Roots! n.281 ottobre 2021

La Musica Che Scegliamo, La Musica Che Ci Sceglie

by Roots!

La musica che scegliamo

by Alessio Impronta

La musica ha un grande potere: ti riporta indietro nel momento stesso in cui ti porta avanti, così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza.” (Nick Hornby)

Era un giorno come tanti, sarà stato il 1978. Ricordo una giornata assolata, a casa della nonna materna, primavera, autunno? Mah, chissà. Però c’era questo raggio di sole che fendeva le porte color legno miele. Io avevo 8 anni, mese più, mese meno e quella non era una casa per bambini. Mia madre e le sorelle erano cresciute e fuori casa da un po’: a parte i giochi che occasionalmente portavo io, le macchinine, i dinosauri, pupazzetti cari, i soldatini (ma ve la ricordate la mitica Atlantic coi suoi plastici?), restavano solo vecchie bambole in un piccolo soppalco. Ecco quello però era un luogo da esplorare. Ho sempre amato le cose che formavano i vecchi ricordi, le memorie. Quel giorno però, notai una cosa a cui non avevo mai fatto caso: c’erano dei dischi. E fra alcune cose che non mi dicevano granchè – Pat Boone, Paul Anka e chissà chi altro – saltò fuori Meet the Beatles, il primo disco pubblicato negli States dai Fabs, una sorta di compilation dei primi due lavori, e che mia madre aveva comprato durante un viaggio negli USA a metà anni ’60. Per prima cosa, la copertina. Le cassette ed i cd hanno ucciso l’arte visiva. I dischi, iniziavano invece dalla cover. Quella era la rappresentazione di un mondo che poi si andava a scoprire non appena la puntina calava sui microsolchi. Era un biglietto da visita, l’arte che si annunciava agli occhi prima che entrare in circolo nello spazio e far vibrare l’ambiente, l’aria, arrivare alle orecchie. Dunque, la copertina. Era la foto che avrete visto cento volte e che fra l’altro era anche la copertina del loro secondo lavoro effettivo uscito in Inghilterra, With the Beatles: le quattro facce in primo piano, su fondo nero. Semplice, quasi banale e fortissimo. Si partiva con una tripletta killer: I Want To Hold Your Hand, I Saw her Standing There, This Boy. Ed il danno, l’amorevole danno, era fatto. E poi All My Loving, Don’t Bother Me e tante altre. Anche nel 1978, anche in un’era piena di suoni tanto diversi – alla radio passava ancora tanto prog, i Led Zeppelin, i Sex Pistols – quella ventata di rock fresco e diretto colpiva molto la mia fantasia. Era come una dichiarazione di intenti. La felicità espressa da una chitarra. Ma facciamo un passo indietro: prima di questo disco, che in effetti fu il primo 33 giri che ascoltai per intero e con attenzione, c’era stata la radio e c’erano stati i 45 giri. C’era il ricordo di Angie o Bourèè che passavano per l’apparecchio della cucina (le radio stavano sempre in cucina!) o di Sunny di Bobby Hebb su un qualche canale Rai. C’erano stati i primi singoli con qualche sigla dei cartoni animati o di una qualche canzonetta estiva del momento. In realtà, la musica mi aveva sempre preso. Mi aiutava a costruire un mondo che era mio, solo mio, nella testa e nel cuore. Cosa che poi, a dire il vero, è rimasta sempre, anche adesso, mentre scrivo e sullo stereo sta passando Neil Young, allora a me proprio ignoto. With the Beatles. Lo presi, lo scelsi, lo portai a casa, divenne proprio “mio”. Un’epifania, una scintilla tutta nuova. Cosa mi interessava di quel disco, di cui non capivo manco una parola? E chi lo sa, chi se lo ricorda. Non posso fare la ricostruzione di un sentimento di quasi 45 anni fa. Posso però intuire che ora come allora ciò che mi accendeva era la vitalità di un’immagine a cui poi seguiva la creatività e la vitalità della musica. Una scelta consapevole? Non lo so. Così come non credo che siano gli oggetti o le cose – per immateriali che siano – a scegliere noi. C’è sempre un nostro movimento che ci porta verso qualcosa, verso un autore, un genere, un qualcosa che ci dia più bellezza o a volte ci riempia un vuoto – può succedere. Ma è sempre un qualcosa in cui ci possiamo riconoscere o a cui sentiamo di dover tendere. Sarà per quello che i Beatles sono sempre rimasti con me. Hanno rappresentato la prima scoperta ed ancora oggi mi rappresentano il lato bello della vita. La potenzialità umana che, in uno sforzo collettivo, dispiega le ali. Non mi hanno mai deluso e mai lo faranno. Sono stati il mio imprinting musicale e, per certi versi, personale. Poi, nel tempo, seguirono tante altre scoperte, di diverso genere, di diverso spessore e qualità. E ancora oggi, scoprire qualcosa che non avevamo mai ascoltato prima, è magnifico. Un universo che si apre, un’avventura in cui entriamo e che in qualche modo ci cambia. E niente, neanche un quadro, neanche un film, si può agganciare così fortemente alla nostra vita come la musica giusta, quella nota che proprio ci voleva in quel momento quando percorriamo una strada in campagna, guidiamo di notte, ci colpisce uno sguardo, un sorriso o guardiamo le nuvole. Perché si crea un’armonia coerente col nostro battito. Non so se sia vero ciò che ogni tanto sento dire da qualcuno: “la musica è bella tutta”. Forse sì. E’ personale. Sicuramente però non è tutta uguale, quando parla della nostra vita e ci dice molto di noi e del mondo che abbiamo intorno. Ed allora, senza recensioni o presentazioni, perché non collegare il discorso al primo vero disco che abbia mai ascoltato (Meet the Beatles, appunto) e l’ultimo che ho comprato, Genealogia dei Perigeo, qualche giorno fa?

