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Roots! n.110 febbraio 2021

Johnny Cash-American IV: The Man Comes Around

Johnny Cash-American IV: The Man Comes Around 

by Simone Rossetti

I hurt myself today, to see if i still feel, i focus on the pain, the only thing that’s real, the needle tears a hole, the old familiar sting, try to kill it all away, but i remember everything, what have i become, my sweetest friend, everyone i know goes away, in the end, And you could have it all, my empire of dirt, i will let you down, i will make you hurt.

Johnny Cash (da Hurt)

Non ci si può alzare da una sera alla mattina e parlare di Johnny Cash, bisogna prima sentirsi pronti ed io pronto non mi sono mai sentito, c’era sempre qualcosa che mi sfuggiva, che non riuscivo a comprendere pienamente, quando tutto sembra troppo facile vuol dire che non lo è; non basterebbe un enciclopedia per parlare della vita di Cash ed una vita intera per capire la sua musica, tant’è, avrei aspettato. Ma ecco che quando meno uno se lo aspetta arriva l’intuizione (una possibile e non certo definitiva); quel lento scorrere del tempo che ci accompagna durante il corso della vita fino al suo concludersi, è un racconto, un flusso di parole e note, un lento sgretolarsi dei ricordi, delle amicizie, delle passioni, è un tempo provvisorio ma soprattutto è un tempo che ineluttabilmente si porta via pezzi (storie) della nostra vita. Johnny Cash è stato un cantautore (un songwriters) ed uno fra i più grandi interpreti della tradizione musicale americana, quella del folk, del country, del blues (anche se non era un bluesman nel senso classico), del gospel, una vita quanto mai difficile da raccontare, là dove cronaca, leggenda e musica diventano una cosa sola; “l’uomo in nero”, così veniva chiamato per la sua scelta di indossare abiti scuri “Indosso il nero per i poveri e gli oppressi, che vivono nel lato disperato ed affamato della città, lo indosso per il detenuto che ha a lungo pagato per il suo crimine, ma è lì, perché è una vittima dei tempi”. Una carriera ricca di soddisfazioni ma anche un’esistenza tormentata da quel “mal di vivere” che se non lo si può sconfiggere si può almeno provare a “dimenticarlo” ma è solo una breve illusione. Questo American IV del 2002 fu il terzultimo di una serie di registrazioni per l’American Recordings del produttore Rick Rubin, i successivi, American V e American VI usciranno postumi; è una musica molto scarna, intima, brani dove principalmente compare solo Johnny Cash e la sua chitarra, raramente accompagnato da altri grandi musicisti ma sostanzialmente una musica sommessa ed introspettiva; la scelta di parlare di questo album non è stata quindi casuale, o meglio, è stato questo album a darci la possibilità di parlare di Johnny Cash, della sua voce calda e pastosa, di una vita che si avviava al suo termine, di questa musica fatta di carne ed anima. Qui si ritrovano quasi tutte rivisitazioni e riletture (la parola “cover” la lasciamo al pop) di brani più o meno famosi e di vecchie songs della tradizione popolare americana ma soprattutto ci sono storie, quelle da raccontare e da tramandare. La seconda parte è quella più orientata verso il classico folk di frontiera, come l’amara Sam Hall per solo chitarra e qualche accenno di stride-piano, storia di un condannato a morte e di miseria, Danny Boy è una ballata irlandese che risale ai primi del 900, anche qui un testo cupo che parla di mancanze, di assenze e di morte con solo la voce di Cash accompagnata da un sottofondo di organo stile gospel; c’è la bellissima I’m So Lonesome I Could Cry (brano di Hank Williams del 1949), dolce ed avvolgente; Tear Stained Letter è scritta dallo stesso Cash, apperentemente leggera, semplice folk ma con un bel testo “I’m gonna write a tear stained letter, I’m gonna put it to a tune, So I’ll be sendin’ with it, A sweet melody for you, And not some red-hot, upbeat zinger, That’ll set your body on fire, But a hunk of love included, Meant to take you a little higher, And to settle on your sweet, sweet mind, At night when you retire, I’m gonna write a tear stained letter”; se questa è la seconda parte dell’album nella prima Cash rivisita brani più recenti anche di discreto successo ma rileggendoli con uno stile del tutto personale e mai scontato; una scommessa “commerciale”? No, in queste tracce c’è molto ma molto di più. Dalla bella The Man Comes Around (un vecchio brano dello stesso Cash) alla dolce ballad Give My Love To Rose passando per  I Hung My Head di Sting e qui ridotta al minimo essenziale con la voce di Cash che se ne va in pezzi come una meteora, niente a che vedere con l’originale, poi c’è la stupenda Personal Jesus (dei Depeche Mode) notevole anche l’originale ma qui, spogliata di tutte le inutili armonizzazioni, diventa un brano oscuro, scarnificato di qualsiasi salvazione, di una bellezza che lascia senza fiato e semplicemente immensa; Desperado degli Eagles ma talmente bella di suo che anche questa versione di Cash nulla può aggiungere, chiude l’album la gentile We’ll Meet Again (brano del 1939 di Vera Lynn) dalle atmosfere jazzate e malinconiche; non ho ancora parlato di Hurt (singolo dei Nine Inch Nails, 1994), il brano che mi ha dato quell’ispirazione di cui parlavo all’inizio, un pezzo che avrò ascoltato qualche centinaia di volte, eppure niente, le cose si mostrano solo quando ne hanno voglia, si può essere al cesso o in cucina ad affettare una cipolla ma se il momento “deve” essere quello sarà solo e solo quello (comunque per la cronaca non ero al cesso); American IV: The Man Comes Around è il riassunto di tutta una vita, un testamento, la nostalgia, quell’umano e dolce desiderio di voler tornare indietro (se solo ce ne fosse un modo), ma non sarà così, non è mai così; Johnny Cash se ne andrà il 12 settembre del 2003; resta questa musica, la sua musica, il nostro oblio.

If I could start again

A million miles away

I would keep myself

I would find a way

Johnny Cash (da Hurt)

Da Roots! anche questa volta è tutto ed è fin troppo (qui  o qui e poi in un negozio di dischi se non lo avete già o vi siete dimenticati di averlo)

 

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