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Roots! n.133 marzo 2021

John Fogerty – Fogerty’s Factory

Autore: John Fogerty

Titolo: Fogerty’s Factory

Tracks: Centerfield/Have You Ever Seen the Rain/Lean on Me/Hot Rod Heart/Blue Moon Nights/Tombstone Shadow/City of New Orleans/Proud Mary/Blueboy/Bad Moon Rising/Fortunate Son/Don’t You Wish It Was True

Anno: 2020

Genere: swamp rock 

Città: varie località, CA

Componenti: John Fogerty (chitarre, armonica, voce), Shane Fogerty (chitarre, basso, voce), Tyler Fogerty (chitarre, basso, tastiere, voce), Kelsy Fogerty (chitarre, percussioni)

Etichetta: BMG

Formato: Vinile, CD, MP3

Sito web: https://johnfogerty.com

John Fogerty – Fogerty’s Factory

by Alessio Impronta

Gli anni ’50 stanno per finire, Elvis è ancora il Re e tanti sono i pretendenti al trono che appassionano le orecchie e le menti dei giovani americani, Buddy Holly, Ricky Nelson, gli Everly Brothers…e sulla scia di quella che è una vera rivoluzione musicale e culturale, capace di far apparire come datati gli idoli della precedente generazione quali Sinatra o Dean Martin, tanti ragazzi iniziano a cercare la loro forma di espressione, la loro voce, il loro suono, magari con una chitarrina comprata a poco prezzo in qualche pawn shop. Tra questi, due fratelli che, frequentando un liceo di El Cerrito (sobborgo di San Francisco), fanno amicizia con altri due ragazzi che provano a strimpellare qualche strumento. Non lo sanno ancora, ma John Fogerty, il fratello maggiore Tom, Stu Cook e Doug Clifford diverranno i membri di una delle band più adorate d’America, i Creedence Clearwater Revival, capace di vendere 26 milioni di dischi nei soli States e sfornando “numeri uno” a ripetizione. Suonando un rock apparentemente semplice e diretto, che traeva le origini dallo “swamp pop” della Louisiana, un misto di country, rhythm and blues e sonorità tipiche della Lousiana francese (la terra dove il blues incontrò gli strumenti, gli ottoni delle band militari, creando di fatto il Jazz), arrivano a conquistare il cuore di milioni di appassionati nel mondo ed a suonare perfino a Woodstock, in un’epoca nella quale nell’aria giravano suoni psichedelici sostanze varie occupavano le menti, elementi mai graditi al super-lavoratore John Fogerty, reale mente della band. Uomo che scriveva tutti i pezzi, ci metteva la voce e spesso i controcanti, la chitarra solista e perfezionava gli arrangiamenti. Sarebbe quasi d’obbligo averli tutti, i loro lavori. Oppure una delle tante raccolte ed almeno un paio di “campioni” come Green River e Cosmo’s Factory. Un episodio narrato nella sua gustosa autobiografia Fortunate Son, My life, My Music, consigliatissima ed. Back Bay Books/Little, Brown and Company), ci riporta al momento in cui, dovendo suonare dopo il mediocre set dei Grateful Dead – il sottoscritto è un fan di Garcia e soci ma lì davvero non fu un gran momento per loro – il nostro John si ritrovò al microfono e davanti…il buio ed un silenzio irreale. 500mila persone invisibili, comatose nel buio della notte e del “viaggio”, tranne un tizio che, facendo luce con un accendino, nella lontananza gli urlò “We’re with you, John!”, dandogli il coraggio per andare avanti e cantare, come sempre. Eh già, il coraggio: quello che, dopo una serie di dischi splendidi, dopo l’abbandono del fratello, sempre più geloso e bisognoso di propri spazi artistici, portò John a dire basta con un ultimo pessimo disco Mardi Gras, scritto a più mani ed in cui diviene ovvio il perché fino ad allora Cook e Clifford non avessero mai contribuito coi loro pezzi. Seguiranno anni di battaglie legali, anche tra i membri stessi della band, a causa di un contratto truffaldino firmato da giovani con una casa di produzione guidata da uno squalo con pochi scrupoli, Saul Zaentz. E per anni J.F. si rifiuterà di suonare i suoi stessi pezzi. Poi, la rinascita legata come spesso accade ad una donna che lo guiderà nuovamente sui suoi passi, facendolo riappropriare della sua arte e tenendolo lontano dalla bottiglia che stava diventando fin troppo presente. E nel Novembre scorso, questo bel regalo, Fogerty’s Factory. Un lavoro che gioca apparentemente sulla nostalgia con la copertina che richiama il quasi omonimo vinile del 1970. Ma ora con J.F. ci sono i tre figli, Shane, Tyler e Kelsy. Il disco, in effetti, a parte il richiamo citato, non ha nulla a che vedere con il capolavoro di cinquanta anni fa. Anzi, per meglio dire, nessun pezzo è preso da quel disco. Ci sono sì successi dei CCR, risuonati (bene) in un’atmosfera dal sapore live e quasi da riunione familiare, ma conoscendo il titolare dell’operazione sappiamo che avrà lavorato ore ed ore per levigare qualunque imperfezione. C’è Have You Ever Seen the Rain, ci sono Tombstone Shadow, Bad Moon Rising, Proud Mary, Fortunate Son, uno dei più bei pezzi antimilitaristi di sempre. Ma ci sono anche cover e c’è anche molto della produzione solista di Fogerty, come Centerfield, pezzo festoso da barbecue e partita fra amici sull’erba, ormai peraltro “adottato” ufficialmente dalle leghe di Baseball. Fra un pezzo e l’altro, Fogerty ci intrattiene con qualche intermezzo, con una narrazione che a volte acquista un sapore “sociale”, come quando, prima di “Lean on me” di Bill Withers si lancia in una splendida dedica contro il mostro del razzismo. E qui apro una piccola ma doverosa parentesi: spesso sugli inflazionatissimi social e sulle varie pagine di Facebook ed altri media dedicate alla musica si leggono proclami di tipi evidentemente molto poco acculturati e poco avvezzi ad un ascolto che non sia estremamente superficiale, del tipo “fuori la politica dal rock!”. Ma neanche per sogno, dico io. Il rock “è” politica, nel momento in cui, al di la’ di connotazioni partitiche, parla della società, di problemi di vita, di relazioni, di amori e separazioni, di storie di città e scenari di campagna. Parla di noi. E sinceramente mi piace questa presa di posizione chiara, netta, di un “vecchio leone”, in un’epoca in cui tanti giovani presunti galli da cortile cantano del loro ombelico. C’è da trarre coraggio ed una lezione. Il disco, insomma, si snoda in un’aria festosa, a volte impegnata, scorre via alla grande con suoni curati e pezzi che non hanno alcuna difficoltà ad entrare nelle orecchie dell’ascoltatore ed a rimanerci per il resto della giornata. La voce di John è ancora bella, anche se non è più brillante come un tempo, qualche increspatura fa capolino qua e la’, ma è sempre un piacere da godersi. E’una celebrazione? In parte sì, ma il velo di nostalgia è sempre leggero. Vince il piacere di un buon lavoro, come un ottimo whisky d’annata. Ottimo da portare con se’ per un viaggio in macchina che ci porterà per le strade secondarie della campagna americana anche andando sulla Cassia bis. Promosso a pieni voti. In conclusione, la domanda che mi pongo sempre quando acquisto un disco, per riassumere la soddisfazione o la delusione ed al di la’ di intenti collezionistici o completistici è: lo ricomprerei? La risposta è sì. Buon ascolto! (qui)

 

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