stretto, quasi indissolubile: quella disperazione, quella rabbia, presente in pezzi stupendi come Che Mondo! delle Anime Dannate, Pugni Chiusi dei Ribelli, Atto di Forza n°10 dei Ragazzi del Sole (ripreso anche dagli Avant-Hardcore Punk I Refuse It di Firenze, giusto per dare valore alla mia tesi) fino a Sole Spento di Caterina Caselli, sembra la solita che si può ritrovare nei dischi di Wretched, Negazione, CCM e Bloody Riot…ovviamente parlo di sensazioni e non di dati tecnici, però, quella spinta che l’hardcore italiano dava alle proprie composizioni e che riusciva a distinguerlo da tutto il resto delle produzioni dello stesso genere a livello mondiale, mi pare la solita che si può trovare in quelle prime timide-ma non troppo prove su 45 giri ascrivibili alla seconda metà degli anni ’60, nel bel mezzo di un boom economico che, coi settanta, sarebbe scemato e che, proprio con gli ottanta dei Virus, degli El Paso e dei Victor Charlie, si sarebbe definitivamente estinto. Che esista quindi una narrazione diversa dell’Italia intesa come popolo? Che, alla fine, ciò che ci distingue di più, non sia il trittico “Pizza-Spaghetti-Mandolino” ma un carattere resistente, combattivo, fermo su un rifiuto dell’esistente per come ci viene dipinto dai media? Anche Le Muffe in SUV, brano che inizia il lato B di questa loro terza prova, sembrano voler sancire, concettualmente, una definizione del “fare l’italiano”, approccio ben diverso da “l’essere italiano” che, nel resto del disco, viene ben argomentato: Già nella prima traccia, questa Giungla d’Asfalto, così Beat nelle armonie di un imperante organo ma così intrisa di tiro Punk e con cantato rauco, ai limiti del Punk Oi! più intransigente, si può scorgere chiaramente un indole che, pur non rinunciando a una certa attitudine melodica, spinge comunque sul lato più aggressivo del messaggio e nella capacità di impatto dell’intero insieme. Un testo violento ma politicamente mirato: le anche si scuotono, come al Piper, gli indici si puntano verso il palco quando parte il ritornello “Giungla d’Asfalto/muro di piombo/cielo del ghetto e tu moribondo” e sembra di essere ad un concerto dei Nabat. Un’Italia, quella vera, quella che nessuno vuol riconoscere o vedere, fatta di violenza, emarginazione e classismo. Anche quando Le Muffe si rilassano su ritmiche più cadenzate, come nelle successive Bogside e Andy Smith, più figlie del Beat che del Punk, si può riconoscere chiaramente un metodo più vicino ad un nuovo neo realismo che parla di popolo dal punto di vista di questo; tra storie di pub, routine, Fish & Chips, scazzottate&ubriacature, vita proletaria e nocumenti in assortimento; il tutto accompagnato da un organo che avvicina a umori anni ’60 e una ritmica che, pur lasciando un po’ le briglie rispetto al pezzo d’apertura, si dimostra sempre rocciosa e inattaccabile. Ragazzo Beat è poi un mezzo capolavoro: si torna a picchiare giù pesante con i dialoghi basso/batteria e ci si permette anche un tempo dispari a metà pezzo: intuizione felicissima e azzeccatissima che stimola ancora di più all’ascolto, in un disco dove, il gioco fra due e più generi, permette ai nostri varie fughe verso territori altri rispetto ai due presi come riferimento principale: prog rock senza troppi fronzoli, rock demenziale senza troppo auto compiacimento. Il testo parla, come si intuisce facilmente dal titolo, di un ragazzo appartenente alla sottocultura Beat ma che, a conti fatti, descrive un po’ l’eterna condizione del giovane in Italia: senza lavoro, senza casa, senza riferimenti stabili, famiglie distratte e istituzioni fallaci. Non so se i gruppi Beat anni ’60 puntassero a divenire delle Rockstar o se già, prima ancora del punk, rifiutassero questo status; un po’ mi piace pensare che, se non proprio tutti, molti degli appartenenti a questo sottobosco, già in nuce covassero in loro una critica a certi stilemi del Rock. Sicuramente Le Muffe no, e nel bel Garage Rock sparato di Rockstar riaffermano la distanza tra chi fa arte e chi fa spettacolo; una presa di posizione necessaria per chi, come il trio bergamasco, è abituato a parlare della realtà che lo circonda senza retoriche e concessioni a quell’insopportabile “Filantropia” (cosa ben diversa dalla solidarietà) tipica delle classi altolocate: il rock de Le Muffe vive di strade, scioperi e osterie e, per mantenersi genuino, rimane in e tra queste, per espressa volontà e dignità. Rimanendo sulla strada, tuttavia, si possono fare pessimi incontri e, come nella già citata SUV, può essere che il mondo che si respingeva nella precedente Rockstar, di modelli ed obiettivi fasulli, si riproponga agli occhi dei nostri in tutta la sua arroganza! La risposta è uno dei pezzi, a mio modestissimo parere, più riusciti del disco: il giro di organo è indimenticabile, la ritmica non ha pietà e non concede perdono, il testo è satira attinta a piene mani dagli Enzo Jannacci, Paolo Rossi e anche a qualche gioco di parole geniale alla Freak Antoni (SUV-Suvvia!!!”…)…possedessi un SUV, cosa che non accadrà mai, e ascoltassi questo pezzo, mi vergognerei e lo porterei seduta stante a rottamare per comprarmi una più dignitosa e funzionale utilitaria…Monde de Merde è un bellissimo pezzo di Beat con un gran lavoro di basso e batteria in apertura e un organo dalle sonorità acide a fare da collante. Un inno senza troppi giri di parole, diretto, sfrontato, in odore di “Il re è nudo” e, proprio per questo, l’atto più sincero possibile. “…Monde de Merde, Je m’en fous…”, dirlo meglio di così, e in francese poi, è impossibile. Un inizio a cascata Beat, spezzato e frenetico, e siamo nella mani di Pare, un delirio dritto al punto, tra sparate punk e ritmi ballabili, di domande esistenziali “non ci sei, Tu dove sei?” e questo è quanto: con delle domande poste all’ascoltatore ci si ritrova a rispondersi da soli: “Forse, allora, non ci sono mai stato”. Step by Step è un cadenzato, un bellissimo numero supportato da un organo sempre più geniale che esplode in un tempo in quattro quarti che, grazie ad un’occasionale chitarra (Le Muffe, bene ricordarlo, sono principalmente batteria, basso e organo), sprofonda in una commistione violentissima di psichedelia e punk rock. Il finale è affidato ad una stupenda Tento Tanto: tra tentazioni psichedeliche, confusione Punk ed un estro creativo che fa da collante, un altro dei picchi di questo disco; questo disco che è di una completezza impressionante: riesce ad attingere dal passato per parlare in maniera più credibile del presente, odora di vita di tutti i giorni e di protesta, si fa portavoce di due sottoboschi per farli riconoscere, l’uno il principio dell’altro, e farne un’unica arte: un’arte che è linguaggio, espressione, suono, valori e narrazione tra il disincanto e la ferma convinzione. Dire che ve lo consiglio caldamente è dire veramente poco. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui o qui).

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