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Roots! n.163 aprile 2021

Ken Boothe-Mr. Rock Steady

Ken Boothe-Mr. Rock Steady

by Simone Rossetti

Era il 1968 quando Ken Boothe, allora nemmeno ventenne, pubblicò il suo primo album in studio dal titolo inequivocabile, Mr. Rock Steady; dalle baracche di Denham Town (Kingston, Giamaica) ai clubs di tutto il mondo. Una vita (ed una storia) che a raccontarla non basterebbe un volume enciclopedico, con tutti i suoi alti e bassi (come la vita non ci risparmia ), i suoi riscatti, i colori sgargianti e bellissimi della Giamaica ed il suo naturale scorrere ma soprattutto una vita dedicata al rockstady, un genere ed uno stile all’apparenza semplice ma con uno spessore enorme; Ken Boothe ha avuto il merito di fondere insieme il rocksteady alla grande tradizione soul, quella di Wilson Pickett ed Otis Redding per capirsi, una voce ovviamente “nera” e naturale, di quelle che sanno trasmettere qualcosa. Ma prestate attenzione, Giamaica, rockstady, non reggae, e c’è una bella differenza, erroneamente considerato un sottogenere della musica reggae ma in realtà nato un pò di anni prima (all’incirca intorno alla metà degli anni 60) ed a sua volta derivativo della musica ska (musica tradizionale giamaicana che si fondeva con il jazz, il R&B ed il rock’n roll) e dalla quale si differenziava per le sue influenze più soul, che dire, se il mondo seguisse questi ritmi e queste sonorità sarebbe sicuramente un posto migliore. Ed è proprio dal 1968 e da questo Mr. Rock Steady che partiamo per questo splendido viaggio a ritroso in questa musica quanto mai “necessaria” per sopravvivere a questo fottuto mondo; ed allora lasciatevi cullare dai ritmi in levare della bellissima I Don’t Wan’t To See You Cry, melodicamente perfetta e di una classe infinita, immaginatevi l’impossibile, che il mondo sia un bel posto dove vivere (per tutti), non lo sarà in ogni caso ma ci andrete vicini; fate muovere le chiappe al ritmo della più souleggiante Don’t Cry Little Girl o sulle note della più classicamente rocksteady My Heart Is Gone arricchita dal suono pastoso dell’Hammond, un refrain irresistibile dove sembra di ascoltare un Wilson Pickett in versione giamaicana; e c’è il più classico rock’n roll (ovviamente in levare) di This Is Rock Steady, ed è tanta roba, come anche le sonorità più dolci di The Girl I Left Behind, pezzo tanto semplice quanto affascinante, ma è con Mustang Sally (un brano rhythm and blues portato al successo da Wilson Pickett) che questa musica si fonderà definitivamente con il soul, ritmo e anima. Certo, a ben vedere il rocksteady era una musica meno “politicizzata” del reggae sebbene i temi sociali fossero sempre presenti ma era più che altro una musica da ballare, più soft rispetto allo ska ed ancora legata alla tradizione popolare giamaicana, il resto, con l’avvento del reggae, è storia nota. Album da ascoltare senza troppe pretese o aspettative varie ma semplicemente per il piacere di godere di questi ritmi e di una musica che sa arrivare direttamente al cuore (oltre a far muovere le chiappe in sintonia con un mondo che forse non lo merita), due aspetti che messi insieme sono tanta roba. Da Roots! è tutto e come sempre buon ascolto (qui).

 

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