The Beatles – Meet the Beatles (Capitol Records, 1964) (qui)

Perigeo – Genealogia (RCA italiana, 1974) (qui)

La Musica Che Ci Sceglie

by Simone Rossetti 

Il gelataio”  

Ero ancora piccolo quando mia madre nei pomeriggi d’estate era solita portarmi dal gelataio sotto casa a prendere il classico “cono” ( per capirsi quello da riempire) ed “incasinato” come ero già dalla fin tenera età chiedevo un “tutti i gusti” (con relativa apprensione di mia madre e disperazione del gelataio); passata l’euforia del momento non mi ci volle molto a capire che non apprezzavo tutti i gusti allo stesso modo ma soprattutto che con alcuni non legavo proprio, non è che gli disprezzassi a prescindere semplicemente quando veniva il momento di scegliere li “saltavo”; con la musica funziona più o meno allo stesso modo, c’è quell’input iniziale poi accadrà qualcosa di inevitabile, l’hardcore non avrà lo stesso sapore del progressive, il black metal non avrà lo stesso gusto del funky-soul né la disco-music avrà lo stesso “tatto” del punk. Alla musica mi sono avvicinato molti anni dopo la storia del gelataio, entrai per la prima volta in un negozio di dischi con mio padre (che con la musica c’entrava veramente poco e questa cosa, questo momento, resterà per sempre un punto interrogativo senza risposta); dei dischi, di questo mondo e della musica in generale non sapevo nulla, in casa non avevamo nemmeno lo stereo (ma sempre quel giorno tornammo a casa con quello che sarebbe diventato il mio primo impianto, a quanto ricordo un JVC), comunque potevo scegliere un disco, uno qualsiasi ma non avevo idea di cosa men che meno di quale perversa tempesta (ormonale e psicofisica) avrebbe scatenato; sempre mio padre mi consigliò di cercare i Beatles (me lo ricordo bene, da me non ci sarei mai arrivato), alla lettera B, Beatles chi??? Iniziai a sfogliare quei dischi, immagino maldestramente, poi la scelta, una sola, definitiva, era Let It Be. Perchè proprio quello e non un altro? Non lo so, certo non fu una scelta consapevole, forse per l’artwork, forse per la mela, forse per quei quattro volti seri ed un pò tristi con i capelli lunghi, fatto stà che è ancora qui con me ed è il mio album “ rifugio” (avanti, chi non ne ha uno?), per correttezza l’altro “rifugio” arrivò molti anni dopo e sempre casualmente, fu l’artwork ad incendiarmi la fantasia ma questa volta il suo retro, onestamente non avevo idea di cosa aspettarmi ma per qualche strano motivo diventò “mio”, era Warehouse: Songs and Stories degli Hüsker Dü, 1987; il resto è storia, si sceglie (si viene scelti) per predisposizione naturale, per mode più o meno effimere, per tempi, per desiderio di conoscere, per sentirsi parte di qualcosa e meno soli, per destino. Perchè, e qui torno al discorso del gelataio ed al suo cono “tutti i gusti”, che si tratti di punk, hard rock o elettronica, al momento di scegliere non avremo dubbi ed è proprio quel cono che alla fine, nel bene o nel male, ci identifica. Detto questo non ha molta importanza sapere il motivo del perchè si ascolta certa musica anziché altra (interessante si ma non imprescindibile), l’importante è godere di quel poco che “ancora” questo fottuto mondo ci consente, un mondo che se fosse quel gelataio probabilmente come gusti avrebbe solo “cacca” (così la chiamerebbe Elvis, il mio cane, che è molto più educato di me e di questo mondo) e poco altro ma sono sicuro che farebbe affari d’oro.

The Beatles – Let It Be (Apple Records, 1970) (qui)

Hüsker Dü – Warehouse: Songs and Stories (Warner Bros., 1987) (qui)

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