Roots! n.266 settembre 2021 Kina

Kina - Se ho Vinto, Se ho Perso

Kina – Se Ho Vinto, Se Ho Perso

by Simone Rossetti

La storia dei Kina si intreccia con la storia di un paese, il nostro, che ormai non esiste più, stiamo parlando di quegli anni ’80 ricchi di storia (e storie) ma anche di una trasformazione sociale che porterà al corto circuito di questo presente, un paese che ha ridotto i propri sogni ed il suo futuro a qualche insulso programma televiso, piattaforme social-idiote ed “influencer” di devastante imbecillità. Questo è l’oggi, noi di Roots! non siamo nessuno per giudicare e francamente non ce ne può fregare di meno, ci guardiamo intorno e andiamo avanti per la nostra strada, questo è tutto. I Kina si formarono ad Aosta agli inizi degli anni 80, Alberto Ventrella alla voce e chitarra, Gianpiero Capra al basso e Sergio Milani alla batteria, i primi concerti al Virus di Milano poi l’Europa, l’etichetta discografica Blu Bus fondata insieme ai Franti, un primo demo (1984) Nessuno Schema Nella Mia Vita!, a seguire gli Lp Irreale Realtà del 1985 e Cercando.. del 1986 per arrivare infine al 1989 ed alla pubblicazione di questo Se Ho Vinto, Se Ho Perso. Lo sappiamo, è un’inizio recensione che sa di lista della spesa per automi da supermercato aperto 24h su 24h ma è solo un principio, dateci qualche parola in più e se poi non saremo all’altezza, e non lo saremo, venite pure a bastonarci (vorrà dire che ce lo siamo meritato).

E’ difficile camminare sul ghiaccio
però è la gioia del rischio che ti butta sul lago
correre ogni giorno sulla lama del piacere, profondo, dell’insicurezza
” (tratto da Cosa Farete)

E la recensione potrebbe anche finire qui, anzi, dovrebbe, per rispetto, per pudore, per non guardare in faccia questo presente, ma siete su Roots! dove questo presente lo viviamo e lo raccontiamo anche passando da album come questo. Un’album immenso, parola che sapete bene non amiamo usare ma che in questo caso la usiamo a testa alta e senza nasconderci; hardcore all’ennesima potenza ma di una bellezza struggente, “dolce”, malinconica, un approccio compositivo molto vicino a quello dei grandissimi Hüsker Dü (dei quali parliamo qui) ma con una propria storia (che è la nostra storia), con delle radici personali che sono (erano e resteranno) quelle di questo travagliato paese, un guardare oltre la nebbia fitta di un buonismo e malato ottimismo di facciata che saranno il seme di questo misero ed allucinato presente.

No son sempre io
non mi cambierete quel che ho dentro
fuori un’altra faccia
ho più cicatrici di prima
sorrido un po’ meno
forse penso di più,
non mi chiedere se ho vinto o se ho perso.
non mi chiedere se ho vinto o se ho perso” (tratto da Questi Anni)

Anni nei quali si getteranno le prime solide basi per un futuro prossimo a venire e le avvisaglie non mancavano, una “modernità” ad uso e consumo di un pensiero non più critico ma comodamente appagante e terminale ma anche anni delle prime occupazioni, della nascita dei centri sociali come luogo di un vivere e di un pensare un mondo diverso, a misura d’uomo, ricco di creatività e di relazioni umane, in un crescendo inarrestabile (sembrava), vivo, pulsante, critico; poi ad un certo punto accadde qualcosa, un qualcosa di inspiegabile che interesserà e deformerà profondamente questo paese, semplicemente finirà tutto (quasi, in realtà ci sono ancora oggi situazioni che ostinatamente resistono, poche per la verità ma non è questo il punto), più che di un finire dovremmo parlare di uno “stand by”, come se ad un certo punto qualcuno avesse volontariamente premuto il tasto pausa, una “pausa” dalla quale non ne usciremo più; la percezione è quella di una bolla, di un’attesa, aspettando che il lento scorrere del tempo passi e si compia.

Sei forte tu che sai dire forse, che loro che sanno dire solo io so, la vita continua, sui binari che non ci sono, con amici che se ne vanno, e i sogni si consumano piano, resta la strada, asfalto nero e voglia di andare lontano, questa casa che brucia, sta per crollare, noi volevamo costruirla ancora” (tratto da Camminando Di Notte).

Ve ne sarete accorti, non abbiamo ancora detto un cazzo su questo album, è vero ma si tratta di una nostra scelta ed il perchè lo capirete fra qualche riga; di recensioni valide e sempre ben argomentate ne troverete a centinaia, buon per voi ma non qui; non vi vogliamo vendere pietruzze, non siamo qui per questo, Roots! vuol dire radici, radici che esistono e continueranno ad esistere fino a che ci sarà una storia da narrare, e questa è una storia (fatta di tante storie) destinata, come tutti noi, ad un suo ineluttabile oblio. Se Ho Vinto, Se Ho perso sta alla storia dell’hardcore (e di questo paese) come A love Supreme di John Coltrane sta al jazz ed a tutta la musica, è consapevolezza, è un guardare oltre, è gioia, è passione, è amicizia, è preghiera, è sincerità, è una fine. I Kina si scioglieranno nel 1997, il vuoto intorno o semplicemente la vita nel suo scorrere faranno il resto;

Sale dal buio la nostra voglia di vedere
cosa c’è dietro al muro
sale dal buio
sale dal vuoto la nostra voglia di esistere
e continuare a sperare
sale dal buio
” (da Quanto Vale).

Dalle macerie di questo devastato presente è tutto; siete su Roots! e come sempre buon ascolto (qui o qui o meglio, nel vostro più vicino negozio di dischi, basta crederci).  

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