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Roots! n.21 settembre 2020

L’Amletico Dilemma Di Un Recensore (be or not to be)

by Simone Rossetti

Recensire un album è quanto mai semplice, basta una qualche informazione tecnico-storica, un mi piace o non mi piace, qualche frase ad effetto, un voto ed il gioco è fatto (questo nella migliore delle ipotesi); meno semplice è capire un album, interpretarne le intenzioni (musicali e dell’artista), il suo contesto storico; poi c’è un voto ed è un pò come confrontarsi con se stessi, deve (dovrebbe) essere il più oggettivo possibile, purtroppo, per limiti umani (di esperienze, di cultura, di gusti, di attitudini) separare l’oggettività dalla soggettività è praticamente impossibile (diciamo che “nel possibile” sarebbe già un buon risultato). C’è anche un altro aspetto, purtroppo comune, è facile guardare al recensore come a qualcuno che sta dall’altra parte della barricata (rispetto all’artista); chi crea, chi si mette in gioco in prima persona, chi da la sua musica “in pasto” al mercato è l’artista, per contro il recensore se ne stà lì, buono e tranquillo e dall’alto della sua intoccabilità sentenzia, giudica, esprime una sua opinione personale che spesso e volentieri è la sua (e universale) “presunta” verità; ci sono anche questi e non sono pochi (anche nelle riviste più titolate), ma a noi di Roots! questo non interessa, buon per loro e peggio per noi, quello che vi possiamo dire è che (almeno qui e almeno per quel che mi riguarda) non esiste nessuna barricata; prima di lanciarmi in questo progetto ho scritto e suonato abbastanza musica per poter dire che tra comporre un brano e scrivere una recensione non esiste tutta questa differenza (anzi, a volte si interscambiano vicendevolmente); nel recensire come per la musica ci sono dei pezzi che riescono meglio, altri peggio ed  altri che non convincono pienamente, chi scrive musica trasmette delle emozioni e lo stesso vale per chi recensisce, si sbagliano note e accordi come si sbagliano parole o frasi, alle volte c’è bisogno di un intro altre volte parte direttamente il tema, c’è comunque un finale, ed è esattamente uguale per una recensione, poi c’è un tempo da seguire, da rispettare (come potrebbe benissimo andar bene una forma libera, un pò come nel free-jazz), comunque la si metta il tempo è fondamentale sia nella musica come nella scrittura. Un ultimo aspetto, direi fondamentale; ma bisogna saper suonare? Si, non necessariamente ma questo “potrebbe” essere un limite in fase di mettere in pratica le proprie idee, bisogna saper scrivere? Si, e vale lo stesso di quanto detto prima, in ambedue i casi non esistono delle regole standardizzate, si può (e si deve) anche suonare di pancia, il risultato può piacere o meno ma non è questo l’importante; qui su Roots! non abbiamo la presunzione (non potremmo averla) di saper scrivere, scriviamo perchè questo progetto è fatto principalmente di parole e di tutto quello che possono trasmettere. Infine, che relazione c’è fra una recensione e, come recita il titolo, “be or not to be”; nella musica la fase della composizione è forse il momento più vicino al proprio Io, al proprio essere, si può dire lo stesso quando ci avviciniamo ad una recensione, in entrambi i casi è materia viva, plasmabile, soggetta ad errori come alla perfezione (o alla mediocrità), ma in quel preciso momento “siamo”, è una questione di approccio altrimenti non funziona, si può anche barare ma sarebbe un giochino dalla vita breve, questo è anche il mio/nostro approccio (se giusto o sbagliato, se fatto bene o meno, è opinabile e giustamente criticabile) ma è il nostro modo, poi ne esisteranno anche altri sicuramente più validi e migliori, a ciascuno il suo ma riguardo a questo amletico dilemma, che dire, non abbiamo dubbi (a nostro rischio e pericolo).   

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