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Roots! n.102 febbraio 2021

Julinko-Nèktar

Autore: Julinko

Titolo: Nèktar

Anno: 2019

Genere: dark wave, gothic, post-punk, shoegaze, doom

Città: n.d.

Componenti: Giulia Parin Zecchin (voce, chitarra), Carlo Veneziano (batteria, sinth), Francesco Cescato (basso)  

Etichetta: Toten Schwan

Formato: vinile

Sito web: https://www.facebook.com/julinko.julinko

Julinko-Nèktar

by Simone Rossetti

Le Sirene sedendo in un bel prato,
mandano un canto dalle argute labbra,
che alletta il passeggier: ma non lontano
d’ossa d’umani putrefatti corpi
e di pelli marcite, un monte s’alza

(Libro XII Odissea)

Un’ascolto non è mai qualcosa di scontato o almeno qui su Roots! non lo consideriamo tale, dipende da molti fattori e ben al di sopra delle nostre modeste possibilità di raccontarvi un’album; Nèktar è questo, una musica che potrà riscaldarvi l’anima ma per contro anche dilaniarvela di un peso insopportabile. Non vi dobbiamo raccontare nulla, viviamo tempi bui tra virus ed imbecillità umana (quale faccia più danni non lo sappiamo), la cosa strana è questo senso di “sdoppiamento” fra una realtà che ci viene quotidianamente raccontata da insulsi ed ipocriti programmi televisivi ed una realtà che invece viviamo sulla pelle, una realtà molto diversa. Poi c’è questa musica, e qui restiamo spiazzati, incantati da una voce che sembra provenire dalle profondità degli abissi eppure terrena, maledettamente umana, il canto di una sirena notturna e disperata che strazia ed ammalia, una voce, quella di Giulia Parin Zecchin di raro fascino.

…sip and pass through the ocean of death

Nèktar, album pubblicato nell’aprile del 2019 per l’ottima etichetta indipendente italiana Toten Shwan, per correttezza cronologica va detto che non è il loro ultimo lavoro ma precede l’Ep Destroyer uscito proprio nel gennaio appena trascorso; il perchè di questa scelta sta nella sua compiutezza, un album non è un Ep e viceversa, arriveremo anche a quest’ultimo ma preferiamo seguire un filo logico alle volte necessario. Sonorità scurissime, cupe, di un nero intenso, non vi troverete alcun spiraglio di luce se non un “luogo altro” nel quale straniarvi e forse ritrovarvi; troppo scontato e banale parlarvi di un “genere”, le influenze sono molteplici (sempre ben amalgamate fra loro in un “insieme” quasi indistinguibile), dalle più classiche atmosfere dark-gothic-wave anni 80 a sonorità più vicine ad una shoegaze ma con un’approccio quasi doom, no, lasciate perdere, sarebbe riduttivo e qui c’è ben altro; se la musica è una“condizione”, uno stato d’animo, un’intuizione, un sentire un presente e forse un domani, questa lo è. Una voce, quella di Giulia, che per potenza, delicatezza ed espressività non teme confronti con le storiche “voci” femminili del rock alternativo e meno, da Diamanda Galas a Siouxie Sioux, da Lydia Lunch a Kate Bush fino a Nina Hagen (solo per citarne alcune), insieme a lei gli ottimi compagni di viaggio Carlo Veneziano alla batteria e sinth e Francesco Cescato al basso. Si ma l’album? Ve lo diciamo subito, difficile ed ostico come è giusto che sia ed un motivo c’è; dimenticatevi tutto il plasticume quotidiano che oggi vogliono spacciarci per musica e preparatevi ad ascoltare qualcosa di vero, reale, forse doloroso, di una bellezza glaciale che è necessario fare propria per apprezzarla pienamente ma che alla fine vi regalerà qualcosa che sarà solo vostro e non è un modo di dire. Niente lista della spesa, andiamo a naso, ad orecchio, di pancia, solo un primo input poi dovrete cavarvela da soli, scegliere se proseguire o fermarvi sarà solo una vostra scelta (come sempre), in ogni caso nessun problema, i gusti sono gusti così come “il momento”, non discutibili. Ed allora che dire dell’onirica Death And Orpheus che si stende su di una ritmica tribale ed incalzante, una gioia “disperata” che non lascia scampo, un crescendo che squarcia l’assuefazione di questi giorni, un brano duro, malinconico, con il canto di Giulia che si eleva oltre queste nebbie fitte per farsi guida, luce e faro alle nostre miserie, lo sappiamo, è un inganno come lo sono tutti i canti delle sirene ma va bene così. Ancora più oscura e di infinita bellezza è Deadly Romance dal crescendo armonico-melodico ipnotico, un’incedere lento, peso, disturbante dove i riff di chitarra ed il pulsare del basso diventano una cosa sola, un magma sonoro dal quale si alzerà un canto dolente e remoto, un’oblio al quale tutti faremo ritorno. C’è la splendida Leonard dalle atmosfere più dark-wave e post-punk dove momenti più violenti si alterneranno ad altri più introspettivi, un’esplodere di umori quasi palpabili dove fragilità e potenza troveranno il giusto equilibrio; poi c’è Spirit e a questo punto non vi resta che scegliere se tapparvi le orecchie o lasciarvi incantare e perdervi definitivamente, decisione non facile, come d’altronde lo è questo Nèktar. Noi ci fermiamo qui, oltre non andiamo (voi però fatelo); album perfetto? No ed anche se lo fosse non saremmo noi a dirlo, su Roots! preferiamo parlare di musica e delle sue sfumature, qualche considerazione (sempre personale) potremmo anche farla ma per una volta ci abbandoneremo a questo canto notturno, non ci legheremo ad alcun albero maestro né ci benderemo gli occhi, andremo verso una deriva e che il destino si compia (non fatecene una colpa, siamo “ancora” umani). Da Roots! è tutto e buon ascolto (qui).

 

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